Disinformazione e infodemia: due anni del codice UE

A due anni dalla definizione del codice, a Bruxelles si fa il punto sulla lotta alla disinformazione combattuta al fianco delle piattaforme.
A due anni dalla definizione del codice, a Bruxelles si fa il punto sulla lotta alla disinformazione combattuta al fianco delle piattaforme.

Trascorso ormai quasi un biennio dall’introduzione del codice di condotta (o “codice di buone pratiche”) contro le fake news, la Commissione Europea traccia un primo bilancio dei risultati fin qui ottenuti, sottolineando i progressi compiuti sul fronte della lotta alla disinformazione e ponendo l’accento su quanto ancora c’è da fare. Chiamate in causa direttamente le piattaforme alle quali viene chiesto un impegno maggiore: Google, Facebook, Twitter, Microsoft, Mozilla e TikTok.

Fake news: UE e piattaforme, due anni del codice di condotta

Il codice si è rivelato uno “strumento molto valido” consentendo di compiere significativi passi in avanti, facendo però al tempo stesso emergere carenze legate in primis al carattere di autoregolamentazione della sua adozione. Le valutazioni sono state effettuate sulla base di quanto misurato da Bruxelles in collaborazione con ERGA, il gruppo dei regolatori europei per i servizi di media audiovisivi. Questo il commento di Věra Jourová, Vicepresidente per i Valori e la Trasparenza.

Il codice di buone pratiche ha dimostrato che le piattaforme online e il settore pubblicitario possono fare molto per contrastare la disinformazione, quando sottoposti al controllo pubblico. Ma è necessario un aumento della responsabilizzazione e della responsabilità delle piattaforme, che devono diventare più trasparenti. È giunto il momento di andare oltre le misure di autoregolamentazione. L’Europa è nella posizione migliore per assumere un ruolo guida e proporre strumenti per una democrazia più resiliente ed equa in un mondo sempre più digitalizzato.

Di seguito le aree di intervento a cui dare massima priorità:

  • assenza di indicatori prestazionali chiave adeguati per valutare l’efficacia delle politiche delle piattaforme per contrastare il fenomeno;
  • mancanza di procedure più chiare, di una definizione comune e di impegni più precisi;
  • mancanza di un accesso ai dati che consenta una valutazione indipendente delle tendenze emergenti e delle minacce poste dalla disinformazione online;
  • mancanza di cooperazione strutturata tra le piattaforme e la comunità dei ricercatori;
  • necessità di coinvolgere altre parti interessate, in particolare del settore pubblicitario.

Infodemia: COVID-19 e disinformazione

Il rapporto usa poi il termine infodemia per indicare la mole di informazioni (e di conseguenza disinformazione) che ha invaso l’ambito online con l’inasprirsi della crisi sanitaria nei mesi scorsi. Anche in questo caso il codice è stato d’aiuto alle piattaforme, grazie talvolta alle partnership siglate con verificatori di fatti e ricercatori, portando così alla rimozione o deindicizzazione dei contenuti falsi altrimenti potenzialmente dannosi per la salute pubblica.

Da qui in avanti il lavoro della Commissione passerà dalla raccolta con scadenza mensile di indicatori specifici utili a monitorare l’efficacia delle buone pratiche con un’attenzione particolare al tema COVID-19.

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