La domenica dell'e-commerce: libertà e ipocrisia

Dal dibattito sulla possibile chiusura dei centri commerciali nei festivi emerge una percezione quantomeno falsata delle nuove dinamiche del mercato.

La discussione che ruota attorno alla proposta di chiudere le attività e i centri commerciali nelle domeniche e nei festivi ben fotografa la nostra esigenza di trovare risposte semplici a domande complesse, di accontentarci delle soluzioni che non vanno ad applicarsi oltre il nostro sguardo.

La nostra ipocrisia

Da un lato ci si indigna per coloro che sono costretti a turni di lavoro extra al fine di soddisfare la nostra esigenza consumistica, dall’altro ci si iscrive a servizi che garantiscono la consegna a domicilio di un bene acquistato online entro una giornata o in poche ore, come se dietro ad algoritmi e interfacce non si celasse un ecosistema di lavoro e lavoratori ugualmente legittimati a difendere un proprio diritto. E spesso le due pratiche si attuano nel medesimo soggetto, a testimonianza di un’ipocrisia la cui origine è da ricercare in una ancora assente o parziale percezione delle dinamiche sulle quali poggia il mercato digitale. Lontano dagli occhi, lontano dalla nostra sensibilità.

Se come sostiene qualcuno “la liberalizzazione sta distruggendo le famiglie italiane”, sembra miope non tener conto di come siano le stesse ad alimentare un business in costante crescita, con l’e-commerce che oggi in Italia vale 24 miliardi di euro l’anno (fonte Confcommercio) e che presenta ulteriori margini di espansione, complice una sempre più capillare diffusione dei dispositivi mobile, dei metodi di pagamento smart e una lotta al digital divide che nonostante le evidenti criticità ha comunque dato i suoi frutti.

Centri commerciali o e-commerce?

Al tempo stesso non si dimentichi che è in atto ormai da tempo una sorta di ibridazione tra le diverse modalità di vendita: sempre più esercenti scelgono i marketplace virtuali per ampliare il bacino di potenziali clienti e i colossi delle piattaforme online sperimentano l’impiego della tecnologia all’interno dei luoghi fisici per riportare le persone nei negozi (Amazon Go ne è l’esempio più lampante). Una nuova norma sul tema andrebbe dunque ad applicarsi all’una o all’altra categoria? A entrambe?

Sia il legislatore a stabilire la più adeguata linea di confine, trovando il miglior punto di equilibro e il miglior compromesso tra le necessità di ognuno, anche tenendo in considerazione nuove abitudini e nuove esigenze. Venga però anche specificato in modo chiaro qual è la discriminante che determina il punto oltre il quale le direttive non vanno più applicate, così da aiutare il cittadino e il lavoratore a comprendere e avere consapevolezza dei nuovi principi che regolano il commercio, quello sotto casa così come quello online.

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  • the bad scrive:
    Si chiama "Effetto Amazon": un cliente viene da me in negozio e vuole la roba per il giorno prima. Ma non è un supermercato dove prendi, paghi e via. Perché poi la roba va personalizzata, la grafica preparata, la stampa ha i suoi tempi e se poi alla fine ha qualcosa da ridire ha anche ragione. Non è una critica ad Amazon, ma ha indotto un cambiamento nelle aspettative delle persone che spesso non può che essere disatteso.
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