Dossier/ TLC revolution 3: guardare avanti

di M. Favara Pedarsi - Il futuro in una rete decentralizzata, wireless, che per sua natura cresce solo dove serve e quando serve. Una struttura che può moltiplicare le risorse del paese. Ecco come

Roma – Dissezionato lo stato attuale delle TLC anche sul piano teorico al centro si pone la proposta per un’accelerazione del mercato presentata di recente al Governo. Che parte con l’idea di una wP2P , una rete wireless P2P .

Normalmente la topologia delle reti è a stella, dove al centro c’è l’apparato di interconnessione (l’infrastruttura: in casa ed in ufficio c’è l’hub/switch, nel quartiere c’è la centrale Telecom) e alle estremità dei bracci l’utenza (i terminali: computer, telefoni, etc.); reti del genere si dicono centralizzate . Incrementando la complessità della rete ed il numero di utenze, in genere si interconnettono tante reti a stella tra loro attraverso infrastrutture ad alte prestazioni (es: interconnessione delle centrali Telecom con dorsali ad alte prestazioni); reti del genere si dicono
decentralizzate .

Una rete a maglia è invece una rete completamente distribuita: niente “centri” e niente costosa interconnessione tra centri. Un buon modo per immaginare una rete a maglia è di pensare ad una rete da pesca: ogni filo è un collegamento e dove due fili si intersecano c’è un nodo di rete. Nel nostro caso i “fili” non ci sono, perché i collegamenti vengono fatti via radio .

La rete wP2P è appunto una rete a maglia formata da apparati radio equivalenti e dove quindi non c’è necessità di infrastruttura perché la funzione di questa è svolta dagli stessi apparati che svolgono anche le funzioni terminali. La rete wP2P implementa automatismi che la dotano di capacità self-growing e self-healing , ovvero non necessita di pianificazione per la sua crescita e rimpiazza automaticamente collegamenti interrotti verso alcuni nodi con altri collegamenti disponibili verso altri nodi.

L’assenza di infrastruttura dedicata, la non necessità di pianificazione e la riparazione automatica dei guasti sono gli elementi che riducono ulteriormente i costi rispetto anche alle reti wireless tradizionali.
La capacità di crescere in maniera solo apparentemente caotica è l’elemento che permette di rispondere implicitamente e automaticamente alle richieste di popolazione e territorio, rendendola di fatto lo strumento più efficiente in quanto esiste, dal macroscopico al microscopico, solo lì dove ve ne è necessità; nonché lo strumento più democratico per investire in TLC: dove c’è richiesta di cittadini o amministratori locali, viene implementata, dove non c’è, non viene speso un centesimo.

La natura distribuita di questa topologia di rete, che si riflette imprescindibilmente sulla distribuzione delle risorse sul territorio, è la garanzia che nessun operatore potrà mai possedere la rete e avvelenare il mercato come è stato fino ad oggi.

Le implicazioni non finiscono qui, sono infatti tali da mettere in discussione anche tecnicamente buona parte dell’ingegneria delle reti; ma sono qui costretto a rimandare l’approfondimento per passare a come la rete wP2P risponde a quelle che dovrebbero essere le priorità del Governo. La Pubblica Amministrazione è diretta ramificazione dell’attività governativa, ovvero pone in essere le scelte che prende il Governo. La differenza tra Governo e PA è che mentre l’attività decisoria del primo è libera sia nei mezzi che nei fini, la PA è libera solo nei mezzi perché i fini sono imposti dalle scelte del Governo. Questo ha l’onere di curare il pubblico interesse, quello dell’Italia: delle “58.751.711 unità” (come ci chiama l’Istat al 31/12/2005); dell’ecosistema dello Stivale (e l’acqua che ha intorno); e dell’equilibrio tra gli esseri che lo abitano. In poche parole : economia, ecologia, equità. Lo stesso Ministro Padoa Schioppa ha enunciato una formula analoga nell’affrontare il grigio mondo dei numeri dell’economia.
La scelta del Governo dunque non è totalmente libera, ma vincolata al fine ultimo di garantire l’interesse pubblico.

Questo non spetta alle aziende, che correttamente provvedono solo al proprio bilancio; ma se il Governo non provvede, anche le aziende ne pagano le conseguenze; per non parlare delle conseguenze sui cittadini! Se il cittadino-consumatore non può comprare, un’azienda non può vendere: i conti tornano? I vantaggi della rete wP2P, se implementata correttamente, sono ravvisabili su tutti e tre i fronti.

Alle considerazioni economiche sono dedicate le pagine seguenti, l’unica cosa da sottolineare qui è che la rete wP2P va vista come un’estensione delle reti cablate, e solo in prospettiva come un’alternativa ; inoltre non è in alcun modo un sostituto delle reti mobili, ma può essere una buona base di partenza per una successiva evoluzione in tal senso. Questo dovrebbe fare felici anche gli amanti del PIL.

Per quanto concerne l’ecologia, vi invito ad una riflessione su: emissioni radio (20-30mW, sopra il tetto, che servono più persone; contro i 500-1500mW di un singolo cellulare in tasca), impronta ecologica (pesa di più un ricevitore satellitare, o un router consumer?), il consumo di energia (6W ad apparato) e l’impatto paesaggistico (antenne stilo lunghe 10cm in grado un giorno di sostituire le parabole). Dal punto di vista ecologico certamente la rete wP2P ha dei costi, ma sono soltanto un’ampia riduzione degli oneri ecologici che già sosteniamo.

Sull’equità credo di aver dissertato abbastanza lungo tutto il testo: diritto di comunicare, accesso dei cittadini allo spettro radio, distribuzione della monetizzazione delle TLC su tutte le componenti della società e su tutto il territorio.

Vi è poi un ultima considerazione in chiave di sicurezza nazionale . Infatti una rete capillarmente distribuita su tutti i tetti del Bel Paese non solo rappresenta una risorsa enorme dal punto di vista del monitoraggio (es: reti sensoriali per lo studio dei venti e dell’irraggiamento solare), ma anche dal punto di vista della sicurezza della popolazione: la capacità self-healing infatti consente di mantenere l’operatività delle comunicazioni anche in presenza di calamità naturali che si abbattono sul territorio distruggendo istantaneamente un grande quantitativo di nodi.
Sarnoff, Metcalfe e Reed sono i nomi di tre leggi che definiscono il valore di una rete in base al numero di connessioni. Notabile è il fatto che su queste leggi si basano proprio molti modelli imprenditoriali della new economy; uno degli esempi di successo è Skype, uno degli esempi da dimenticare è il VOIP implementato con SIP.

Sarnoff, applicabile a televisione, radio e qualsiasi altro mezzo di broadcasting (monodirezionale), afferma che il valore della rete è direttamente proporzionale al numero degli utenti: Valore = n. Metcalfe, formulata inizialmente per le reti ethernet (bidirezionali) e applicabile alla rete degli operatori privati, afferma che il valore della rete è proporzionale al quadrato del numero di utenti: Valore = n*(n-1)/2. Reed invece, e qui c’è la grande differenza, afferma che se la rete è strumentale ad interazioni sociali già esistenti (come nel caso di Internet e ancora di più la rete wP2P), il valore di questa cresce in modo esponenziale: Valore = (2^n) ? n ? 1.

Con queste tre formule possiamo avere un’idea del valore della televisione, della rete Telecom e della rete wP2P:
Televisione: n= 60 (milioni di telespettatori); valore 60.
Rete Telecom: n= 100 (milioni di clienti recentemente dichiarati dall’azienda); valore 4950.
Rete wP2P: n = 30 (milioni di nodi necessari a connettere 60 milioni di cittadini in base al metodo usato nel progetto); valore = 1.073.741.793.

Il motivo per cui non applico alla rete Telecom la legge di Reed e lo faccio invece per la rete wP2P è che nel caso della rete Telecom non c’è alcun senso di appartenenza (es: territorio) necessario a saltare da Metcalfe a Reed: io mi sento accomunato a tutti voi perché siamo tutti italiani, mi ritengo accomunato ai romani perché sono romano (burino, per la precisione), ma mai potrò sentirmi accomunato ad un qualsiasi utente Telecom perché siamo entrambi clienti di Telecom… a fortiori considerando che farei di tutto per farne a meno: guardate che mi sono inventato pur di smettere!

Quando un’impresa (sia essa un editore, un produttore di beni o di servizi) crea e alimenta una community, con un semplice forum o con un complesso progetto software open source (implicitamente collaborativo), allora monetizza le relazioni sociali esistenti in quella community.

Provate ad immaginare una monetizzazione ricorsiva di tutte le relazioni sociali contenute una dentro l’altra, partendo da “italiani” per arrivare a “famiglia” e moltiplicando poi per “associazione”, “squadra”, “club” e via dicendo. Datemi un supercomputer e ve la calcolo, per il momento possiamo solo immaginare comparando quei numeri adimensionali che ho prodotto poche righe sopra.

Quando si parla di comunicazioni si parla di questo valore; quando si parla di wP2P si parla della conclusione a lieto fine della rivoluzione delle TLC in atto in questi ultimi anni: monetizzare al 100% le TLC (rendimento massimo), farlo prima di tutte le altre nazioni, e mantenendo l’equilibrio tra tutte le parti del sistema.
In breve, per trarre massimo vantaggio dalle TLC la tecnologia impiegata deve essere pubblica e distribuita : “C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti” (1922, Henry Ford). Sul fronte dei costi la tecnologia è talmente flessibile da poter essere implementata in centinaia di modi diversi. Molti di questi modi però diminuiscono sensibilmente il valore della rete fino ad annichilirlo: la prima ipotesi che feci era una realizzazione completamente bottom-up (senza capitale) che rispecchiava la mia posizione di studente squattrinato ma l’implementazione era troppo lenta e illegale. La seconda rispecchiava quella di un cittadino stanco di essere martellato dalla pubblicità e dalle tariffe degli operatori; ma distribuire la tecnologia nei focolai anarco-insurrezionalisti avrebbe si svincolato molti utenti dagli operatori, ma anche danneggiato il sistema Italia. La terza rispecchiava quella di un ex-studente, ancora squattrinato e in cerca di una posizione economica, che aveva trovato un investitore sufficientemente grande: completamente top-down (con il capitale), ma il business plan che ne derivò annichiliva quella porzione del valore della rete wP2P i cui vantaggi andavano in favore dei cittadini.

La versione di cui stiamo discutendo oggi è un equilibrio tra le varie revisioni del progetto; ovvero quella che contempla l’intervento del legislatore e il concetto di equità tra le componenti: cittadini-consumatori, operatori, sistema Italia.

I cittadini-consumatori dovrebbero spendere 100 euro di startup per l’apparato e poi pagare 10 euro/anno per ogni cittadino che usa quel nodo: una tipica famiglia di 4 persone pagherebbe 40 euro l’anno per una connessione 4Mbit (upstream+downstream con QoS, modellabili a piacere; stato attuale del prototipo, banda incrementabile sullo stesso hardware) e 4 linee di telefonia fissa; ed è probabile che in questa cifra si possa inserire anche tutto il traffico fisso-fisso.

Oggi per una linea telefonica (14,95/mese) e la connessione ADSL flat entry level (19,95/mese), un cittadino spende circa 420 euro/anno; anche se vive da solo; e se ne ha bisogno solo 2 settimane l’anno spende 180 euro/anno per la sola linea telefonica e un ADSL a consumo (es: casa al mare); a meno di utilizzare la telefonia mobile, che sul fronte dei costi è perfino più onerosa. Dulcis in fundo non dovremmo pagare per la terza volta la rete telefonica di Telecom Italia (costruzione, “cessione a debito” e riacquisto della rete).

Le aziende, solo inizialmente selezionate su base provinciale, riscuoterebbero i compensi derivanti dalla vendita degli apparati, dal canone annuale e dall’assistenza a pagamento, senza la necessità di alcun investimento iniziale che frena il progresso tecnologico (ricordate le licenze UMTS? Noi cittadini le stiamo ancora pagando). Di contro dovrebbero devolvere ogni anno una porzione minima del canone per sostenere economicamente il centro nazionale di gestione della rete, il peering, ed eventualmente contribuire attivamente, con le proprie risorse umane, allo sviluppo del software open source a bordo degli apparati. Questo ultimo aspetto potrebbe essere alternativamente una fonte di reddito o un centro di costo.

Telecom Italia eviterebbe di essere smantellata, e se io fossi nel CdA lo considererei già un traguardo ragguardevole visto l’umore dei clienti; ma nonostante la sua impopolarità continuerebbe a vendere sia i servizi consumer ad alte prestazioni (es: Alice 20Mbit), sia servizi modellati per i clienti con esigenze particolari, sia i servizi all’ingrosso (di cui certamente alcuni milioni di connessioni alla rete wP2P). E così tutti gli operatori titolari di infrastrutture sotterranee.

Lo Stato dovrebbe anticipare cifre trascurabili per poterne rientrare in tempi altrettanto trascurabili, senza quindi costi reali. Due cose per cui ho maturato fiducia sufficiente ad inviare una email al Ministro Gentiloni sono: il fatto che il Ministro abbia un blog; ed il programma elettorale dell’Ulivo. Nel documento “Per il bene dell’Italia – Programma di Governo 2006-2011” si possono leggere una quantità incredibile di assonanze con questo progetto: sembrano essere fatti l’uno per l’altra.

In generale, dal capitolo “Le politiche per la concorrenza: dalla parte del cittadino consumatore, risparmiatore e utente”, a pag. 129 e 130 leggo che per i nostri attuali ministri “liberalizzare significa contrastare rendite monopolistiche e corporative, migliorare qualità e prezzo per il consumatore, garantire fondamentali clausole sociali per gli operatori, promuovere investimenti e crescita industriale” , che questo vale “anche per i servizi pubblici locali” e che in questo caso “deve significare altresì garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei servizi”.

Per entrare nello specifico si può leggere ad esempio il capitolo “Più informazione, più libertà” (paragrafi “Il diritto a comunicare e ad essere informati” e “I nuovi media e l’informazione”, pag. 261 ? 264). In questo capitolo si afferma che il “diritto a comunicare (…) è un bene comune dell’umanità e, come tale, è inalienabile” ed è uno dei “diritti fondamentali” per i quali la maggioranza si impegna ad operare affinché “essi trovino piena attuazione”; che il cittadino deve “diventare protagonista attivo”; che è “necessario riequilibrare ed aprire il sistema, garantendo il pluralismo”; che la comunicazione è uno “spazio di interesse pubblico, libero, aperto, accessibile a tutti”, guidato dalla “forza delle idee”, realizzato con “politiche di tutela dei cittadini e di sviluppo della tecnologia”, e è dato per scontato che “il ruolo di questo comparto è cruciale”. Vi è la promessa di imporre “standard aperti e non proprietari” e la definizione delle frequenze come “bene pubblico”.

Si parla di “creazione di reti”, di gestione trasparente delle risorse finanziarie “non disperdendole come oggi avviene, ma utilizzandole in una politica coerente ed unitaria”. Infine dicono: “Ci impegneremo attraverso iniziative specifiche per la diffusione dei collegamenti a banda larga e di quelli senza fili”. Per esigenze di brevità devo terminare qui l’altrimenti interminabile elenco di assonanze e mi scuso per aver citato con metodi poco ortodossi il testo originale, testo che vi invito candidamente a leggere in ogni caso.

Non credo sia necessario da parte mia mettere in rilievo i punti di contatto con la rete wP2P, né ricordare che il programma elettorale è come un contratto tra candidati ed elettori, anche se non è firmato in diretta televisiva: promesse da mantenere.

In nome di tutte queste promesse, qualunque sarà l’operato del Governo, mi aspetto che sia più completo, efficace, efficiente e rapido, della rete oggetto del documento che ho presentato loro. E voi elettori che ne pensate?

Una volta accertati i benefici sullo sviluppo del Paese, la distribuzione del benessere tra le componenti coinvolte, il valore ed il costo del progetto e la sua compatibilità con l’attuale azione di governo, rimane solo la speranza che:
1) il Governo onori il suo “oggetto sociale”, che se non è rispettato decreta automaticamente la fine di una legislatura;
2) gli operatori tirino fuori la testa dalla sabbia facendo un passo indietro davanti alle necessità del Paese: salus populi suprema lex esto (Diritto Romano);
3) che gli italiani non permettano un altro disastro evolutivo rimanendo passivi davanti a questa grande possibilità di cambiamento.
È dura, lo so, ma è possibile: io ci credo. Oggi, il già sottile confine tra utilità e necessità delle TLC è reso ancora più labile dal sistema che abbiamo creato: comunicare è necessario, ancor di più se vogliamo essere competitivi.
Ed è certamente importante monetizzare le risorse. Personalmente credo che il grande cruccio economico si potrebbe risolvere privatizzando anche ogni metro cubo di terra, acqua e aria del pianeta; ma è iniquo renderli inaccessibili ai privati cittadini, ai quali questi metri cubi dovrebbero essere inizialmente distribuiti.

Perché è proprio l’iniquità ad indurre la nascita dei ribelli, dei piantagrane, dei terroristi. Tutti, in un mondo completamente privatizzato, avremmo a cuore tanto la nostra casa di cemento quanto la nostra aria pulita che riempie la casa: meno cemento utilizziamo, più aria pulita ci rimane. Distribuire le risorse non significa appiattire ogni differenza tra gli individui, ma far sì che prevalga il più efficiente nello sfruttamento delle risorse, che sono limitate: “L’alta finanza non consiste nella rapina o nell’ottenere denaro con falsi pretesti, quanto piuttosto in una selezione giudiziosa degli aspetti migliori di quelle nobili arti”. ( Finley Peter Dunne ).

Lo sviluppo sostenibile è la miscela imprescindibile di economia, ecologia, equità che permette di combattere la guerra quotidianamente e più concretamente di qualsiasi manifestazione gioconda: deve essere implementato prima possibile e questo è un buon tema su cui applicarlo. L’informazione è un’alternativa alle bombe.

Amministratori e operatori, pensateci: è un danno al Paese poter raggiungere tre traguardi importanti ed ottenerne uno solo (sbloccare, forse, timidamente il mercato), ritardarne così tanto un altro (eliminare il digital divide) e rinunciare al terzo (ridurre ad un decimo la bolletta). Smantellare Telecom è un’idea troppo vecchia in quanto gli altri l’hanno applicata prima, e distribuire i profitti di Telecom ai piccoli operatori è una vittoria di Pirro. Si deve andare oltre.

La tecnologia è già operativa e pronta per essere distribuita; distribuitene ordinatamente ed equamente i vantaggi o, come suggerito nei forum da alcuni lettori, ce li prenderemo disordinatamente noi cittadini: è la forza del P2P, democrazia diretta.

Con questo Dossier TLC spero di aver dato qualche nuovo spunto di riflessione in questo senso, almeno utile alla creazione di un dibattito più ampio di quello in essere prima che le mie parole venissero pubblicate; ed invito chiunque abbia qualcosa da dire con cognizione di causa, a lasciare un commento all’articolo, a scrivere alla redazione di PI o a me, per dare il proprio contributo su decisioni di oggi che più di tante altre incideranno sulla sorte dei vostri figli.

In attesa dei vostri contributi vi lascio con le parole di un vecchio spot di un’azienda a me cara: “Questo film (dossier, ndr) lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso; costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno nessun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli; perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”

Sapere aude!

Michele Favara Pedarsi

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