Dragonfly: Google e la Cina preoccupano gli USA

Il possibile debutto di un motore di ricerca censurato per il mercato cinese da parte di Google solleva dubbi e giustificati timori.

L’attività di Google in Cina si è interrotta ormai quasi un decennio fa in seguito ad attriti fra il gruppo californiano e le autorità del paese asiatico. I rapporti fra le parti sono però via via andati migliorando più di recente, come testimoniano l’inaugurazione di un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale nella città di Pechino e l’apertura di nuovi uffici a Shenzhen. Da qualche tempo si parla anche del possibile debutto di un motore di ricerca strutturato in modo da sottostare alle rigide regole in vigore nel paese per quanto riguarda l’accesso alle informazioni online.

Dragonfly e la Cina

Il progetto è indicato dagli addetti ai lavori e nelle voci di corridoio con l’appellativo Dragonfly. Se ne è discusso all’inizio di agosto con la comparsa delle prime indiscrezioni in merito, non confermate né smentite dal gruppo di Mountain View. Stando ai rumor, l’iniziativa prevede l’impiego di filtri pensati per eliminare dalle SERP riferimenti a democrazia, religione, sesso, anticomunismo e movimenti di protesta. Una prospettiva non gradita dal Congresso USA, che attraverso una richiesta sottoscritta da 16 rappresentanti appartenenti a ogni schieramento politico ha chiamato in causa bigG al fine di far chiarezza sulla questione.

Sulla stessa lunghezza d’onda oltre 1.000 dipendenti della società, sei senatori e almeno 14 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, come riporta oggi Reuters. C’è anche chi per questi stessi motivi ha già deciso di abbandonare il suo incarico in Google, come nel caso di Jack Poulson, ricercatore al servizio dell’azienda per oltre due anni.

Pro e contro

Da Mountain View continuano a non giungere dichiarazioni esplicite in merito. Un comunicato chiarisce come il gruppo stia da anni investendo con l’obiettivo di aiutare gli utenti cinesi, descrivendo il proprio impegno relativo alle ricerche come “esplorativo” (“sperimentale”), senza però far riferimento a forme di censura né fornire tempistiche per un eventuale debutto del servizio che sembra in ogni caso non imminente.

Le preoccupazioni manifestate negli Stati Uniti sono legate anche alla possibilità che le piattaforme o le applicazioni fornite all’utenza cinese possano divenire strumenti per la sorveglianza o per la raccolta non autorizzata dei dati riguardanti i singoli fruitori.  Kevin McCarthy, leader della Maggioranza della Camera dei Rappresentanti, ha affermato che Google è invitata a testimoniare sulla questione.

A fronte di un simile scenario e considerando tutto ciò che comporterebbe (anche in termini di immagine) un’iniziativa di questo tipo, perché bigG è dunque intenzionata a riavviare la propria attività in Cina? La risposta è da cercare nelle potenzialità in termini di business connesse a un mercato in rapida espansione, il più importante a livello globale per quanto riguarda il volume di utenti, soprattutto se tiene conto della capillare adozione dei dispositivi mobile.

Fonte: Reuters

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