Equiliber.org/ Siamo tutti portatori di handicap

di Gigi Tagliapietra - Da un lato la crescita della rete ha spinto l'accesso all'informazione su soggetti che ne erano esclusi, dall'altro sono travolte le capacità di comprensione di quanto viene offerto
di Gigi Tagliapietra - Da un lato la crescita della rete ha spinto l'accesso all'informazione su soggetti che ne erano esclusi, dall'altro sono travolte le capacità di comprensione di quanto viene offerto


Abstract
Se da un lato la crescita esponenziale della rete e dei suoi utenti ha aperto opportunità straordinarie per l’accesso all’informazione da parte di soggetti che prima ne erano esclusi, dall’altro la velocità del processo stesso sta trascurando, nel suo incedere vertiginoso, le capacità di fruizione e di comprensione di quanto viene offerto dalla rete, creando un progressivo distacco tra potenzialità e reale fruizione.

Una delle iniziative avviate in proposito dal consorzio mondiale del web (W3C), punta specificamente in questa direzione ed è nota come la Web Accessibility Initiative (WAI) che vede in primo luogo i portatori di handicap o di qualsiasi disabilità come i soggetti di una speciale attenzione.

Ma non basta. A nostro avviso, non si tratta solo di occuparsi dei portatori di handicap né tantomeno di vedere il digital divide come motore o freno di sviluppo economico, si tratta di riprendere con decisione un percorso che era stato molto forte agli albori del web e in particolare nel nostro paese, un percorso che vede un legame fortissimo tra sviluppo della rete e funzione sociale, riportando al centro di questo processo non la tecnologia o l’economia ma il cittadino, l’utilizzatore reale, con i suoi bisogni veri e i suoi limiti.

Per fare questo occorrono azioni simultanee e a più livelli, con due priorità: bisogna riprendere con decisione una nuova alfabetizzazione di massa all’uso consapevole della rete e bisogna rifocalizzare il ruolo della pubblica amministrazione, soprattutto quella locale, perché si preoccupi della reale accessibilità da parte di tutti ai propri servizi.

Accessibilità e tecnologia
E’ dal maggio del 1997 che il consorzio mondiale del web ( World Wide Web Consortium ) ha avviato una specifica iniziativa di ricerca che si preoccupa di garantire l’accessibilità al web da parte dei portatori di handicap. L’iniziativa che va sotto il nome di WAI ( Web Accessibility Initiative ) ha portato in questi anni alla definizione di strumenti di sviluppo e di specifiche raccomandazioni per gli sviluppatori di pagine web perché venga garantita a tutti l’accessibilità alle informazioni.

Non tutti sanno leggere, molti hanno problemi di vista, molti altri hanno problemi motori, percettivi, neurologici, intellettivi o culturali e la tecnologia può fare molto per garantire a tutti uguali potenzialità di fruizione.
Non pensiamo solo al web, pensiamo ad esempio ad uno sportello Bancomat, oggi utilizzabile solo da chi non ha problemi di vista e pensate per un momento che sia invece in grado di rispondere a comandi verbali e fornire istruzioni vocali. Vi è mai capitato di trovare illeggibile lo schermo del vostro telefonino semplicemente perché avete lasciato a casa i vostri occhiali da presbite?

Tutti abbiamo a che fare con un qualche handicap e in fondo la tecnologia non è che una straordinaria “protesi” che ci aiuta a superare nostre “disabilità”: il telefono è una protesi per la nostra bocca e le nostre orecchie che ci limiterebbero ad una comunicazione a poche decine di metri, la televisione è una protesi dei nostri occhi e delle nostre orecchie, il web è una protesi multisensoriale, si sostituisce alle nostre gambe offrendoci servizi e beni senza muoverci da casa.

Nei casi più gravi, la tecnologia informatica ha fornito soluzioni che hanno restituito piena vivibilità a molte persone che diversamente non avrebbero potuto leggere, capire, studiare, muoversi, avere una vita sociale. (vedi in particolare il lavoro svolto in Italia dall’ ASPHI ).

Normalità e handicap in rete
I portatori di handicap più gravi devono avere certamente la priorità e la massima attenzione, ma il progetto WAI pone le basi per una riflessione che va oltre il concetto di “handicap” rispetto a quello di “normalità” e riporta l’attenzione su un punto cruciale che sta alla base della nascita del web. Il web è nato avendo l’utente come unità di misura, non ha un centro perché il centro è chi sta seduto davanti al computer, fa arrabbiare i pubblicitari perché gli utenti possono cambiare nel browser i colori e i caratteri dei testi o bloccare le finestre automatiche con la pubblicità, apre conoscenze a chi non le aveva e trasforma i fruitori di informazioni, tipici del mondo della televisione che si basa sul modello di trasmissione da uno a molti, in produttori di informazioni che è tipico del modello internet in cui tutti possono parlare con tutti.

La riflessione che dobbiamo fare è: quando produciamo una pagina web abbiamo fatto tutto il possibile perché questa sia visibile da tutti? Da quando i “portali” hanno concentrato grandi quantità di informazioni in un’unica pagina la conseguenza è stata la drastica riduzione della dimensione dei caratteri: se, come me, avete bisogno degli occhiali per leggere, il web sta creando una nuova disabilità.
Se non avete un modem ad alta velocità o una connessione ADSL, molte pagine piene di grafica o, peggio, con massicci filmati, vi sono inaccessibili e vi trovate nella condizione di chi, costretto in carrozzina, non riesce a salire su un marciapiede troppo alto.

E’ normale avere ADSL, è normale avere una vista eccellente?

Non si tratta solo di una condizione tecnica o tecnologica, si tratta soprattutto di una condizione di principio: si da per scontato che esista una determinata infrastruttura e si da per scontato che l’utente abbia piene facoltà sensoriali e culturali.
Da questo punto di vista la televisione sta seguendo un processo inverso; per paura di perdere audience, sta
abbassando il livello qualitativo dei propri contenuti e il linguaggio scurrile, la volgarità gratuita diventano
“normali”.


Molte delle nuove disabilità nei confronti della rete nascono anche per la difficoltà della gran parte delle persone di adeguarsi a ritmi che contrastano con i ritmi della propria capacità di apprendere e capire.
Internet è stata presentata come sinonimo di velocità , di crescita iperbolica, di ricchezza immediata ma “dall’altra parte” ci sono esseri umani che vivono male la frenesia crescente, che faticano a far quadrare i conti della famiglia e che sanno che la crescita deve anche fare i conti con l’armonia e il consolidamento.

La crisi della new economy credo sia anche il segnale di un distacco tra il modello di internet come ideale di un futuro migliore e la realtà con cui si misura il quotidiano di ciascuno di noi. E’ come se la giostra in cui siamo saliti allegri e sorridenti, avesse continuato ad accelerare sempre più fino ad arrivare ad espellerci violentemente.

Non c’è dubbio che la rete abbia creato i presupposti per un cambiamento importante nei modelli economici, ma nel momento in cui si appiattisce su di essi, diventa solo denaro, pubblicità, apparenza: la giostra ha nuovamente espulso i suoi passeggeri.

Quando si pensa al Digital Divide , all’esclusione digitale, si pensa essenzialmente all’esclusione di comunità territoriali dalle opportunità economiche che la rete offre e non è un caso che il famoso “Libro Bianco di Délors” , il primo importante documento dell’Unione Europea sull’impatto della rete nel nostro continente, aveva come inizio del suo sottotitolo “Crescita, competitività, occupazione…” .

In realtà ben più grave e profonda è l’esclusione digitale per quanto riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni, tra individui e società.
La rete infatti era stata vista fin da subito come un fattore di ricucitura di un tessuto istituzionale che si era logorato con la fine della prima repubblica, fornendo lo strumento primario di espressione della sovranità reale, quella dei cittadini. “Né sudditi, né utenti, né clienti, ma cittadini sovrani” diceva uno slogan della Rete Civica Milanese (vedi al sito dell’associazione AIREC ) e dal 1994 a oggi attorno alle reti civiche italiane, più che in altri paesi, si è cercato di costruire un nuovo modello di rappresentanza in cui democrazia elettronica non significasse il tele-voto o il sito del comune con le delibere e gli orari degli uffici, ma la partecipazione diretta dei cittadini alla formulazione delle decisioni, alla discussione che precede la decisione. (cfr. Pierre Lévi L’intelligenza Collettiva: Per un’antropologia del cyberspazio – Milano, Feltrinelli Interzone 1996).

A dieci anni di distanza, il “digital divide” numerico si è ridotto, i comuni, le scuole, le istituzioni hanno siti e email, ma non è diminuito quello di tipo sociale, non si è cioè ridotta la distanza tra cittadini e istituzioni, anzi, il web vetrina di molte istituzioni, così come la politica spettacolo, ha allontanato ancora di più gli uni dagli altri.

Contenuti e significato
A fine anni ’90, alle prime avvisaglie di crisi si disse che “il problema sta nei contenuti” e cioè che non bastava avere un sito web, non bastava “il contenitore”, occorreva avere “i contenuti” ed erano questi il vero valore. Le aziende editoriali divennero ancor più appetibili, nacquero alleanze strategiche, giornali on-line, nacquero i “content provider” ma l’effetto pirotecnico non durò moltissimo.

Credo si sia equivocato sul termine contenuti nel senso che si credette che fosse sufficiente riempire le pagine del web di testi e materiali di archivio per attrarre automaticamente clienti, utenti e cittadini.
In realtà non si voleva capire e ancora si tarda a farlo, che il web per la sua natura interattiva rispetto a quella unidirezionale dei giornali e della televisione, cresce quando cresce la relazione tra i suoi partecipanti (vedi il caso emblematico di e-bay) e cresce quando ciò che accade in rete ha “senso”, ha “significato” perché soddisfa un reale bisogno di chi partecipa, e i bisogni non sono solo di natura economica, secondo la piramide di Maslow.

Ma soprattutto il web non è un contenitore di cose fatte da altri ma uno strumento di interazione e produzione di conoscenza condivisa che chiede il pieno rispetto dell’altro.
Nel momento in cui si insiste a farne qualcosa che il web non è, non è una televisione, un giornale, un cinema, un negozio, aumenta il divario tra fornitori e utilizzatori, aumenta l’handicap emotivo che doveva unire e invece allontana e più si riempie di tecnologia il contenitore e più ne esce l’umanità, più si riempie di contenuti, più si perde il significato.


Non stiamo certo dicendo che bisogna fermare lo sviluppo della rete nè tanto meno pensare di rallentarne il processo, ma dobbiamo correggere la divergenza e riequilibrare le relazioni tra i protagonisti. Non si tratta di un processo semplice ma nemmeno si tratta di elaborare chissà quale nuovo modello interpretativo, si tratta innanzitutto di riprendere un cammino che era iniziato dieci anni fa con l’inizio del web e di mettere in pratica nuovamente alcuni dei principi che erano e sono tuttora essenziali.

“Think globally, act locally” (pensa globale, agisci a livello locale) si diceva, ponendo in stretta relazione “pensa e agisci” e quindi ci sono alcune cose che occorre fare, subito, nel mondo attorno a noi, nelle nostre aziende, nelle nostre città, nelle istituzioni in cui ci troviamo partecipi.

Innanzitutto occorre riprendere il processo di alfabetizzazione diffusa all’utilizzo delle nuove tecnologie. A fine annni ’90 è stato tutto un fiorire di “corsi di Internet”, “corsi di HTML”, scuole, biblioteche civiche, centri sociali di ogni tipo, hanno fornito a decine di migliaia di persone le nozioni elementari per utilizzare la rete e per produrre pagine per il web.

Con il tempo, questo processo si è ridotto e spesso fermato, nella convinzione che “ormai si è detto tutto” o che “adesso bisognerebbe fare i corsi di XML”, mentre occorre tornare a spiegare alla gente come utilizzare la rete per l’ottenimento di migliori servizi, spiegare alle scuole come produrre e condividere contenuti, spiegare agli amministratori pubblici come utilizzare l’interazione con i cittadini per prendere migliori decisioni.

La pubblica amministrazione locale diventa un fattore determinante per il riequilibrio dei processi in atto perché è quella che è più vicina ai bisogni reali delle persone. Porsi il problema dell’accessibilità, certo anche per i portatori di handicap seri, ma anche per tutti noi, per gli anziani, con i loro ritmi più lenti e la vista meno acuta, per i nuovi “analfabeti” che ancora non conoscono la nostra lingua e per i nuovi “analfabeti” che non hanno Windows XP o ADSL.

Nelle linee guida per l’e-government non si tratta di inserire la conformità alla Web Accessibility Initiative come un bollino formale a cui far aderire le applicazioni sviluppate dagli enti locali e centrali, ma di svolgere il ruolo di crescita sociale che a loro compete. Anche nelle città bisogna ogni tanto abbassare le luci per tornare a vedere le stelle.

Gigi Tagliapietra
Equiliber.org

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02 02 2004
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