Facebook e l'illusione della libertà

di G. Scorza - Una piazza dalla quale far sentire la propria voce. Una piazza presentata come uno spazio libero da partecipare. Che però è governato da regole insondabili, che possono mettere a tacere
di G. Scorza - Una piazza dalla quale far sentire la propria voce. Una piazza presentata come uno spazio libero da partecipare. Che però è governato da regole insondabili, che possono mettere a tacere

“È gratis e lo sarà per sempre!”. È il messaggio di benvenuto con il quale Facebook, il gigante del social network, accoglie, ogni giorno, centinaia di migliaia di utenti in tutto il mondo, promettendo loro l’accesso alla più grande piazza virtuale della storia dell’uomo per condividervi idee ed opinioni, per intrecciare relazioni personali e professionali o, piuttosto per combattere campagne e battaglie anche politiche.
Liberi di esprimersi e gratuitamente: è il sogno che il colosso che sta riscrivendo le regole della comunicazione e della politica ma, forse, più in generale, quelle della convivenza tra gli uomini, promette di trasformare in realtà.
Ma è un sogno che diviene realtà o, piuttosto, solo una straordinaria illusione?

Negli ultimi mesi si sono già spesi fiumi di bit per raccontare il lato oscuro del social network firmato Mark Zuckerberg.
Si è parlato di Facebook come dell’antiprivacy e si è contestato – ed a ragione – che possa definirsi gratuita l’erogazione di un servizio, quando pur non chiedendo agli utenti di pagare alcunché, si chiede loro qualcosa di molto più prezioso, ovvero il consenso all’utilizzo di una quantità importante di dati personali e la cessione di diritti di proprietà intellettuale sulle loro idee e sulla loro creatività, che la piattaforma bianca e blu fagocita, fa propri, riutilizza e trasforma – in modo assolutamente legittimo – in moneta sonante per milioni e milioni di dollari ogni mese.
Tutto vero, incontestabile, ma la rinuncia a frammenti più o meno importanti della nostra privacy e qualche bit di proprietà intellettuale – talvolta, in effetti, milioni di milioni – è un prezzo che milioni di persone, forse, sono disponibili a pagare per sentirsi per la prima volta davvero liberi di comunicare, condividere idee ed opinioni e, in un’accezione moderna e semplicistica, potremmo persino dire vivere.

Mark Zuckerberg, d’altra parte, non ha mai raccontato al mondo di essere un benefattore, né un messia sceso in Rete per guidare la comunità globale verso la terra promessa. Zuckerberg è il rampante manager ragazzino – e così si presenta – di una delle più grandi e profittevoli realtà imprenditoriali della Silicon Valley a stelle e strisce.
È naturale, quindi, che il suo obiettivo sia quello di macinare quanti più dollari possibile ed è perfettamente legittimo che lo faccia all’unica condizione di garantire trasparenza e consapevolezza ai suoi clienti circa il prezzo da pagare per entrare e vivere nella sua enorme e rivoluzionaria piazza virtuale.
Quella dell’accesso gratuito alla piazza virtuale è quindi solo un’illusione o, meglio, un espediente di marketing di straordinaria efficacia, forse commercialmente poco corretto, ma certamente non basta a fare di Zuckerberg il diavolo, né di Facebook uno strumento del male.

C’è, invece, un’altra illusione che si nasconde dietro allo scintillio bianco e blu del gigante del social network e, questa volta, è un’illusione che il mondo non credo possa permettersi il lusso di vivere: si tratta dell’illusione di essere liberi di comunicare, condividere idee ed opinioni e, persino di utilizzare Facebook come strumento di democrazia elettronica.

Il gigante di Zuckerberg nelle condizioni generali relative all’utilizzo delle sue pagine , al punto 1, racconta che le pagine sono uno strumento per promuovere organizzazioni e campagne anche politiche ma, poi, al punto 4, aggiunge “Quando l’utente pubblica contenuti o informazioni su una Pagina, noi non siamo obbligati a distribuire tali contenuti o informazioni agli altri utenti”.
“Noi non siamo obbligati”. Non c’è criterio, non c’è regola, non c’è un elenco di divieti, non c’è nulla di nulla che limiti la discrezionalità del “padrone di casa” – e non già, semplicemente, del portiere della piazza virtuale – di decidere quali organizzazioni – anche politiche – hanno diritto di cittadinanza e parola nella comunità globale che amministra e quali campagne, poco importa se ideologiche, sociali o politiche, possano esservi combattute e quali no, né sino a quando ciò sia possibile.

È accaduto così, in modo apparentemente, normale, naturale e silenzioso che nei giorni scorsi gli amministratori di alcune pagine “su” Facebook – ma, mi piacerebbe poter dire non “di” Facebook – sono stati privati del diritto di pubblicare sulle loro pagine qualsivoglia genere di contenuto.
“La tua pubblicazione è stata bloccata a causa di una violazione delle Condizioni d’uso delle pagine”. È questo il lapidario annuncio con il quale mi è stato comunicato ed è stato comunicato agli altri amministratori della pagina “Libertà è partecipazione” – una pagina da quasi 90 mila iscritti creata per dire di no al DDL intercettazioni – che avevo perso la cittadinanza almeno in quell’angolo della piazza, che non potevo più parlare, che dovevo tacere e rinunciare ad una campagna – credo non conti se giusta o sbagliata, condivisibile o non condivisibile – che avevo scelto di combattere per esprimere una parte importante della mia personalità e per dar corpo ad un frammento della mia identità di uomo e di cittadino.

La stessa cosa, nelle stesse ore, è accaduta ad Arianna Ciccone, amministratrice ed animatrice della pagina “Ridateci la democrazia” (oltre 200mila iscritti) e del movimento “la valigia blu” che, negli ultimi mesi, ha lanciato e gestito decine di campagne – anche in questo caso non credo conti se giuste o sbagliate – per la libertà di informazione.
Anche lei – e chissà quanti altri – privati dei loro diritti di cittadinanza nella comunità virtuale. Anche a lei il passaporto è stato ritirato, senza una riga di spiegazione come avviene nei regimi dittatoriali, senza un perché ma, soprattutto, senza un processo, un contraddittorio, un giudizio, fosse anche emesso da un giudice di parte.

A scorrere i laconici ed ermetici 1816 caratteri, spazi inclusi, attraverso i quali si snodano i 10 punti delle condizioni generali di utilizzo delle pagine di Facebook è pressoché impossibile comprendere in cosa si sia peccato, come si siano violate le regole imposte dal padrone di casa, perché si sia risultati maleducati, offensivi e, quindi, sgraditi.
Come sia potuto accadere che da cittadini esemplari cui donare le chiavi della città perché, tra l’altro, animatori di comunità da centinaia di migliaia di utenti, tutti clienti paganti – nel senso di cui sopra – sulle pagine del social network, ci si sia potuti trasformare in apolidi al confino ed in pericolosi rivoluzionari cui togliere la parola, nello spazio di pochi bit, quanti ne occorrono per mettere un flag, su un server attraverso il quale si governa, in silenzio, la più grande comunità globale, attraverso regole occulte e processi nei quali la Sentenza vien scritta senza neppure contestare all’imputato il suo crimine.
E pensare che il padrone di casa mostra di avere tanto a cuore la libertà, per tutti, di poter manifestare il proprio pensiero da vietare severamente agli amministratori di una pagina di limitare, in qualsivoglia modo o maniera, il diritto degli utenti di pubblicare contenuti nel proprio angolo di piazza.

Il punto 9 delle condizioni di uso delle pagine, infatti, recita così “Non è consentito stabilire delle condizioni aggiuntive a quelle indicate nella presente Dichiarazione per gestire la pubblicazione di contenuti da parte degli utenti su una Pagina di cui si è amministratori. L’unica eccezione è che è consentito indicare i tipi di contenuti che verranno rimossi da una Pagina e i motivi per cui potrebbe venire impedito agli utenti di accedere alla Pagina”.
Non è consentito a nessuno salvo che, appunto, al Monarca bianco e blu, il quale ha diritto di vita e di morte sulle mie parole, i miei pensieri e le mie battaglie.
È questa l’illusione di Facebook che fa più paura. Il suo presentarsi come uno spazio libero, dissimulando una realtà completamente diversa.

Una realtà che racconta di una comunità organizzata a scopo di profitto e governata attraverso regole non scritte applicate da giudici che rispondono direttamente al potere del marketing e pronunciano sentenze di condanna al di fuori di ogni processo e senza alcun contraddittorio.
Occorre, però, riconoscere che non è colpa di Facebook o, almeno, non è colpa solo di Facebook.
Come sempre le regole e la politica dell’innovazione, contano ed orientano le scelte degli imprenditori.

Certamente, la questione irrisolta della responsabilità degli intermediari della comunicazione e il processo di criminalizzazione di questi ultimi, specie se ricchi ed americani, che si sta celebrando nel vecchio continente ha inciso ed incide sulle policy attraverso le quali Mr. Facebook ha deciso di governare il suo regno.
Basta una segnalazione – non importa se e quanto fondata – una richiesta di rimozione, di adozione di provvedimenti che – specie se il contenuto del quale “si chiede la testa” è suscettibile di urtare la sensibilità di un potente – il gigante decide di immolare la libertà di parola del singolo o di centinaia di migliaia di singoli sull’altare del suo profitto e della serena prosecuzione della propria attività commerciale.

In un certo senso, questo Facebook – e non solo Facebook – l’abbiamo voluto noi, con le nostre leggi, le nostre Sentenze, le nostre regole e le nostre paure e, soprattutto, con l’incapacità di lasciare affidata la libertà di parola, nella più grande comunità globale della storia dell’uomo, ad un principio antico ma insuperato ed insuperabile: quello sancito all’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino secondo il quale “La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge”.

Se non avremo il coraggio di cambiare direzione, dovremo accettare l’idea che Facebook e quella enorme parte della Rete in mano ai Giganti di argilla concorrenti di Zuckerberg, possono solo regalarci l’illusione di quella libertà che, in molti, desidereremmo fosse reale e dovremmo prepararci a raccontare ai nostri figli che la Rete – o almeno una parte quantitativamente importante di essa – si è trasformata, negli anni, in un enorme parco giochi.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

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13 09 2010
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