Fenomenologia degli avvoltoi del P2P

Calano sugli utenti del file sharing per cibarsi delle loro sostanze, ma solo se le circostanze rendono l'operazione a prova di tribunale. Uno sguardo dall'interno grazie a documenti riservati
Calano sugli utenti del file sharing per cibarsi delle loro sostanze, ma solo se le circostanze rendono l'operazione a prova di tribunale. Uno sguardo dall'interno grazie a documenti riservati

Viste più da vicino, le imprese economiche messe in piedi dallo studio legale inglese Davenport Lyons e dalla tedesca DigiProtect appaiono esattamente per quello che sono: un sistema di pressione articolato e ben rodato il cui unico scopo è mettere a frutto le abitudini degli utenti del file sharing, o perlomeno quelle di coloro che fossero malauguratamente incappati nelle maglie della allegra P2P-connection anglo-teutonica.

L’occasione di una visione privilegiata all’interno di queste attività è propiziata da un paio di documenti riservati messi a disposizione su Wikileaks e che descrivono nei particolari le modalità con cui si muovono i legali di Davenport Lyons e le fette della succosa torta dei riscatti recuperati dall’azione “anti-pirateria” di DigiProtect.

I famigerati mastini di DL, tanto per cominciare, tendono a classificare gli utenti da tartassare secondo una serie di “punti” relativi alle “circostanze” in cui ognuno di essi si trova: ogni vittima viene classificata con un punteggio che va da 0 a 10 secondo la sua ipotetica volontà di combattere la prevaricazione nelle sedi preposte. Chi risponde piccato e battagliero alla prima lettera di minaccia (che suona più o meno come “dacci i soldi o finisci in tribunale”) non promette nulla di buono dal punto di vista dell’estorsione a mezzo copyright.

Le circostanze prese in esame per stabilire se vale la pena continuare con la pratica estorsiva includono le condizioni economiche della persona, l’età, l’eventuale difficoltà persecutoria perché la vittima è “fuori giurisdizione” e le possibili motivazioni con cui essa tende a difendersi come la violazione del router WiFi, l’infezione di un virus o l’assenza da casa al momento in cui sarebbe avvenuta presunta infrazione del copyright.

I dati svelati dal documento su DigiProtect sono – se possibile – ancora più interessanti, perché si parla espressamente di quattrini e in particolare come viene divisa la succosa torta del denaro riscosso con successo da chi decide di pagare dopo aver ricevuto il primo “avviso” dai “legali” di DL. Una volta che i detentori dei diritti accettano di girarne la proprietà a DigiProtect, l’azienda tedesca incassa il 51% dei ricavi delle azioni estorsive consegnando il resto a Davenport Lyons (37,5%), a DigiRights Solutions (11%) e infine agli ex-proprietari dei contenuti incriminati (di natura principalmente pornografica ).

“Questi documenti confermano quello che si sospettava da tempo” dicono quelli di BeingThreatened.com , sito messo in piedi per supportare le vittime di DL e la società legale ACS:Law che ne continua l’opera persecutoria. “Questo schema non serve affatto per ottenere giustizia a favore dei detentori dei diritti – continuano da BT.com – ma è lì per riempire le tasche di società come DigiProtect sfruttando molte persone innocenti. Chiunque sia assegnatario di un indirizzo IP ha ragione di preoccuparsi di diventare vittima di queste pratiche di abuso, sia che si tratti di utenti del P2P o meno”.

Alfonso Maruccia

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16 11 2009
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