Il gaming multiplayer è la nuova arma dei pedofili

In aumento le segnalazioni di casi in cui i più piccoli vengono avvicinati dai loro predatori sfruttando gli strumenti di comunicazione nei giochi.
In aumento le segnalazioni di casi in cui i più piccoli vengono avvicinati dai loro predatori sfruttando gli strumenti di comunicazione nei giochi.

È bene sottolineare fin da subito che l’articolo non ha alcuna intenzione di demonizzare o stigmatizzare il mondo videoludico, né di fare generalizzazioni attribuendo al gaming o alle sue piattaforme un’etichetta negativa. Ci limitiamo a riportare l’esistenza di una minaccia così che si possa prenderne coscienza e attuare le dovute contromisure. Parliamo di giochi multiplayer e di come alcuni di questi, soprattutto quelli in grado di attirare il pubblico più giovane, possano costituire un canale di comunicazione diretto tra i piccoli e i loro potenziali predatori.

Gaming e abusi sui più piccoli, un fenomeno che preoccupa

Partiamo dai numeri per capire come il fenomeno sia andato via via facendosi preoccupante nel corso degli ultimi anni: il report condiviso sulle pagine del New York Times parla di un incremento pari al 3.000% nel volume dei casi denunciati nel 2018 rispetto a quanto avvenuto nel 2012. Ciò che accade con sempre maggiore frequenza è che malintenzionati entrino in contatto con bambini e adolescenti sfruttando le chat integrate nei videogame o quelle esterne riconducibili a questo tipo di interesse (il pezzo cita in modo diretto Discord).

Le conversazioni prese in esame hanno tutte uno sviluppo simile: iniziano con messaggi innocenti al fine di catturare l’attenzione della vittima, poi evolvono arrivando a chiedere a quest’ultima l’invio di immagini o video con nudità e talvolta ritraenti atteggiamenti espliciti. Accade poi spesso che a fronte della minaccia di rendere pubblico lo scambio si inneschi una sorta di ricatto attraverso il quale il predatore si trova nella posizione di continuare a esercitare pressioni. È la dinamica tipica del sextortion, ma che prende qui di mira soggetti ancora più indifesi e vulnerabili. In alcune delle vicende citate dal Times gli abusi hanno oltrepassato la barriera del mondo virtuale per concretizzarsi in incontri e violenze fisiche.

Contrastare questa forma di comportamento (per le sue potenziali evoluzioni lo riconduciamo all’ambito della pedofilia) che passa dalle piattaforme di gaming può risultare più complesso rispetto a quanto accade ad esempio sui social network, dove la standardizzazione dei metodi di comunicazione semplifica le pratiche di monitoraggio, segnalazione e intervento. Nella maggior parte dei casi ogni gioco adotta un proprio sistema di chat, sviluppato dalle singole software house a tale scopo. I sistemi di protezione non mancano, ma viene meno un approccio condiviso e dunque per ovvie ragioni più efficace.

Così come ad aprire questo articolo è stata una premessa quasi scontata (ma doverosa), lo è altrettanto la sua chiusura che passa in rassegna l’unico consiglio realmente valido per i genitori e per chi affianca i più piccoli nella loro attività online, dentro e fuori i confini del mondo videoludico: non abbandonarli a se stessi, potrebbero non disporre degli strumenti necessari per riconoscere il pericolo e tenerlo a distanza. Non giudicare un gioco sicuro o meno solo dal bollino del rating appiccicato in copertina. Insomma, non per forza di cose la violenza dei contenuti di Grand Theft Auto deve essere ritenuta una minaccia maggiore rispetto alle chat di Fortnite (citiamo il titolo solamente per il suo enorme successo). Una corretta percezione del rischio può risultare determinate.

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