Gli spazi e le ragioni dell'hacking

Un percorso intensissimo di analisi degli attacchi hacker delle scorse settimane e di quanto ne è seguito, per affermare la via all'hacking. Parla l'hacklab di Firenze


Web (internet) – Con questo intervento intendiamo aprire una discussione su come mutano per Internet gli scenari economici politici e giudiziari dopo il martellamento mediatico dell’immaginario collettivo che ha fatto seguito agli “Hacker’s Days” (come sono stati ribattezzati dalla stampa USA gli attacchi che hanno bloccato per qualche ora Yahoo! e altri noti siti del commercio elettronico) e su come affrontare i problemi che questi mutamenti pongono a chi intenda mantenere quegli spazi di comunicazione libera e non omologata al “pensiero unico” che sinora è stato possibile aprire dentro Internet.

La prima cosa che si impone, anche all’osservatore superficiale, è quanto sia stata enorme la sproporzione tra quanto è effettivamente successo – chi bazzica la rete sa bene che il down di qualche ora di un server è cosa abbastanza comune, e che la stragrande maggioranza degli utenti non si sarebbe nemmeno accorta di nulla – il panico generale che si è sollevato o che si è preteso di sollevare, e le misure che si vorrebbero adesso far credere destinate a “ripristinare la sicurezza di tutti su Internet”.

Nemmeno le conseguenze finanziarie dell’episodio giustificano il gigantesco spettacolo mediatico e gli strappamenti di capelli di presidenti USA e governi messi in scena per l’occasione. Chi ha familiarità con gli andamenti borsistici sa bene che i cali dell’indice Dow-Jones e Nasdaq che si sono verificati (seguiti del resto da pronti rialzi grazie alla vertiginosa impennata dei titoli delle aziende che si occupano di sicurezza) sono fisiologici, specie quando ci sono in ballo capitalizzazioni finanziarie gonfiatissime come quelle di cui sono stati oggetto i siti del commercio elettronico. E sa benissimo che in occasioni del genere, se c’è qualcuno che ci perde c’è anche qualcun altro che ci guadagna.

Ma si ingannerebbe anche chi volesse vedere in questa sproporzione solo la consueta isteria mediatica di giornalisti e mezzibusti televisivi a caccia di notizie strabilianti da vendere. Stavolta, ad aprire il gran ballo la cui solfa finale è come sempre “più sicurezza in rete per difendere il commercio elettronico” (e vedremo cosa significa questo discorso) sono stati gli astri più luminosi nel firmamento del potere mondiale.

Poche ore dopo l’accaduto, Janet Reno, ministro della giustizia USA, ha solennemente promesso al mondo la cattura dei “cybercriminali del terzo millennio” (suona bene, nevvero?) Clinton ha esternato le sue stupefatte preoccupazioni. Parlamenti e governi di tutto il mondo si sono accodati ai leader del Nuovo Ordine Mondiale nelle esortazioni a identificare e scongiurare questa nuova minaccia all’umanità.

A questo proposito, si potrebbe anche osservare che forse forse, agli albori del terzo millennio, ci sarebbero per l’umanità dei pericoli un tantinello più gravi di cui preoccuparsi: le guerre di sterminio, l’inquinamento ambientale e lo spreco delle risorse, la miseria, lo sfruttamento e la morte per fame e malattia di centinaia di milioni di uomini donne e bambini…

Problemi che magari non sono così cyberaffascinanti, ma da cui l’umanità – ivi compresi quei due miliardi di persone che in vita loro non hanno mai fatto una telefonata – è magari un po’ più afflitta che non dal simpaticone di turno che viola un sito Web per falsificare le parole di Clinton e mettergli in bocca che in rete ci vuole più pornografia, venendo promosso per qualche giorno al rango di spauracchio mondiale. Ma si sa, noi siamo degli irriducibili renitenti al pensiero unico, e siamo così pericolosamente estremisti da credere che i sacri principi del business e della logica del profitto non bastino a giustificare la barbarie e gli orrori del “Nuovo Ordine Mondiale”…

Comunque, retoriche millenariste a parte, le ipotesi sugli autori di questo “vilissimo attentato” si sono sprecate. Si va dalle esilaranti dichiarazioni di Eric Holder (viceministro della giustizia USA) che ha dato la colpa ai genitori americani, che trascurano di sorvegliare i loro vispi pargoletti quando stanno al computer, alle seriose ipotesi dell’FBI sul “nuovo terrorismo elettronico” nato sulla scia del complotto in rete ordito da cospiratori internazionali per fracassare le vetrine di Seattle. Su quest’ultimo punto in particolare si è accanita la stampa, insistendo nel confondere (spesso con fraintendimenti tecnici tanto assurdi quanto divertenti, specie se messi in bocca all’hacker di turno frettolosamente scovato a scopo di intervista) consolidate e tradizionali pratiche di disobbedienza civile in rete quali il “netstrike” o l’invio massiccio di e-mail di protesta con un attacco tipo “distributed denial of service” come quello attuato contro Yahoo! e co.

A questo proposito, dobbiamo essere decisi nel denunciare che dietro “fraintendimenti” del genere può nascondersi il tentativo autoritario di equiparare alcune tecniche di disobbedienza civile – tutto sommato legalitarie – a comportamenti che costituiscono reato penale. Ma dobbiamo anche essere altrettanto decisi nell’affermare che noi non
condanniamo né ci dissociamo a priori da chi decide di “commettere reato” per motivi che ci sembrino politicamente ed eticamente condivisibili, anche se non tutti condividiamo la logica dell’azione individuale e del sabotaggio “mordi e fuggi”. Sappiamo troppo bene
quali abusi, orrori ed ignominie possono essere coperti dal manto della legge dello stato perché il suo rispetto ci sembri l’unica o più importante considerazione da fare in circostanze del genere. Se questo suona sgradito a chi ha tentato affannosamente di ricoprire l’hacker col vestito della rispettabilità a tutti i costi – fingendo di scordare o ignorando quanti hacker con la legge hanno avuto problemi in nome della libera circolazione dei saperi e dell’informazione – molto semplicemente non sappiamo che farci.

Ma nemmeno ci interessa giocare agli investigatori da romanzo giallo o rivendicare un movente politico di nostro gusto per un’azione che resta invece aperta a tutte le interpretazioni – vista la totale assenza di ogni dichiarazione o rivendicazione – e sulla quale ogni ipotesi è legittima. Una volta sottolineato che la scelta dei siti da attaccare non sembra casuale (si trattava dei siti maggiormente rappresentativi del commercio elettronico e che avevano visto maggiormente crescere le proprie quotazioni in borsa) e che chi ha compiuto l’attacco ha avuto se non altro la competenza necessaria a non farsi rintracciare, ci interessa innanzitutto prendere in esame quale realtà stia prendendo forma dietro le roboanti dichiarazioni sulla necessità di ripristinare “la sicurezza in rete” dalle quali siamo stati subissati nei giorni successivi.

E una prima realtà da prendere in considerazione, ignorata da quasi tutti, è questa: LE BANCHE USA SAPEVANO IN ANTICIPO DELL’ATTACCO. Secondo una nota dell’Associated Press del 14 Febbraio, il “Financial Services Information Sharing and Analysis Center” (FSISAC) aveva diramato diversi allarmi urgenti agli esperti di sicurezza di varie banche USA almeno quattro giorni prima dell’inizio degli attacchi, indicando anche alcuni indirizzi Internet di macchine compromesse da cui l’attacco sarebbe arrivato. Ma la notizia non è stata trasmessa dalle banche all’FBI o ad altre agenzie di polizia USA.

Va sottolineato che il FSISAC, secondo l’Associated Press, è un centro informazioni riservato, al punto che la sua stessa locazione fisica e l’elenco delle banche che usufruiscono dei suoi servizi – che costano sino a 125.000 dollari – sono tenuti segreti.

Questo centro è stato recentemente sviluppato e potenziato dietro diretto ordine presidenziale e in questa occasione si è dimostrato molto efficace. Le banche hanno potuto tenere segreta la notizia degli imminenti attacchi grazie a una precisa disposizione voluta dal Dipartimento del Tesoro USA, per cui non sono tenute a condividere con gli organismi di polizia statali e federali eventuali notizie e informazioni su reati ottenute attraverso questo sistema di sorveglianza.

I vertici USA hanno ritenuto che qualunque obbligo in questo senso avrebbe disincentivato
le banche ed altri soggetti strategici per l’economia statunitense dall’attrezzarsi per una efficace vigilanza contro “impiegati disonesti, bug nel software, virus ed hacker”.

Senza voler commentare se questa notizia possa dare particolare credibilità alle ipotesi di chi ha visto negli attacchi ad Yahoo! etc. una manovra volta a destabilizzare la borsa a fini speculativi, ci pare evidente come essa getti una luce un tantinello diversa sulla stupefazione di Clinton all’indomani degli attacchi. In particolare ci porta a domandare quale senso abbia, ai fini della sicurezza reale, investire milioni di dollari in strutture come il NIPC (National Infrastructure Protection Center, un organismo gestito da FBI ed altre agenzie per la sicurezza delle reti USA contro i reati informatici) se poi a queste strutture non vengono trasmesse le informazioni che erano a disposizione dei più sofisticati centri di sorveglianza USA.

Una seconda realtà da prendere in considerazione è questa: INTERNET, A DIFFERENZA DELLE RETI BLINDATE PER LA GESTIONE DELLE INFORMAZIONI STRATEGICHE DI NATURA ECONOMICA POLITICA E MILITARE, E ‘ ALTAMENTE INSICURA, e gli alfieri della sicurezza in rete attraverso la repressione lo sanno benissimo, come sanno benissimo che le misure proposte non servono in realtà a modificare questa situazione.

Secondo un rapporto FBI, nell’anno trascorso, il 62% (sissignori, il sessantadue per cento) delle società americane ha subito violazioni degli impianti informatici senza che nessuno gridasse alla minaccia epocale del terzo millennio. Del resto, i programmi usati per l’attacco a Yahoo! e compagni si basano sugli stessi principi che milioni di ragazzini usano in tutto il mondo per fare ai loro coetanei il dispetto di mettergli KO la macchina quando litigano in Internet Relay Chat. L’esistenza di questa possibilità di attacco e dei software utilizzati è nota da anni agli esperti di sicurezza, e ponderose note tecniche su come prevenirle sono da anni disponibili su Internet. Quest’attacco ha quindi svelato a tutti che il re è nudo, ma come nella favola tutti quanti in realtà lo sapevano benissimo da tempo. Allora, come mai questa fragilità?


La risposta è semplice: in primo luogo perché è fisiologicamente impossibile garantire sicurezza totale a una rete globale di comunicazione aperta che – sebbene tutt’altro che anarchica – è cresciuta in modo scarsamente pianificato e gerarchico, e che risente ancora dell’impostazione originaria di rete militare, che doveva continuare a funzionare anche se gran parte di essa fosse stata distrutta da un attacco nucleare.

Ma anche, e sopratutto, per pure e semplici ragioni di profitto. Una cosa che gli isterici commentatori sugli attacchi si sono ben guardati dal rilevare è che, se i router (le macchine usate per far uscire le reti locali su Internet) fossero stati ben configurati secondo le norme di sicurezza, l’attacco sarebbe risultato inefficace. Ma una volta comprato un router e installato, le successive modifiche di configurazione devono essere fatte da un esperto. E chiamare un esperto esterno o far addestrare un dipendente costa troppo caro.

Esistono poi in rete numerose macchine fisse che utilizzano tecnologie sofware come il Wingate (per sistemi Microsoft) che risultano penetrabili con estrema facilità e da cui è possibile far partire attacchi come quelli contro Yahoo! etc. senza lasciare alcuna traccia. Macchine da cui vengono però ricavati fior di profitti con il minimo di spesa.

La logica del commercio elettronico è una logica che taglia il più possibile sui costi fissi di macchine, spazi e personale per puntare tutto sul profitto da pubblicità e sulla capitalizzazione finanziaria gonfiata. La “febbre dell’oro cibernetico”, il miracolo della “nuova economia”, mostrano già i primi buchi e sotto i lustrini spunta la faccia dell’economia basata sulla logica di sempre: profitto attraverso lo sfruttamento pesante del lavoro, e risparmio sulla sicurezza. Cosa succederà quando il nuovo soggetto collettivo, i lavoratori dell’industria rete, scemati gli entusiasmi e l’infatuazione giovanile per il monitor – intelligentemente sfruttati da chi incentiva i miti dei tredicenni divenuti mililiardari grazie a Internet e poi paga un tozzo di pane chi lavora per lui – prenderanno coscienza di questa situazione e agiranno di conseguenza?

Ma questo è un altro discorso, per ora limitiamoci a registrare come anche da questo punto di vista la “sicurezza in rete” richiederebbe interventi ben diversi da quelli che Clinton e compagni si apprestano a farci trangugiare. L’inasprimento delle pene detentive contro i reati telematici (misura che tutti i governi stanno prendendo in esame, e che avrà per unico effetto concreto l’affibbiamento di qualche anno di galera in più a qualcuno abbastanza ingenuo da farsi pescare con le mani nel sacco per diventare “monito per tutti”) e l’investimento di milioni di dolari in centri di sorveglianza giganteschi quanto inutili, sono misure di PURA FACCIATA. Non servono a migliorare la sicurezza ma a mantenere la fiducia di massa nell’Internet “nuova frontiera del profitto”, per assicurarsi che i giganteschi flussi finanziari, messi in moto da decine di milioni di consumatori e di investitori scarsamente consapevoli di questa realtà, non vengano meno.

Terza realtà: POCHI GIORNI PRIMA DEGLI ATTACCHI, E PRECISAMENTE IL 4 FEBBRAIO, L’IETF (Internet Engineering Task Force, l’organismo che lavora sugli standard e sui protocolli su cui si basa il funzionamento di Internet) AVEVA SECCAMENTE RIFIUTATO DI PRENDERE IN CONSIDERAZIONE LA PROPOSTA DELL’AMMINISTRAZIONE CLINTON DI APPORTARE MODIFICHE AI NUOVI PROTOCOLLI IP CHE FACILITASSERO IL LAVORO DI INTERCETTAZIONE DELLE AGENZIE DI SORVEGLIANZA. Sebbene tale rifiuto in realtà ostacoli in modo minimo dal punto di vista tecnico l’intercettazione, dal punto di vista politico ha costituito per Clinton una secca sconfitta, che è andata ad aggiungersi a quelle già collezionate dai governi su questo terreno, e che rimarca ancora una volta come il “popolo della rete” non abbia poi tanta fiducia nella paterna sorveglianza dello Stato. E ‘ anche legittimo dedurre che evidentemente per il team IETF (e del resto anche per molte aziende) sorveglianza ed intercettazione non servono a garantire una briciola di sicurezza in più agli utenti Internet.

Malgrado questo, nei giorni immediatamente successivi all’attacco, abbiamo sentito Clinton riproporre con forza un ennesimo robusto finanziamento delle agenzie di sorveglianza USA (da 15 a 240 milioni di dollari destinati ad FBI ed NSA, a seconda di quanti gliene lasceranno spendere i suoi avversari repubblicani) come illusoria panacea contro questi attacchi. Abbiamo sentito parlare di nuove futuristiche cyberpolizie, mentre sappiamo che quelle esistenti sono già state in grado di prevedere gli attacchi, e che solo per scelta politica ed economica questi allarmi non sono stati diffusi oltre il circuito bancario. Abbiamo visto l’FBI offrire agli ingenui un proprio software per difendersi dagli hacker (ma chi ci difenderà dall’FBI?). Abbiamo visto persino la CIA -questo campione dell’insicurezza di massa e del terrorismo su scala internazionale – ergersi a baluardo della sicurezza in rete.

Intanto la Gran Bretagna (non a caso uno dei paesi beneficiari delle informazioni raccolte dal sistema d’ascolto clandestino Echelon) minaccia due anni di galera a chi si rifiuterà di rendere accessibili allo Stato le chiavi private del proprio sistema crittografico che impedisce a terzi indesiderati di leggere le proprie e-mail. In Cina, gli utilizzatori di software di crittografia vengono schedati. In Russia sono in atto nuovi tentativi di monitorare e limitare gli accessi alla rete.

In Germania abbiamo visto prima criminalizzare poi “collaborare con la polizia” (dizione ambigua che in questi casi può significare molte cose, da un’entusiastico sostegno al trovarsi in stato di semiarresto) l’autore di un software che consente di effettuare attacchi come quelli contro Yahoo! messo a punto per ragioni di analisi della sicurezza. Ancora una volta si cerca di sostenere il concetto pericolosissimo e nefasto della “security by obscurity”, per cui chi svela al grande pubblico le debolezze di un sistema che si vorrebbero tenere nascoste, dovrebbe essere considerato automaticamente responsabile degli attacchi portati contro questo sistema.

Proprio in questi ultimi giorni, Eric Holder (sempre lui, il geniale viceministro americano) ha informato il Congresso USA che, come contromisura contro altri possibili attacchi di questo tipo, il governo sta apprestandosi ad inasprire ulteriormente le pene contro gli “hacker”, a responsabilizzare penalmente i genitori contro le marachelle al PC commesse dai loro frugoletti, a instaurare misure di monitoraggio sugli accessi e i comportamenti su Internet, e, dulcis in fundo, a criminalizzare gli anonymous remailer, quei servizi di anonimizzazione della posta elettronica che rappresentano l’unico modo a disposizione degli utenti con scarse conoscenze tecniche per garantirsi un anonimato reale su Internet e per non far rintracciare, a chiunque sia intenzionato a farlo, l’elenco dei propri corrispondenti.

Questi servizi, normalmente e storicamente disponibili su Internet, dopo il fallimento dei tentativi passati di additarli come un covo di pedofili e terroristi, vengono ora presentati come una minacciosa “risorsa degli hacker”, come se chiunque fosse dotato di un po ‘ di competenze tecniche non avesse in realtà a disposizione sistemi ben più efficaci per non farsi rintracciare, e come se non fosse assolutamente chiaro che con gli attacchi portati contro Yahoo! etc. non hanno nulla a che vedere.

Infine, nel nostro paese, Rodotà in persona ha pensato bene di informarci su “Repubblica” che è l’ora di finirla con la “CyberAnrchia”, che rifiutare le regole e la paterna sorveglianza dello stato è infantilismo, e che un attggiamento del genere è infantile, perché non solo mette a rischio la libertà di tutti ma finisce per dare spazio alla “deregulation” che favorisce i poteri forti economicamente. Del resto tutti sanno che la libertà può esistere solo attraverso le regole, e che queste regole non possono essere liberamente autoscelte ma devono essere necessariamente imposte dallo stato per il bene di tutti. Particolarmente per il bene dei poveri e degli oppressi, per i quali lo stato rappresenta l’unica difesa contro i padroni e gi oppressori, particolarmente se lo stato in questione è a guida PDS…

A questo rispondiamo: NOSSIGNORI!

DEVE ESSERE CHIARO A TUTTI: NON E ‘ LA SICUREZZA, E TANTOMENO LA DIFESA DEGLI INTERESSI DEGLI UTENTI CONTRO I POTERI FORTI CHE SI VUOLE INSEGUIRE CON MISURE DEL GENERE. Qui si vuole sfruttare il panico per colpire quelle possibilità di sfuggire all’occhio onnipresente del controllo statale, che Internet ha dato a milioni di persone che hanno preso in contropiede stati e governi. Si profila un nuovo minaccioso attacco agli spazi di libertà individuale in rete attraverso misure che in realtà con la prevenzione di questi attacchi non hanno NULLA a che fare, e nuovamente siamo chiamati a rispondere.

Ma va preso atto che rispetto a tutto questo, proprio la risposta della “comunità hacker” storica, dei “cyberpunk”, di tutto il variopinto insieme degli utilizzatori e dei navigatori “alternativi” di Internet è stata sinora debole ed ambigua. La reazione più comune è stata: “un attacco del genere è roba da “lamer” (termine dispregiativo per indicare chi danneggia siti o pirateggia sofware avvalendosi di strumenti tecnici messi a disposizione da altri senza avere la comprensione di quello che sta facendo e la padronanza tecnica che caratterizzebero il “vero hacker”) noi che c’entriamo?. Una reazione del genere – considerando il fatto che in realtà non si sa tuttora NIENTE sugli autori e sui moventi di chi ha compiuto l’attacco, e che non è certo l’uso di un software piuttosto che di un altro a poter dare qualche indicazione sull’effettivo livello di “lameraggine” degli autori – ci sembra più che altro estremamente ipocrita ed intenzionata ad eludere i veri nodi del problema per tenere bassa la testa in un momento di crisi.


Ancor più esplicite in questo senso ci sembrano le reazioni di chi sta tentando di convincere i media che l’hacker è fondamentalmente un boy-scout che non danneggerebbe mai qualcosa, che si interessa solo di tecnica e che non domanda di meglio, una volta messa la testa a partito, che farsi assumere da qualche software house o da qualche agenzia di sorveglianza o polizia. Azzerando completamente il fatto che se davvero si intende agire in conformità al principio base de “l’informazione vuole essere libera”, allora spesso e volentieri ci si trova ad infrangere qualche legge dello stato (e di ciò ci sono numerosi esempi storici) e che lavorare per polizie, agenzie di sorveglianza eccetera è in totale contraddizione con questo principio.

In questo varco di confusione, di incertezza, e di equivoco spesso voluto, si sta inserendo l’avversario, che mentre criminalizza i comportamenti insubordinati cerca di enfatizzare a scopo di recupero politico ed economico (il talento dell’hacker è una risorsa preziosa sotto entrambi gli aspetti) l’esistenza degli hacker “buoni”. Buoni dal suo punto di vista, ovviamente: quelli che combattono la pedofilia in rete (magari al servizio di parroci isterici ed ossessionati come Don Fortunato di Noto), quelli che sorvegliano i terroristi, quelli che danno assistenza alle agenzie di polizia e se hanno commesso qualche “crimine” lo hanno fatto solo per leggerezza giovanile. Così assistiamo al fatto che Kevin Mitnick,”cult-hero” della cultura underground su Internet, pluriprocessato e nemico pubblico numero uno USA per tanti anni, si trasforma di colpo in una figura “buona” per i media quando si appresta a fornire collaborazione al governo USA per indagare su questi attacchi. Vediamo la CIA fare appello agli hacker perché ha bisogno di nuovi talenti e vediamo decine di migliaia di giovani rispondere all’appello…

Questo non deve stupire più di tanto. La cultura hacker e cyberpunk non è sinora riuscita a sciogliere un nodo di fondo: l’hacking è puro possesso di capacità tecniche o è anche scelta e responsabilità personale etica e politica? e quale scelta?

Ma è proprio su questo interrogativo che da oggi si gioca la partita. Sinora è stato possibile alimentare l’illusione – per chi voleva nascondere a sé stesso e agli altri questo problema – che la diffusione di Internet, della “cultura di rete” senza altre specificazioni, delle capacità tecnologiche “neutre”, significasse automaticamente diffondere una nuova forma di libertà. Questa illusione – come quella dell'”anarchia intrinseca” di Internet – è stata consentita dal convergere di due fattori: il carattere di per sé scarsamente gerarchico e difficilmente controllabile della rete, che ha permesso l’insorgere in essa di comportamenti e spazi insubordinati, e l’interesse del capitale finanziario e commerciale a massificare Internet, liberalizzando gli accessi e minimizzando i controlli in nome dello sviluppo del commercio elettronico.

Questa fase è vicina a chiudersi. Ha permesso lo sviluppo di una contraddizione notevole, perché Internet si è trovata ad essere insieme “nuova frontiera” per la logica del profitto e mezzo di comunicazione di massa effettivamente “many to many”, aperto a tutti e scarsamente governabile, dove individui e piccoli gruppi possono tuttora concorrere con successo sul piano comunicativo con governi e grandi gruppi di potere politico-economico in misura inimmaginabile per gli altri media. Ma ora la situazione è mutata. L’ulteriore espansione del commercio elettronico e dei profitti non dipenderà più dalla liberalizzazione degli accessi e dalla scarsa sorveglianza, ma dipenderà dal recupero della capacità di GOVERNARE la rete, o quanto meno dell’illusione di essere in grado di farlo.

Rispondere a questo necessita di una nuova maturità. Non è più possibile oggi fingere che il trastullarsi con i nuovi giocattoli tecnologici e cibernetici conduca da solo a risultati diversi dall’inserirsi in un trend commerciale. Non è più possibile esorcizzare chi sottolinea quest’ambiguità di fondo e la necessità di rompere con la logica del profitto e del potere, con l’accusa sprezzante di essere un barbogio “veteroqualchecosista”. Non è più possibile illudersi ed illudere che lo sbarco in forze dell’industria culturale e dello spettacolo su Internet (o lo sbarco di essa in questa industria, ricordiamo che è stata America On Line a comprare Warner Bros e non viceversa, alla faccia di chi ci raccontava che la comunicazione su Internet era di per sé irriducibilmente antagonista agli altri media) rappresentino chissà quale progresso ed elemento di innovazione se non di liberazione. E viceversa non è nemmeno più possibile fingere che la smania di protagonismo e presenzialismo mediatico di tanti hacker, veri o presunti, alluda a qualcosa di sostanzialmente diverso dallo svendersi a questa industria e dall’accettare le regole che la macchina mediatica globale per la produzione del consenso al pensiero unico ti impone per darti visibilità positiva.

Soprattutto, non è più possibile fingere che la passione e la capacità tecnologica, da sole o accompagnate tutt’al più da qualche orpello di irriverenza, da qualche comportamento e linguaggio “strani” che fanno tendenza, ma destituite di ogni altro senso e movente, possano condurre alla fin fine a risultati diversi dal buon posticino alla software-house o all’arruolamento nella CIA.

Per rispondere a questo scenario mutato occorre riflettere a fondo su cosa sia “hacking”, senza eludere i problemi, senza accontentarsi di pararsi le chiappe da chi vorrebbe ridurlo a criminalità, senza preoccupazioni di notorietà mediatica e di risultare graditi al giornalista o allo sbirro di turno. Occorre maturare e portare avanti un NOSTRO concetto di hacking, senza lasciare che siano altri ad imporcelo. Occorre anche chiarire – e sino in fondo – che chi fa danni immotivati, chi si diverte a danneggiare altri, chi impiega tempo risorse e saperi solo per cavarsi il gusto di rompere le palle a un pacifico user per affermare la propria presunta superiorità, o per danneggiare un sistema al solo sopo di esibirsi e godere di un’effimera notorietà, non per questo è un hacker.

Come non lo è chi craccka e pirateggia solo per cavarci dei soldi. Ma non lo è nemmeno chi supinamente accetta le leggi e le norme che vorrebbero imporci in rete governi e multinazionali, chi fa propria la logica del profitto innanzitutto, scegliendosi un lavoro legale invece del cracking, chi finisce per arruolarsi nella polizia o a fare il mercenario delle multinazionali. E non è un caso che molti passino direttamente dal cieco vandalismo o dall’esibizionismo alla richiesta di arruolamento nella CIA.

Noi non crediamo di stare dicendo con questo nulla di diverso come hacklab di Firenze da quanto abbiamo detto sino dalla prima nostra uscita pubblica. Né nulla di diverso da quanto siamo andati dicendo a titolo personale o in altre situazioni ancora prima di dar vita all’hacklab. Perché queste posizioni e questi ragionamenti non sono frutto unicamente delle nostre intelligenze personali, sono frutto dell’intelligenza collettiva di rete. E condividiamo quanto questa intelligenza collettiva ha proposto in merito, da anni e anni.

Noi quindi riaffermiamo che:
1) Intendiamo studiare e praticare il modo per garantirci in ogni caso la possibilità di comunicare e soddisfare i nostri bisogni e desideri anche attraverso le nuove tecnologie. Rivendichiamo innanzitutto il diritto di diffondere e acquisire liberamente le informazioni. In modo UNILATERALE se necessario, indipendentemente da leggi e normative. Ci assumiamo questa responsabilità perché riconosciamo a noi stessi la capacità di autogestire scelte comportamenti e responsabilità etiche e politiche in modo autonomo da quanto vorrebbero imporci stati, governi e maggioranze.

2) Intendiamo combattere la battaglia per mantenere Internet LIBERA il più possibile, che per noi significa anche il meno possibile sottomessa alle esigenze di stati, governi, gruppi di potere economico ed agenzie di controllo e di spionaggio. Intendiamo combattere questa battaglia anche sul piano legislativo e normativo, con intelligenza politica e scioltezza tattica, senza rifiutare a priori l’apporto di forze istituzionali, ma consapevoli innanzitutto che ciò che governi e capitali chiamano “insicurezza” per noi è innanzitutto “libertà” e mettendo sempre al primo posto questo fatto.

3) Intendiamo studiare e praticare liberamente la possibilità di nuove forme di uso della tecnologia che abbiano in prospettiva lo stesso senso di libertà e orizzontalità della comunicazione e dell’informazione che ha avuto Internet nei sui anni eroici, e collaborare con chi a questo sta già lavorando, che a nostro giudizio merita l’appellativo di “hacker” nella pienezza del suo senso originario più di chiunque altro.

Sulla base di quanto detto finora riteniamo infine importantissimo aprire una discussione il più possibile allargata in rete sugli aspetti e le responsabilità etiche e politiche nell’hacking.

Proponiamo quindi che su quest’argomento venga aperto anche uno spazio fisico di discussione continuativa, aperta, orizzontale e non formalizzata da comportamenti politichesi quali ordini del giorno, mozioni finali eccetera – che non ci appartengono perché oscurano la libera espressione e l’assunzione di responsabilità personale.

Proponiamo che questo spazio resti aperto per tutta la durata dell’hackmeeting 2000 e che i contributi di chiunque interverrà in esso siano ridiffusi in rete e che possano essere liberamente riprodotti e distribuiti senza scopo di lucro.

Intendiamo naturalmente dare il necessario apporto, logistico e di dibattito, a tale spazio.

Hacklab Firenze

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