Google, e gli azionisti applaudono

Amnesty ci ha provato: voleva inchiodare i vertici di Google al rispetto radicale dei diritti umani. Un buco nell'acqua: Board rinnovata, mozioni bocciate e spalle girate. Brin spiega: Google rende il mondo un posto migliore
Amnesty ci ha provato: voleva inchiodare i vertici di Google al rispetto radicale dei diritti umani. Un buco nell'acqua: Board rinnovata, mozioni bocciate e spalle girate. Brin spiega: Google rende il mondo un posto migliore

L’azienda detiene il marchio commerciale più noto dell’intera Internet, i suoi risultati finanziari alimentano l’invidia di mezza Silicon Valley (l’altra mezza campa con l’indotto), il suo prestigio nel mondo è un fatto riconosciuto e dovuto in buona parte all’eccellenza delle proprie tecnologie. E della propria comunicazione. Non sorprende dunque che all’ultima assemblea degli azionisti, che qualcuno sperava agitata , si sia invece registrata calma piatta , nonostante in ballo ci fossero temi potenzialmente dirompenti, come la posizione di Google sulla censura , il rapporto con i cinesi, il ruolo del search nell’informazione democratica e via dicendo. Temi che qualcuno, leggi Amnesty International , ha persino tentato di portare all’attenzione dell’assemblea. Tutto quello che ha ottenuto è stata l’astensione di Sergey Brin.

sergey brin Due le proposte colpite e affondate dallo scarsissimo interesse di board e soci: quella di mettere in piedi una particolare commissione interna dedicata al tema dei diritti umani e quella di definire una policy precisa e pubblica sui rapporti di Google con la Cina e più in generale sul comportamento che Google dovrebbe tenere nei paesi in cui risalta il controllo della rete e dell’informazione.

Affondate. Nell’acqua sono finite quelle richieste apparentemente ragionevoli nel responsabilizzare Google. Chiedevano cose come non ospitare i dati identificativi degli utenti in paesi ad alto tasso di censura e di arresti, oppure evitare che l’azienda possa segnalare di propria sponte violazioni alle leggi restrittive ed imporre che Google ricorra ad ogni mezzo legale possibile per resistere alle richieste di censura. E in più: trasparenza sulla censura, informazione agli utenti di quanto viene censurato dal portale, trasparenza sul come vengono gestiti i dati e forniti a terzi, trasparenza sui casi di censura imposti dalle autorità.

L’accusa portata in assemblea da Tony Cruz di Amnesty, che parlava per conto di un azionista di minoranza, un fondo di New York col pallino dei diritti, è che Google in Cina non stia facendo alcun progresso sul fronte dei diritti umani. “Abbiamo visto solo poco più che chiacchiere e approcci difensivi da Google fin da quando i problemi sono emersi – ha dichiarato – nulla impedisce a Google di fare passi per migliorare questo problema mentre comunque si dialoga su quali debbano essere gli standard (di comportamento, ndr.) di riferimento”. Il problema è grosso come una casa, eppure ultimamente è eludibile, complice la lunghissima campagna presidenziale americana: Google insieme alle rivali di sempre, Microsoft e Yahoo, ormai da lungo tempo è nel mirino della politica statunitense , che non vede di buon occhio i cedimenti delle grandi net company del paese alle richieste censorie di Cina&C. Ma la politica è un vento caotico che si posa su un oggetto per non più di un attimo, il tempo necessario alla pubblica opinione per stufarsene, e così alle pesanti critiche dei mesi scorsi è seguito un sostanziale silenzio. Una tregua che non dispiace ai generali di Silicon Valley, impegnati in strategie globalizzatrici che comprendono lo scendere a patti con i regimi di mezzo mondo. Non c’è altra via, ha dichiarato Google in più occasioni , meglio un compromesso che evitare di fornire del tutto certi servizi . E sul come questo compromesso si possa mai raggiungere, come ha scoperto Amnesty in questi giorni, nessuno ha voglia di chiedere dettagli.

Ragionevolezza , s’è detto, così tanta ragionevolezza che nonostante la calma piatta e la sostanziale sudditanza degli azionisti ad una Board di tale successo, Sergey Brin in persona ha ritenuto suo dovere esprimersi. Per spiegare che sì, i contenuti delle mozioni sono condivisibili, ha voluto certificare che sono scopi effettivamente ragionevoli, ma anche sottolineare che una cosa così non può che costringerlo ad astenersi perché non ci sono solo i contenuti, c’è anche la forma, e la forma proprio non gli è piaciuta. Voto di astensione, dunque, astensione anche da una ripresentazione di quei contenuti in altra forma, o da un qualsiasi appoggio ad una loro riproposizione in altra occasione. D’altra parte Brin non ci sta al paragone tra Google e i rivali sotteso nell’intervento di Amnesty, si dice orgoglioso di quanto fatto in Cina: “Google – ha voluto dichiarare il co-founder – si è comportato molto meglio delle altre società del search nel rendere l’informazione liberamente accessibile”.

Brin non nasconde che sia difficile fare business in Cina e ricorda come, prima di sbarcare in quel paese, nelle segrete stanze di Mountain View si sia parlato a lungo di censura: “Ne abbiamo parlato, delle restrizioni a cui saremmo andati incontro, limiti che non sono in linea con le nostre policy. Ma siamo comunque riusciti ad arrivarci in un modo che soddisfa molti dei nostri principi”. Non solo, ha detto Brin, Google ha provocato un cambiamento anche nelle imprese locali, come il leader del search cinese, Baidu. Da quando Google ha iniziato ad informare gli utenti che determinate informazioni non sono disponibili per richiesta del Governo, la stessa informazione ha iniziato a fornirla anche Baidu. E questo dovrebbe bastare a rendere chiaro a tutti l’impatto positivo che Google può comunque provocare sulla società cinese.

Ma Brin, che il CEO di Google Eric Schmidt ritiene un adulto e lo dice ad ogni pié sospinto , si è anche allungato nel sostenere che il primo scopo della presenza di Google in Cina non sono gli interessi commerciali . Perché mai dovrebbero essere i dindi a guidare l’esplorazione dello spazio cinese da parte di Google? “Il nostro scopo primario in paesi come la Cina – ha dichiarato Brin – non è generare più profitti possibili. Potremmo andarcene domani e questo non avrebbe alcun effetto sensibile sulle nostre entrate. Il nostro scopo è stato fare quello che di più positivo possiamo fare”. Basta crederci, qualcuno ci crede, qualcun altro bisbiglia. Ma più di uno mette in evidenza la rilevanza del fatto che Brin almeno si sia astenuto. Rilevante, perché proprio la Board di Google aveva già consigliato agli azionisti di bocciare tutto , come è poi puntualmente avvenuto.

Se questi temi hanno dominato l’Assemblea, di certo non hanno dominato le votazioni. Gli azionisti hanno bocciato le mozioni ma hanno promosso i loro leader preferiti a pieni voti: la Board di Google è stata rinnovata così com’è, la fiducia nell’operato del sacro trittico Brin-Page-Schmidt è assoluta. Nella testa dei tre non c’è la Cina, c’è la speranza di stringere ulteriormente con Yahoo!, allontanando definitivamente la partner-rivale dall’orbita di Microsoft. I tre sono sicuramente e ragionevolmente più preoccupati dalle dichiarazioni con cui Microsoft fa sapere di non essersi ancora dimenticata del tutto di Yahoo delle carte bollate presentate da Amnesty. È un uomo dallo sguardo deciso e dai pochi capelli a poter impensierire i manovratori, non certo le buone intenzioni di un’associazione che si batte per i diritti civili.

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11 05 2008
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