Google e Oracle, (mezza) sentenza sulle API di Java

Google ha copiato: Oracle ringrazia ma perde in Borsa, Mountain View attende la sentenza finale ma intanto gongola. In sospeso, ancora, la nozione di fair use e la possibilità di registrare con il diritto d'autore le API

Roma – Entra nel vivo il caso che vede contrapposte Google e Oracle con al centro la presunta violazione della proprietà intellettuale di Java: si è espressa la giuria che doveva cercare di rilevare la violazione da parte di Mountain View della proprietà intellettuale associata al linguaggio di programmazione acquisito da Oracle insieme a Sun Microsystems.

Tutto è iniziato con la denuncia di Oracle nei confronti di Google per la violazione della proprietà intellettuale legata al codice Java impiegato nel test compatibility kit (TCK) Dalvik che permette al sistema operativo Android di far girare applicazioni scritte nel linguaggio di programmazione di Java. Riguarda, insomma, il copyright di intere linee di codice dell’interfaccia Java, quello associato all’utilizzo delle sue API, nonché l’eventuale fair use associato al suo impiego da parte di Mountain View.

La giuria cui è stato sottoposto il caso ha rilevato all’unanimità che Google ha in effetti violato almeno in parte il copyright di Oracle legato alle API Java : una prima decisione emessa, tuttavia, non significa che si inizi a fare chiarezza sulla vicenda.

D’altra parte la stessa giuria segnala altresì che Google sia stata spinta da Oracle e/o Sun a pensare che non avesse bisogno di ottenere una licenza per utilizzare le API in questione .

Inoltre, la giuria non ha raggiunto una decisione unanime per quanto riguarda il concetto di fair use e la sua applicabilità alla modalità con cui Google ha impiegato le API Java. A tal proposito, tuttavia, gli osservatori più esperti di diritto statunitense rilevano che sul punto non ci sia comunque bisogno di un verdetto della giuria: deve essere insomma la corte a decidere in base alle interpretazioni della normativa.

Si tratta per il momento, dunque, di un verdetto parziale che giudica “copiate” solo nove righe del codice delle API e alcune funzioni come rangeCheck, quelle peraltro che Google aveva già ammesso di aver inserito per errore: da queste decisioni deve ora muoversi il giudice Alsup per avviare la fase centrale del processo.

Oracle, le cui azioni hanno perso l’1,72 per cento dopo la notizia, ha accolto in ogni caso con favore il verdetto della giuria in nome dei “9 milioni di sviluppatori e dell’intera community di Java”. A suo favore si schiera d’altra parte adesso anche uno dei padri di Java, James Gosling, che sottolinea la colpevolezza di Google.

Anche Mountain View, d’altronde, ha espresso “apprezzamento per lo sforzo della giuria”: e anche se le sue azioni sono state premiate in Borsa dopo l’uscita della decisione, ha affermato che la decisione fondamentale è quella relativa alla tutelabilità via copyright delle API di Oracle , questione su cui si devono esprimere il giudice e la Corte, per cui è importante entrare nella parte vera e propria del processo.

Si tratta di una questione di impatto estremamente vasto perché occorre vedere come una proprietà intellettuale che protegge l’espressione di un’idea (il diritto d’autore) possa estendersi fino alla grammatica e al linguaggio stesso (come potrebbero essere considerate le API) di tale espressione. Per questo l’esito del processo può avere conseguenze sull’ecosistema delle API e sull’utilizzo dei linguaggi di programmazione diversi da Java: ben oltre lo scontro Oracle – Google.

Claudio Tamburrino

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