GTA, sesso per 20 milioni di dollari

Si chiude la class action avviata per i minigiochi piccanti nascosti nel game. Accordo raggiunto fra la produttrice e gli azionisti
Si chiude la class action avviata per i minigiochi piccanti nascosti nel game. Accordo raggiunto fra la produttrice e gli azionisti

I programmatori di Grand Theft Auto: San Andreas hanno scoperto a loro spese la differenza fra sesso nel mondo reale e sesso videogiocato: quest’ultimo costa molto di più. Per le scene a luci rosse nascoste all’interno del gioco hanno alla fine pagato 20 milioni di dollari per chiudere la class action intentata contro di loro.

screenshot Avviata nel 2006 dagli azionisti contro Take-Two, la class action esplosa dall’ affaire Hot Coffee si conclude quindi con un accordo e numerosi cambiamenti sia per la produttrice di videogame che per il sistema di valutazione dei contenuti dei giochi.

Il caso ha avuto una grande eco sui mezzi di informazione ed è conosciuto come Hot Coffee (poi divenuto sinonimo di scandali nel mondo dei videogiochi) dall’invito con cui le donne di San Andreas attirano il protagonista dentro casa loro, dove inizia un minigioco sessuale: Rockstar Games aveva nascosto nel codice di GTA il contenuto esplicito che poteva essere sbloccato attraverso una patch ottenibile online.

Una prima causa era stata aperta dai consumatori, fonti raccontano di una 85enne che afferma di aver comprato il gioco per il nipotino: la violenza non l’ha impressionata, ma una volta scoperte le scene di sesso nascoste ha deciso di partecipare alla class action.

Ma la tempesta mediatica si era limitata a scatenare i legali, mentre i possibili danneggiati erano rimasti freddi davanti all’opportunità di rivalersi sulla softwarehouse, facendo ben presto sgonfiare il caso e facendolo archiviare con un nulla di fatto.

La scoperta, poi, aveva fatto ricatalogare GTA come “Solo per adulti” ed era quindi stato tolto dagli scaffali, facendo così crollare le quotazioni dell’azienda produttrice e portando gli azionisti ad aprire una nuova class action.

A trascinare nei guai i programmatori, la difesa avanzata: Take-Two affermava che la pornografia contenuta fosse opera di un gruppo di smanettoni che si era dato da fare per modificare a loro insaputa le scene, alterando il codice. Il fatto che in ogni copia del gioco fossero già contenute le parti di codice nascosto, seppur sbloccabile solo con una patch “scovata online dagli smanettoni”, li ha condannati all’evidenza.

Il caso è così proseguito con ulteriori accuse contro la casa produttrice: i manager di Take-Two non avrebbero collaborato sufficientemente, ma soprattutto non sarebbero stati in grado di riportare correttamente e chiaramente la loro contingenza finanziaria. La situazione è sfociata in un rimpasto del management e dal 2007 Ben Feder è il nuovo CEO.

Per chiudere il caso la società ha deciso quindi di arrivare ad un accordo, e alla fine è bastato sborsare 20 milioni di dollari (15,2 dei quali saranno pagati dall’assicurazione).

Le conseguenze maggiori vi sono invece state subito dopo l’esplosione del caso, con la decisione dell’Entertainment Software Rating Board ( ESRB ), che effettua la valutazione sul contenuto dei giochi, di revisionare tutto il sistema di rating e chiedendo ora che ogni parte del prodotto finale sia mostrata. Anche quelle che, in un modo o nell’altro, non è previsto di rendere visibili agli utenti.

Claudio Tamburrino

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