I chip sottopelle misureranno il diabete

Questa volta l'identificazione di informazioni personali in radiofrequenza potrebbe risultare utile alle centinaia di milioni di malati affetti da una delle patologie più diffuse al mondo

Roma – VeriChip Corporation , l’azienda realizzatrice del contestato chip RFID per l’identificazione da remoto impiantabile sottopelle (il primo approvato dalla Food and Drug Administration americana), pare abbia trovato il modo di adoperare la propria tecnologia per sviluppare un ritrovato utile a chi soffre di diabete per tenere sotto controllo in ogni momento la malattia.

Il nuovo chip, prodotto dall’azienda sussidiaria Digital Angel , è sensibile al glucosio e viene inserito nel corpo con una siringa. Una volta installato potrà essere impiegato per rivelare in tempo reale il livello di glucosio presente nel sangue con un apposito scanner del segnale RFID. Essendo di tipo passivo , l’apparato non necessita di alcuna batteria o manutenzione per poter operare correttamente nel corso del tempo.

I 230 milioni di persone nel mondo affetti da questa importante patologia, sperano i produttori, potranno presto dire addio alle dolorose punture alle dita finora necessarie per monitorarla e tenerla sotto controllo. La tecnologia RFID, per contro, dimostrerà di poter essere implementata per un miglioramento sostanziale della qualità della vita , e non soltanto per divenire lo strumento di identificazione e controllo globali del nuovo secolo.

Ma le perplessità rimangono : proprio l’estrema duttilità della tecnologia che ha permesso la realizzazione dei chip sensibili al glucosio (che sono in attesa dell’approvazione da parte della FDA) fa considerare sempre con estrema prudenza i rischi potenziali connessi alla pervasitivà dei chip sottopelle. Senza considerare la recente distribuzione di un vero e proprio tutorial utile a clonare e riutilizzare le informazioni digitali in essi contenute.

Alfonso Maruccia

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  • Anonimo scrive:
    Articolo impreciso
    Carissimi-segnalo alcune imprecisioni:1) la carta dei diritti non è stato promossa Ip Justice, ma è il risultato di Tunisi Mon Amour, pensata e diffusa dagli italiani e poi sottoscritta da 5000 persone. E' un'iniziativa tutta italiana a cui si è aggiunta Ip Justice2) la questione dei diritti offline-online l'ha espressa solo Rodotà e non Robin Gross3) Rodotà non è più presidente delle autorithy europee.PS: se volete altri dettagli, leggete qui.http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=60755Io c'ero e ho anche una videoregistrazione di tutto l'evento, se vi puo' servire.a presto, con affettoarturo
  • Solvalou scrive:
    Questa iniziativa
    non mi pare adatta al far west che e' internet. L'utente digitale deve prendere in mano la situazione. La natura di internet aiuta in questo, visto che piccoli sforzi distribuiti possono dare grossi risultati. Ovviamente l'obbiettivo e' quello di tornare ad essere semplici utenti che non si devono preoccupare troppo dei dettagli del mezzo ma concentrarsi sul lavoro. Questo non ve lo lasceranno raggiungere MAI quelle tra le case software che son cresciute a furia di vendere prodotti di scarsa qualita' e compatibilita' guadagnando sulla necessita' di update.Ergo, io supporto l'alternativa, sapendo di fare un piacere anche a quei genii che non si rendono conto che se windows fa meno schifo ultimamente e' grazie all'alternativa.Cosa sarebbe del panorama software se invece della rivoluzione del free software fossimo stati a chiedere a Microsoft e compagnia di rispettare costituzioni dei diritti degli utenti?
  • Anonimo scrive:
    Inutile?
    Un essere umano è tale sia offline che online.A cosa, ma soprattutto a chi, gioverebbe davverouna tale regolamentazione?"Abbiamo bisogno di un progetto globale", silegge nell'articolo. Ma di che tipo?Prima propugneranno diritti globali. E poi?Imporranno doveri (obblighi) globali?
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