I due spigoli di Internet

di Luca Schiavoni - Sono stati messi in evidenza dal caso del disegno di legge sull'editoria. Fin dall'epoca dei ciclostili, due visioni si confrontano, e si scontrano. Solo che oggi c'è Internet, e tutto cambia
di Luca Schiavoni - Sono stati messi in evidenza dal caso del disegno di legge sull'editoria. Fin dall'epoca dei ciclostili, due visioni si confrontano, e si scontrano. Solo che oggi c'è Internet, e tutto cambia

Vittime di un fraintendimento culturale, Come i terrestri (americani) in Mars Attacks ecco gli italiani del XXI secolo, alle prese con Internet ed una serie incredibile di tentativi di censure e controllo generate da chi non ha nel proprio DNA quella libertà di espressione, e caotica circolazione delle informazioni, che è di Internet motore e causa involontaria del suo successo planetario.

Italiani: gli stessi che per decenni, e con la vista corta, non hanno mosso un dito contro un controllo anticostituzionale dell’Informazione (leggasi: Ordine dei Giornalisti e – quindi – divieto di libera stampa in vigore da 50 anni) ora sazi di spazi di discussione ed informazione virtuali restano quasi increduli e scandalizzati di fronte a quello che di fatto c’era già in Italia, ovvero la burocratizzazione e controllo della non-libertà di stampa e d’espressione.

Con qualche illuminata eccezione, anche per quel che riguarda le migliaia di persone per le quali la politica rappresenta un impegno quotidiano ed un contratto verso i propri elettori, ben pochi percepivano il malsano humus nel quale inevitabilmente anche le zattere a gonfie vele del web prima o poi si dovevano andare ad incagliare.
Che sia un blog, un sito di quartiere o una fanzine politica, oggi “pubblicare” il proprio pensiero e le proprie opinioni on line, perché in fondo di questo si parla, è sicuramente più semplice di quanto negli anni 70 si poteva fare con ciclostilati e spillatrici.

Eppure sono le stesse due culture a confronto, due generazioni: quella cresciuta a colpi di lobby, caste e ordini professionali, alla quale le parole “Regolamentare” e “Registro” sono familiari e addirittura elementi fondanti della democrazia, e quella “alternativa”.

Alternativa nel senso di raccogliere infinite informazioni controcorrente su qualsiasi argomento o quasi esistente (dalla medicina ai grandi fatti, passando per lo sputtanamento di molti media tradizionali che vengono smentiti o confermati con tre clic), alternativa nel senso di stravolgere ed imporre di reinventare il “sistema copyright” e la distribuzione planetaria di materiale audio-video, ad esempio.

Le cose nuove spaventano sempre le vecchie generazioni, come quando i nonni avevano paura di usare il telefono (una macchina infernale che parla, e che toglie il piacere di parlare a quattrocchi) o l’automobile, il treno, l’aeroplano o la televisione e così via.

Tra le varie “alternative” che internet porta in grembo, indubbiamente la più rivoluzionaria consiste nella possibilità di informare ed informarsi al di fuori dei canali tradizionali. Con tutti i pro e contro del caso, dato che su Internet dopo cinque clic qualsiasi cosa diventa vera.

Chi usa spesso ed è cresciuto in mezzo a queste alternative non ha bisogno di un bollino per capire se una informazione è vera, o meno. E la certificazione non basta a fare dei giornali e telegiornali italiani delle fonti qualificate, così come una autorizzazione (incostituzionale) “alla stampa” non fa di tutti i giornalisti dei bravi giornalisti. E, viceversa, la mancanza di un bollino o di autorizzazione (incostituzionale) non fa di un blog o di un sito internet una fonte non attendibile di informazioni.

Ma l’alternativa, o meglio un discreto set di alternative possibili, sono le stesse che sempre più spesso persino i media tradizionali accolgono con entusiasmo, perché possono essere le voci alternative di un paese in guerra, le voci dei dissidenti di un regime, le informazioni su fatti nascosti dai media dei “potenti”.

Sarebbe interessante conoscere le motivazioni per cui le informazioni di un blog cinese o birmano finiscono nel Tg della sera e quelle dei blog nostrani fanno invece così paura. Forse corrono il rischio di essere confuse con le “versioni ufficiali” dei fatti? Questi sembrano i timori irrefrenabili dei tutori dei media italiani. “Tutti hanno diritto ad una informazione completa”, dicono. Grazie, abbiamo già fatto da noi, Internet lo consente, con pochi clic, a tutti. Una “nuova” alternativa fatta sul web di mille voci e mille opinioni su mille argomenti (anche sul nulla, perché no) che non può essere né concepita né permessa da chi culturalmente ha bisogno, per mantenere il proprio status quo, di controllo e registri.

Le motivazioni possono esser varie, e per giustificare l’ingiustificabile si ricorre spesso a motivi di ordine pubblico, di tasse non pagate, di prevenzione del terrorismo, di controllo dei reati possibili. Motivazioni che appaiono ai più, purtroppo, molto più comprensibili degli spazi di libertà e di espressione che vengono mano a mano negati ed inquadrati in quella vecchia logica e cultura.

Si accusa spesso questo giornale di parlare troppo di “politica” dimenticando forse che la politica è la partecipazione alla cosa pubblica. Politica è un forum, politica è scrivere sul web in qualsiasi forma e diffusione, politica è scegliere cosa pubblicare, cosa ascoltare e cosa proporre al prossimo su un media per sua natura libertario e (quasi) incontrollabile.

La politica, in senso lato, non ha bisogno di autorizzazioni e censure, così come la stampa. Almeno così recita una Costituzione Italiana di cui sia l’una che l’altra politica dovrebbero più spesso ricordarsi. La politica oggi non ha bisogno di poltrone, si accontenta di un accesso ad internet. Sarà per quello che solo in Italia e in Cina persino gli Internet Point sono soggetti ad autorizzazioni e controlli sui singoli accessi?

L’altra politica, quella che apre e chiude portali da milioni di euro , continuerà a farlo perché di quello è capace, quello è quanto può concepire. Continuerà poi ad istituire organismi di controllo e tutela, registri per monitorare e catalogare gli atomi d’acqua di un ruscello in piena mentre si trasformano in vapore, pioggia e poi di nuovo ruscello di nuove informazioni e opinioni.

Se il diritto di mugugno è uno dei pochi rimasti inviolabili, sarebbe forse bene utilizzare anche gli altri diritti superstiti per trovare punti di contatto tra le due politiche, ad esempio durante le elezioni, affidando potere a chi ha una cultura più moderna e proiettata verso la Rete, o dando forza nei mille modi possibili alle voci di una minoranza che tanto minoranza ormai non è più.

Il “Caso Grillo” o l’entusiasmante petizione contro i costi di ricarica sono stati, spero, solo la punta di un iceberg. Nessun Titanic da affondare, stavolta, ma solo oceani da contaminare.

LucaS

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23 10 2007
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