Il P2P non incide affatto sulle vendite di musica

Si torna a parlare dello studio che controbatte le tesi dell'industria di settore, uno studio che analizza nel dettaglio l'uso delle piattaforme di sharing e il loro effetto sulle uscite di centinaia di album
Si torna a parlare dello studio che controbatte le tesi dell'industria di settore, uno studio che analizza nel dettaglio l'uso delle piattaforme di sharing e il loro effetto sulle uscite di centinaia di album

Quello che dicono da anni numerosi appassionati di musica e che sostengono i più incalliti utenti dei sistemi peer-to-peer è confortato da un autorevole studio in via di pubblicazione sul prestigioso Journal of Political Economy americano: il P2P non ha alcun effetto sulle vendite di musica o, almeno, nessun effetto che sia misurabile. Lo studio non è una novità , ma solleva attenzione il fatto che sia destinato ad apparire su una pubblicazione di questo rilievo.

Due studiosi, Felix Oberholzer-Gee e Koleman Strumpf, avevano analizzato il comportamento degli utenti peer-to-peer mettendolo in relazione con un campione di 680 album che nel periodo preso in esame, l’ultimo quadrimestre del 2002, sono arrivati sul mercato. Come ricorda Ars Technica , non si erano limitati a studiare l’andamento del mercato e del P2P negli States ma avevano anche analizzato l’influenza che può aver avuto l’utenza P2P più vasta dopo quella americana, quella in Germania.

In sostanza, comparando i log di due server OpenNap utilizzando un tool noto anche all’industria (Nielsen SoundScan), avevano valutato quanto avessero impattato sulle vendite di quegli album 1,75 milioni di canzoni scambiate in quel periodo. Scoprendo che il P2P non colpisce le vendite se non per un mero 0,7 per cento , un dato che gli studiosi considerano statisticamente irrilevante.

“Utilizzando i dati dettagliati sugli scambi di file musicali – spiegano ora gli autori – abbiamo scoperto che il file sharing non ha un effetto statisticamente significativo sulla vendita media degli album del nostro campione. Anche la nostra stima più negativa indica che un aumento nel file sharing riduce le vendite settimanali di un album di sole 368 copie, un effetto troppo ridotto per distinguerlo da uno zero sul piano statistico “.

Ma c’è di più. L’analisi dei due ricercatori indicava che la musica più venduta in quel periodo, la più “popolare”, è stata anche quella più scambiata sui network del file sharing. In buona sostanza, concludeva la ricerca, persino l’aumento delle attività di sharing non ha in alcun modo intaccato le vendite.

Secondo i due studiosi, nel corso del 2002 negli USA sono stati venduti 803 milioni di CD, 80 milioni in meno rispetto all’anno precedente. Ars osserva che secondo i discografici americani di RIAA è proprio il P2P ad aver determinato negli anni il calo delle vendite. Eppure lo studio dimostra che al massimo può aver impattato sulla vendita di 6 milioni di CD. E gli altri 74 milioni?

Infine il rapporto inquadra come ragione del calo delle vendite, almeno in parte, il fatto che nel periodo esaminato sono aumentate le vendite di DVD , che possono aver impedito ai consumatori di spendere anche sui CD le stesse cifre dell’anno precedente.

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12 02 2007
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