Internet nelle mani di chi?

di Luddist - E' vero, molte normative su Internet sono destinate a fallire perché la rete è mutevole quanto e più della tecnologia. Ma è anche vero che quanto secernono i palazzi romani supera ogni previsione
di Luddist - E' vero, molte normative su Internet sono destinate a fallire perché la rete è mutevole quanto e più della tecnologia. Ma è anche vero che quanto secernono i palazzi romani supera ogni previsione


Roma – Qualcuno faccia qualcosa. Non voglio entrare nel merito del decreto legge che finanzia cinema e sport ma che in realtà aggredisce le libertà degli utenti internet nonché le possibilità di sviluppo della rete. Né voglio discettare sulle misure introdotte da un’altra legge per fornire a spese degli utenti internet quantità abnormi di materiali informatici le biblioteche nazionali. Quello che invece vorrei capire sono le motivazioni di tanti grossolani errori .

Mi scuseranno i puristi della politica, quelli che conoscono i giochi che vengono fatti dietro le quinte, quelli che sanno sempre cosa succede quando e sotto la scrivania di chi, ma trovo francamente degradante per il Parlamento italiano che nel 2004 certe normative trovino spazio e vengano addirittura approvate.

Qualcuno di quel pugno di maniaci che in Italia frequentava Internet nel 1994, 1995 o 1996 avrà letto, magari proprio sul quotidiano che gentilmente ospita questo mio commento, come il Congresso americano a quei tempi fosse già al lavoro per capire la rete, o quantomeno per provarci.

È vero che nel 1998 proprio a Washington fu approvato il DMCA, che per chi ha vissuto sei anni tra le nuvole è la peggiore legge mai concepita in materia di copyright, ma è anche vero che il Congresso ha voluto una internet senza tasse, ha spinto sulla banda larga fin dall’inizio, ha tutelato gli interessi degli operatori concepiti come motore dello sviluppo e via dicendo. Ha fatto errori, ovvio, ma nel 1996, quando da noi la rete era in mano a pochi pazzi, Washington aveva già capito di vivere gli albori di una nuova era .

Qui da noi, sei anni dopo, ad averlo capito sono solo alcuni punti di riferimento in rete, certi esponenti dell’industria, un manipolo di attivisti dell’open source e di blogger, insomma un coacervo di avvertiti utenti internet. Di certo non lo ha capito la classe politica .

C’è qualcosa di inquietante, qualcosa che atterrisce, nel fatto che a Roma, nel Palazzo, ci si ingegni a normare l’universo mondo del cinema o della musica, dei libri o della cultura, non trovando niente di meglio che infilare Internet dappertutto con l’insipienza di chi sa solo che la rete esiste ma non ne coglie il funzionamento, la netiquette, la delicatezza, l’afflato liberatorio e le speranze che rappresenta e da cui è costituita.

Il mio non è uno sfogo contro questa o quella legge proposta da questo o quel ministro e approvata in Parlamento da una maggioranza o da un’altra. Non è una tirata contro i contenuti di questa o quella legge.
Il mio vuole essere in primo luogo una presa d’atto e in secondo luogo un atto d’accusa contro il metodo , contro l’assenza di una attività di informazione preventiva all’emanazione delle leggi, contro l’arroganza di chi ritiene di poter legiferare su materie che palesemente non conosce.

Perché è intollerabile sentirsi dire da un relatore di un provvedimento (sì, sempre quello, quello che si discute al Senato il 18) che colpisce al cuore la rete che non c’era tempo per valutare quello che si stava proponendo . Mi scuserà l’onorevole in questione se ritengo internet assai più importante del sostegno pubblico alle sale cinematografiche e se credo sia molto più rilevante preservare le libertà piuttosto che sostenere a spese di queste ultime un comparto industriale che ha molti torti.

Perché è intollerabile leggere che nell’era digitale le biblioteche nazionali, invece di catturare automaticamente le informazioni eventualmente ritenute di interesse documentale, dovrebbero al contrario essere rifornite di documenti da chi vive la rete giorno dopo giorno.

Perché è intollerabile che oltre all’ignoranza della legge sia pure proposta la beffa di sanzioni , dalle multe al carcere, che non rappresentano uno scudiscio per chi abusa della rete, rappresentano invece l’emblema della situazione tristissima in cui versa questo paese, capace di agitarsi per la rivoluzione digitale al punto da non riuscire ad afferrarne il senso.

Luddist

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Digitale terrestre, chi gira l’assegno?
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12 05 2004
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