La tecnofobia clicca sempre due volte

di Guido Scorza - Blogger condannati per stampa clandestina senza che nessuno abbia mai loro imposto alcuna registrazione, blog sequestrati per aver riprodotto articoli di giornali e portali indagati per il video postato da un ragazzino
di Guido Scorza - Blogger condannati per stampa clandestina senza che nessuno abbia mai loro imposto alcuna registrazione, blog sequestrati per aver riprodotto articoli di giornali e portali indagati per il video postato da un ragazzino

Io la chiamo tecno-fobia o schizofrenia legislativa ma forse è “solo” scarsa conoscenza. Il Garante per la tutela della privacy e della riservatezza nelle scorse settimane ha avvertito che fisserà regole chiare e piuttosto restrittive per lo sbarco in Italia del servizio Google Street View: oscuramento del volto delle persone, mascheramento delle targhe, non identificabilità dei comportamenti umani e, infine, adeguata informazione circa le riprese in corso attraverso le Google Car.

Sto facendo un po’ di zapping in TV: un servizio sulle prime code ai caselli autostradali per l’esodo estivo e un altro sulle “domeniche ecologiche” nelle principali città italiane con immagini di repertorio, un programma di viaggi e turismo alla scoperta di strade, piazze e monumenti delle nostre città d’arte. Migliaia e migliaia di fotogrammi di targhe, volti di persone ben visibili, frammenti di vita comune: coppie e famiglie in partenza per questa o quella località, anziani rimasti in città e cittadini e stranieri a passeggio per le vie delle nostre città per mano, da soli o piuttosto abbracciati.

Eppure io non ho mai visto la troupe di un’emittente televisiva preceduta da un gobbo con la gigantografia di un’informativa sulla privacy o, piuttosto, le immagini di viaggiatori e passanti rese irriconoscibili attraverso accorgimenti digitali o, magari, i numeri delle targhe dei veicoli in coda al casello mascherati elettronicamente.

Perché in TV tutto va bene e nel web bisogna prestare tanta attenzione?

Sul web certi “fotogrammi” diventano “eterni” mi si dirà e, dunque, è più facile che un utente di Google Street View riconosca in un’immagine il suo vicino di casa a passeggio con la moglie di quanto non lo sia in un servizio televisivo da pochi minuti.
Ma basta una differenza “quantitativa” di questo genere per giustificare una risposta giuridica tanto diversa nei due casi?

Il Governo propone di stampigliare le impronte digitali di tutti i cittadini italiani sulle carte d’identità mettendo così in circolazione su un supporto fisico un dato biometrico e, dunque, un frammento unico ed irripetibile dell’identità di ogni individuo e, i più, rimangono a guardare non rendendosi conto o, più probabilmente, fingendo di non rendersi conto che così facendo si espone ad un rischio incontrollabile la titolarità di uno dei dati personali più preziosi per ciascuno di noi e si corre il rischio di condannare qualcuno – per il fatto solo di aver perso la propria carta d’identità – a fare i conti vita natural durante con “un altro se stesso” in giro per il mondo.

Ad un tempo, però, preoccupazioni legate alla necessaria tutela della privacy e dell’identità personale hanno precluso di utilizzare i dati biometrici per l’attivazione dei dispositivi di firma digitale.
La biometria, infatti, avrebbe consentito di “attaccare” il dispositivo di firma al braccio dell’individuo e di ricreare così nel mutato contesto tecnologico la medesima situazione fattuale caratteristica della sottoscrizione autografa.
L’aver accantonato tale eventualità ha fatto sì che, oggi, ci si debba accontentare di una semplice presunzione legale: quella secondo cui il dispositivo deve ritenersi utilizzato, salvo prova contraria, dal suo titolare.

Difficile, ancora una volta, resistere dal domandarsi il perché di tante preoccupazioni – probabilmente corrette – quando si parla di bit e di tanta “leggerezza” quando si tratta del mondo degli atomi.

Qualche mese fa, come ricorderanno i lettori di Punto Informatico , ha fatto scalpore la decisione dell’Agenzia delle entrate di pubblicare on-line i dati relativi ai redditi dei contribuenti italiani.
L’Agenzia, come tempestivamente accertò il Garante per la privacy, aveva sbagliato e violato la disciplina vigente a tutela, appunto, della privacy e della riservatezza.
D’accordo, ma quei dati erano pubblici ed avrebbero dovuto essere resi accessibili – magari con modalità tecniche diverse e meno “generaliste” – anche attraverso gli strumenti telematici.

È bastato paventare l’eventualità che in futuro ciò avrebbe potuto accadere perché il Palazzo – dopo aver lasciato la disciplina di riferimento eguale a se stessa per oltre un trentennio – si determinasse ad agire d’urgenza modificando radicalmente – attraverso l’art. 42 del Decreto Legge n. 112/2008 (avente ad oggetto “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”) – il regime di pubblicità di quei dati e precludendone in modo pressoché assoluto la comunicazione e diffusione.

Il legislatore, dunque, non ha dettato così come sarebbe stato lecito attendersi nuove modalità per l’accesso attraverso i nuovi strumenti telematici di quei dati da parte dei cittadini ma ha, piuttosto, preferito sottrarli quanto più possibile dal mondo dei bit.

Ancora un esempio prima di trarre qualche conclusione.

La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, la nostra costituzione e quella di centinaia di altri Paesi, Leggi, Giudici e sentenze – sebbene con intensità e determinazione diversa a seconda di regimi ed epoche storiche – ricordano da decenni che la libertà di manifestazione del pensiero costituisce una pietra angolare di ogni ordinamento democratico e che il suo esercizio deve essere garantito ad ogni cittadino, tra l’altro, quale insopprimibile strumento di affermazione ed estrinsecazione della propria personalità.

La limitatezza dei canali di accesso ai media ha, tuttavia, sino a ieri inesorabilmente compresso il pieno esercizio di tale libertà da parte dei più consegnando l’informazione nelle mani di pochi.
Oggi, finalmente, esiste un media ontologicamente diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto e, per questo, in grado di offrire a chiunque – o almeno a quanti hanno la fortuna di appartenere alla c.d società dei 2/3 ovvero degli “intrerconnessi” – la possibilità di esercitare tale libertà.

In tale contesto dalle leggi, dai politici e dai giudici ci si sarebbe attesi una convinta difesa dei nuovi canali di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero: nessuna deroga ai principi generali secondo cui l’esercizio di ogni libertà deve finire laddove rischia di ledere quella altrui e chiunque deve rispondere delle conseguenze delle proprie condotte ma, ad un tempo, nessuna limitazione all’esercizio di tale libertà in nome di regole vecchie e superate dalla tecnologia.
Ma il mondo dei bit, ancora una volta ha dato vita ad una reazione difficilmente spiegabile.

Blogger condannati per stampa clandestina senza che nessuno abbia mai loro imposto alcuna registrazione, Blog sequestrati per aver ospitato quello che era già stato scritto su quotidiani senza che nulla del genere accadesse e, per finire, il più grande UGC del mondo sul banco degli imputati per non aver impedito – senza che nessuna norma glielo imponesse ed in una condizione di oggettiva impossibilità tecnologica – che qualche ragazzino postasse, tra milioni di video, anche un filmatino realizzato con un videofonino che non avrebbe mai dovuto essere diffuso perché racconta una scena di vita triste ma drammaticamente autentica consumatasi in un’aula scolastica.

C’è un filo comune che corre lungo questi episodi e c’è un analogo preoccupante modo di guardare al futuro che li collega.
Non so dire cosa sia ma, a me sembra, possa parlarsi di tecno-fobia o schizofrenia legislativa o, forse, più semplicemente scarsa consapevolezza del nuovo mondo che, questa volta, non è dall’altra parte dell’oceano ma lontano solo pochi click dai nostri Parlamenti e dalle aule di giustizia.

Guido Scorza
www.guidoscorza.it

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31 07 2008
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