La tecnofobia clicca sempre due volte

di Guido Scorza - Blogger condannati per stampa clandestina senza che nessuno abbia mai loro imposto alcuna registrazione, blog sequestrati per aver riprodotto articoli di giornali e portali indagati per il video postato da un ragazzino

Roma – Io la chiamo tecno-fobia o schizofrenia legislativa ma forse è “solo” scarsa conoscenza. Il Garante per la tutela della privacy e della riservatezza nelle scorse settimane ha avvertito che fisserà regole chiare e piuttosto restrittive per lo sbarco in Italia del servizio Google Street View: oscuramento del volto delle persone, mascheramento delle targhe, non identificabilità dei comportamenti umani e, infine, adeguata informazione circa le riprese in corso attraverso le Google Car.

Sto facendo un po’ di zapping in TV: un servizio sulle prime code ai caselli autostradali per l’esodo estivo e un altro sulle “domeniche ecologiche” nelle principali città italiane con immagini di repertorio, un programma di viaggi e turismo alla scoperta di strade, piazze e monumenti delle nostre città d’arte. Migliaia e migliaia di fotogrammi di targhe, volti di persone ben visibili, frammenti di vita comune: coppie e famiglie in partenza per questa o quella località, anziani rimasti in città e cittadini e stranieri a passeggio per le vie delle nostre città per mano, da soli o piuttosto abbracciati.

Eppure io non ho mai visto la troupe di un’emittente televisiva preceduta da un gobbo con la gigantografia di un’informativa sulla privacy o, piuttosto, le immagini di viaggiatori e passanti rese irriconoscibili attraverso accorgimenti digitali o, magari, i numeri delle targhe dei veicoli in coda al casello mascherati elettronicamente.

Perché in TV tutto va bene e nel web bisogna prestare tanta attenzione?

Sul web certi “fotogrammi” diventano “eterni” mi si dirà e, dunque, è più facile che un utente di Google Street View riconosca in un’immagine il suo vicino di casa a passeggio con la moglie di quanto non lo sia in un servizio televisivo da pochi minuti.
Ma basta una differenza “quantitativa” di questo genere per giustificare una risposta giuridica tanto diversa nei due casi?

Il Governo propone di stampigliare le impronte digitali di tutti i cittadini italiani sulle carte d’identità mettendo così in circolazione su un supporto fisico un dato biometrico e, dunque, un frammento unico ed irripetibile dell’identità di ogni individuo e, i più, rimangono a guardare non rendendosi conto o, più probabilmente, fingendo di non rendersi conto che così facendo si espone ad un rischio incontrollabile la titolarità di uno dei dati personali più preziosi per ciascuno di noi e si corre il rischio di condannare qualcuno – per il fatto solo di aver perso la propria carta d’identità – a fare i conti vita natural durante con “un altro se stesso” in giro per il mondo.

Ad un tempo, però, preoccupazioni legate alla necessaria tutela della privacy e dell’identità personale hanno precluso di utilizzare i dati biometrici per l’attivazione dei dispositivi di firma digitale.
La biometria, infatti, avrebbe consentito di “attaccare” il dispositivo di firma al braccio dell’individuo e di ricreare così nel mutato contesto tecnologico la medesima situazione fattuale caratteristica della sottoscrizione autografa.
L’aver accantonato tale eventualità ha fatto sì che, oggi, ci si debba accontentare di una semplice presunzione legale: quella secondo cui il dispositivo deve ritenersi utilizzato, salvo prova contraria, dal suo titolare.

Difficile, ancora una volta, resistere dal domandarsi il perché di tante preoccupazioni – probabilmente corrette – quando si parla di bit e di tanta “leggerezza” quando si tratta del mondo degli atomi.

Qualche mese fa, come ricorderanno i lettori di Punto Informatico , ha fatto scalpore la decisione dell’Agenzia delle entrate di pubblicare on-line i dati relativi ai redditi dei contribuenti italiani.
L’Agenzia, come tempestivamente accertò il Garante per la privacy, aveva sbagliato e violato la disciplina vigente a tutela, appunto, della privacy e della riservatezza.
D’accordo, ma quei dati erano pubblici ed avrebbero dovuto essere resi accessibili – magari con modalità tecniche diverse e meno “generaliste” – anche attraverso gli strumenti telematici.

È bastato paventare l’eventualità che in futuro ciò avrebbe potuto accadere perché il Palazzo – dopo aver lasciato la disciplina di riferimento eguale a se stessa per oltre un trentennio – si determinasse ad agire d’urgenza modificando radicalmente – attraverso l’art. 42 del Decreto Legge n. 112/2008 (avente ad oggetto “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”) – il regime di pubblicità di quei dati e precludendone in modo pressoché assoluto la comunicazione e diffusione.

Il legislatore, dunque, non ha dettato così come sarebbe stato lecito attendersi nuove modalità per l’accesso attraverso i nuovi strumenti telematici di quei dati da parte dei cittadini ma ha, piuttosto, preferito sottrarli quanto più possibile dal mondo dei bit.

Ancora un esempio prima di trarre qualche conclusione.

La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, la nostra costituzione e quella di centinaia di altri Paesi, Leggi, Giudici e sentenze – sebbene con intensità e determinazione diversa a seconda di regimi ed epoche storiche – ricordano da decenni che la libertà di manifestazione del pensiero costituisce una pietra angolare di ogni ordinamento democratico e che il suo esercizio deve essere garantito ad ogni cittadino, tra l’altro, quale insopprimibile strumento di affermazione ed estrinsecazione della propria personalità.

La limitatezza dei canali di accesso ai media ha, tuttavia, sino a ieri inesorabilmente compresso il pieno esercizio di tale libertà da parte dei più consegnando l’informazione nelle mani di pochi.
Oggi, finalmente, esiste un media ontologicamente diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto e, per questo, in grado di offrire a chiunque – o almeno a quanti hanno la fortuna di appartenere alla c.d società dei 2/3 ovvero degli “intrerconnessi” – la possibilità di esercitare tale libertà.

In tale contesto dalle leggi, dai politici e dai giudici ci si sarebbe attesi una convinta difesa dei nuovi canali di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero: nessuna deroga ai principi generali secondo cui l’esercizio di ogni libertà deve finire laddove rischia di ledere quella altrui e chiunque deve rispondere delle conseguenze delle proprie condotte ma, ad un tempo, nessuna limitazione all’esercizio di tale libertà in nome di regole vecchie e superate dalla tecnologia.
Ma il mondo dei bit, ancora una volta ha dato vita ad una reazione difficilmente spiegabile.

Blogger condannati per stampa clandestina senza che nessuno abbia mai loro imposto alcuna registrazione, Blog sequestrati per aver ospitato quello che era già stato scritto su quotidiani senza che nulla del genere accadesse e, per finire, il più grande UGC del mondo sul banco degli imputati per non aver impedito – senza che nessuna norma glielo imponesse ed in una condizione di oggettiva impossibilità tecnologica – che qualche ragazzino postasse, tra milioni di video, anche un filmatino realizzato con un videofonino che non avrebbe mai dovuto essere diffuso perché racconta una scena di vita triste ma drammaticamente autentica consumatasi in un’aula scolastica.

C’è un filo comune che corre lungo questi episodi e c’è un analogo preoccupante modo di guardare al futuro che li collega.
Non so dire cosa sia ma, a me sembra, possa parlarsi di tecno-fobia o schizofrenia legislativa o, forse, più semplicemente scarsa consapevolezza del nuovo mondo che, questa volta, non è dall’altra parte dell’oceano ma lontano solo pochi click dai nostri Parlamenti e dalle aule di giustizia.

Guido Scorza
www.guidoscorza.it

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  • mark tomaselli scrive:
    considerazione
    Resta il fatto che non ho mai visto (tecnicamente parlando) un sistema di commenti peggiore di questo qui (sì, questo di punto informatico)..scomodo, lento, poco chiaro, e brutto da vedere!
  • CCC scrive:
    LE AZIENDE ecc...: MAFE CHE NE PENSI?
    Mafe, gradirei conoscere la tua opinione in merito al post "LE AZIENDE E INTERNET"...Grazie
  • ... scrive:
    Re: LE AZIENDE E INTERNET...
    Non sono assolutamente d'accordo, né con la tua replica né con l'articolo. Internet, le aziende, non sono entità a sé, sono nel primo caso uno strumento di comunicazione, e nel secondo un organizzazione di individui con finalità economiche.In quanto tali non puoi affermare che aziende e internet siano incompatibili perché gli operatori di entrambe sono i singoli individui, non entità astratte.Ogni individuo, ogni gruppo di individui identificabile con un'azienda è libero di usare il tipo di comunicazione che preferisce, questo non lo rende incompatibile con il mezzo. Il mezzo, internet, non è fine a se stesso, è soltanto un veicolo, come può esserlo il telefono o un incontro faccia a faccia.Vorrei ricordare che il mercato non è composto soltanto da multinazionali, ma anche da piccole e medie aziende e che quindi tutta questa rigidità e gerarchia non è così presente. Vorrei ricordare che la struttura gerarchica è soltanto una delle possibili configurazioni di gestione del potere all'interno di un'azienda.Vorrei ricordare, inoltre, che il mercato ha una natura spontanea come il linguaggio, Internet no, ma è l'uso che se ne fa che è spontaneo. Questo, però, è connesso alle nostre capacità di linguaggio. È il mezzo che più si avvicina alla conversazione, dopo il telefono e ha un vantaggio, ciò che esprimi rimane ed è accessibile potenzialmente a tutti quanti.Ora io non riesco a capire in che modo un consumatore si possa ritrovare a conversare sul forum del suo depilatore elettrico preferito. Posso capire che si crei un'identità attorno ad un marchio come Nike o Coca Cola, ma dietro ad un prodotto come il Silk-Epil non riesco proprio a vedercelo. E non riesco a capire in che modo questo possa migliorare la società.Spiegatemelo perché evidentemente i miei studi non sono serviti a nulla.
    • CCC scrive:
      Re: LE AZIENDE E INTERNET...
      - Scritto da: ...
      Non sono assolutamente d'accordo, né con la tua
      replica né con l'articolo. Internet, le aziende,
      non sono entità a sé, sono nel primo caso uno
      strumento di comunicazione, in cui operano individui con precise aspirazioni, bisogni, scopi e finalità PERSONALI, anche se spesso spontaneamente condivise, e in modo a volte organizzatotra questi ci sono anche le persone che vi operano per conto di aziende: in questo caso però NON lo fanno spontaneamente lo fanno per lavoro
      e nel secondo un
      organizzazione di individui con finalità
      economiche.appunto...
      In quanto tali non puoi affermare che aziende e
      internet siano incompatibili perché gli operatori
      di entrambe sono i singoli individui, non entità
      astratte.ovviamente internet e aziende, in sé, sono entità astratte ma, proprio se le consideriamo rispetto alle persone, allora diventano "cose" reali che, per quanto ho detto prima (modello organizzativo, bisogni, finalità, ecc.), sono assolutamente diverse fra loro inoltre, l'intrinseca natura costitutiva di Internet deriva anche dalla sua "implementazione" fisica ed è quindi, anche in questo senso, decisamente realeanalogamente, l'intrinseca natura costitutiva delle aziende, che deriva anche da modelli di organizzazione sociale, ha una sua ben precisa fisicità: i beni materiali delle aziende, gli effetti sul mondo circostante (spesso deleteri: inquinamento, rifiuti, violenze, sopraffazioni, ecc.)
      Ogni individuo, ogni gruppo di individui
      identificabile con un'azienda è libero di usare
      il tipo di comunicazione che preferisce, questo
      non lo rende incompatibile con il mezzo. mah... forse è libero da casa sua, una volta finito l'orario di lavoro... ma sino a che opera per conto dell'azienda NON è assolutamente libero...in altre parole:quella stessa persona quando è parte dell'azienda la rende soggetto reale e non astratto, con certe caratteristiche e che opera in Internet in un certo modoqueste caratteristiche e modo (già discussi ampiamente nel post precedente) sono in contrasto con l'intrinseca natura costitutiva di Internetquando invece opera da casa, quella persona, recuperando la sua dimensione individuale, agisce con modalità che contribuiscono a mantenere Internet quale soggetto reale con la sua intrinseca natura costitutivanon a caso aziende (e stati) tendono a snaturare il mezzo (anche nella sua fisicità), ad assumerne il controllo, a cercare di vietare o imporre certi comportamenti alle persone che lo usano...
      Il
      mezzo, internet, non è fine a se stesso, è
      soltanto un veicolo, come può esserlo il telefono
      o un incontro faccia a
      faccia.per quanto detto prima non è proprio così...e poi se anche fosse solo un veicolo, l'accostamento con telefono e incontro faccia a faccia non regge proprio: sono cose essenzialmente e d enormemente diverseanche la radio e la TV sono soltanto veicoli (come dici tu) ma sono diversissimi fra loro (radio = solo canale uditivo e più stimolo alla fantasia, TV = canale uditivi + vista e meno stimolo alla fantasia) e rispetto a Internet (radio e TV sono monodirezionali, Internet è bidirezionale)... insomma ridurre tutto a "sono solo veicoli" mi pare proprio un po' troppo banale e semplicistico
      Vorrei ricordare che il mercato non è composto
      soltanto da multinazionali, ma anche da piccole e
      medie aziende e che quindi tutta questa rigidità
      e gerarchia non è così presente. questo è vero, e infatti ho fatto questa distinzione nel post, anche se non credo che cambi poi tantissimo rispetto alla tesi di fondo...inoltre, il "peso" che una grande azienda o una multinazionale da sola riesce ad avere in Internet è spesso molto superiore a quello che hanno migliaia di piccole e medie aziende che, più piccole e "familiari" sono più si allontanano dalla definizione di azienda e più si avvicinano a quella di persona...dunque questa osservazione non incide sensibilmente sul ragionamento fatto
      Vorrei ricordare
      che la struttura gerarchica è soltanto una delle
      possibili configurazioni di gestione del potere
      all'interno di
      un'azienda.sino ad un certo punto, e spesso solo in apparenza... configurazioni diverse sono accettate solo e fintantoché non intaccano quella che ho cercato di descrivere come intrinseca natura costitutiva delle aziende...
      Vorrei ricordare, inoltre, che il mercato ha una
      natura spontanea come il linguaggio, non sono assolutamente d'accordoil mercato è tutto tranne che spontaneo: multinazionali e governi ne dettano rigidamente le regole (WTO,ecc.), stabiliscono cosa e in che quantità sia disponibile nel mercato e cosa no, orientano le produzioni ed i consumi, ecc...
      Internet no,come già ampiamente detto, l'intrinseca natura costitutiva di Internet ne fa invece sede di "spontanità"
      ma è l'uso che se ne fa che è spontaneo. l'uso che tendono a farne le persone infatti lo è, ma non è così invece per le aziende
      Questo,
      però, è connesso alle nostre capacità di
      linguaggio. concordo... ti faccio osservare che parli delle "nostre" capacità: parli anche tu di noi persone, individui utenti della rete, ... non parli da azienda...
      È il mezzo che più si avvicina alla
      conversazione, dopo il telefono e ha un
      vantaggio, ciò che esprimi rimane ed è
      accessibile potenzialmente a tutti
      quanti.sì... in generale è così
      Ora io non riesco a capire in che modo un
      consumatore si possa ritrovare a conversare sul
      forum del suo depilatore elettrico preferito.neanche io: infatti ritengo che l'Internet fatto dalle persone (i consumatori cui ti riferisci) sia incompatibile con l'Internet che le aziende /quella che vende il depilatore) vorrebbero
      Posso capire che si crei un'identità attorno ad
      un marchio come Nike o Coca Cola, ma dietro ad un
      prodotto come il Silk-Epil non riesco proprio a
      vedercelo. è un discorso molto complesso questoconsidera anche che, a dire il vero, per esempio, sono tante le persone che comprano libri o gadget in internet e poi lasciano commenti sul sito (o sono i dipendenti delle stesse aziende a farlo?)... sono tanti quelli felici di farsi "rubar3e" idee e copyright postando dati e video su siti come yahoo o youtube...ripeto la cosa è molto complessadi fondo resta, secondo me, l'incompatibilità aziende/Internet
      E non riesco a capire in che modo
      questo possa migliorare la
      società.questo proprio non lo riesco a capire neanche io ;-)
      Spiegatemelo perché evidentemente i miei studi
      non sono serviti a
      nulla.allora forse neanche i miei...
  • H5N1 scrive:
    Business
    Il business è persuasione.Spesso bisogna far CREDERE qualcosa di non vero (si vedano le linee ADSL con velocità nominali che, invece, sono velocità massime).Bisogna convincere il cliente che abbia NECESSITA' del prodotto sia esso un bene o un servizio.Spesso tutto si gioca sulla percezione che si vuole trasmettere del prodotto, una sorta di seduzione propriamente detta (nell'accezione esatta di "condurre a se'").Nella seduzione entrano in gioco, oltre ai bisogni delle parti, l'inganno e l'illusione non necessariamente nelle loro accezioni negative.Come può un'azienda pubblicizzare un prodotto e rivelarne la vera natura senza rinunciare, quindi, al gioco di illusione/seduzione?Il bene non è quasi mai quello pubblicizzato ed una comunicazione come quella descritta ne svelerebbe la vera natura.Io sarei un buon cliente di un prodotto che dichiara esplicitamente i suoi limiti e difetti, ma centinaia di migliaia di altri no.
  • picchiatello scrive:
    Articolo credibile fino ad un certo ....
    Articolo credibile fino ad un certo punto:"È un buon momento per sfruttare Internet come piattaforma applicativa, che ti permette di fornire un servizio, spesso migliorando l'esperienza del cliente come è successo per esempio con l'home banking."E' una realtà tutta italica l'home banking ha avuto successo ( ma ha successo alla fine ?) perche' il mercato bancario italiano monopolistico non ha eguali in quanto a costi alti e servizi pessimi in relazione al numero di addetti.Qui difatto "casca il palco" dell'articolo in quanto il "mercato" internet almeno nel nostro paese non ha una platea numerosa dovuto ai digital divede imposti dalle compagnie telefoniche ne al momento il "Popolo internet" sembra avere il cash per acquistare prodotti al di la di quelli "tecnologici-geek".In sostanza puoi seguire tutti i consigli di Mafe ma se poi il tuo social network pubblicitario raggiunge 20-30 clienti di cui solo uno puo' permettersi di comprare fai un buco nell'acqua.Investire per cercare di acquistare quote di mercato in questo momento e' pura follia...
  • Mafe FunClub scrive:
    Articolo Eccellente
    CDO (al massimo rischia il tl;dr) voglio proprio vedere se qualcuno ha coraggio di fare le solite prediche infondate (geek) "La rete è (ancora) piena di siti aziendali costosissimi e complicatissimi con nessuno dietro che risponda a una mail che magari dice "ehi, come faccio a comprare quello che vendi?"." Verissimo, e anche ebay mi da sempre di più questa sensazione (c'ho messo 5 minuti per capire come contattare un venditore!)
    • anonimo scrive:
      Re: Articolo Eccellente
      - Scritto da: Mafe FunClub
      "La rete è (ancora) piena di siti aziendali
      costosissimi e complicatissimi con nessuno dietro
      che risponda a una mail che magari dice "ehi,
      come faccio a comprare quello che
      vendi?"."
      Verissimo, e anche ebay mi da sempre di più
      questa sensazione (c'ho messo 5 minuti per capire
      come contattare un
      venditore!)Hai proprio fatto l'esempio giusto. Infatti e-bay non la usa nessuno talmente è complicata... Ma non mi aspetto mai molto da uno che ogni volta sa scrivere solo: "brava mafe brava mafe brava mafe ottimo articolo!"
      • quasi anonimo scrive:
        Re: Articolo Eccellente

        Infatti e-bay non la usa nessuno talmente è complicata...intendi dire che ebay ha pochi utenti?ho capito bene?
        • anonimo scrive:
          Re: Articolo Eccellente
          - Scritto da: quasi anonimo

          Infatti e-bay non la usa nessuno talmente è
          complicata...

          intendi dire che ebay ha pochi utenti?
          ho capito bene?No, non hai capito niente, ma non importa.
    • PEREZA scrive:
      Re: Articolo Eccellente
      smartphone/symbian/java....MAVAFFAN****!!!!!!!!
  • ... scrive:
    nota
    Non è necessario che un'azienda crei una community. Va bene in certi casi, ma in altri no e te lo dico per esperienza diretta perché se ci vogliono mille parole per creare una buona impressione e ne basta mezza per distruggere tutto.Quando si formano community intorno ad un servizio o ad un prodotto c'è sempre il gruppo di denigratori che cerca (magari perché concorrenti o semplicemente per invidia) di metterti in cattiva luce.Oltre a questo, Internet è certamente uno strumento di comunicazione che permette di ottenere un feedback diretto, senza doversi affidare a costose indagini di mercato ma si può ottenere un riscontro dilatato, difficile da gestire anche per un'azienda di grandi dimensioni.Puoi scegliere tra una ricerca quantitativa (che internet per sua natura offre) ossia un numero elevato di rilievi senza però approfondirli troppo e una qualitativa che invece va più a fondo. Posso dirti che sentite quaranta o cinquanta persone puoi farti un'idea di ciò che la gente pensa perché le opinioni, contrariamente a quanto si pensa, convergono fra loro.Rivolgersi al pubblico in rete ha senso ma magari non copre tutti i target a cui quel prodotto fa riferimento e per il semplice fatto che non tutti e non a tutte le età ci si collega, in special modo in Italia.Si rischia di dar troppa importanza ad un determinato target piuttosto che alla totalità di target possibili. Il che comporta un dispendio di energie non indifferente. Se un sito web può avere un costo limitato, metterci dietro un team di esperti comunicatori può incrementare i costi a dismisura perché hai bisogno di writers, di animatori che coinvolgono il pubblico nella partecipazione al forum, al blog o a qualunque soluzione si scelga di utilizzare.Internet è sicuramente grandioso ma per sua stessa natura offre poco impatto alle pubblicità che possono essere facilmente eluse con i filtri appositi. In tv e per radio, invece, scandiscono i tempi di ascolto e visione dei programmi, hanno un ritmo a cui gli spettatori (o ascoltatori) si sono abituati.Inoltre, una community, un blog o un forum istituzionale dedicato ad un prodotto ha scarso successo perché manca un requisito essenziale: una tv, una radio, un giornale, quando pubblicizzano un prodotto lo fanno disinteressatamente, o meglio possono dare l'impressione di farlo con disinteresse. C'è poi il concetto di fidelizzazione di cui parlare: il lettore, il fan di italia1 (o rai3) è più propenso ad accettare benevolmente una pubblicità, un consiglio di acquisto da parte di un personaggio che ha impatto mediatico o da parte del giornale che legge più spesso piuttosto che affidarsi al sito web istituzionale, che sia blog, forum o qualcosa di informe come spesso accade. Perché il fine di chi offre il prodotto è vendere e questo ti pone già in uno stato di diffidenza.Il concetto che esprimi tu si adatta meglio alle amministrazione comunali che non sempre ottengono riscontro mediatico, nel senso che i media non trattano le informazioni che hanno da comunicare e allora, lì essendoci un interesse civico si può creare un contatto diretto.Ma un'azienda che produce no, non ne ha bisogno. La pubblicità serve a creare "desiderio di desiderio", tu desideri di desiderare quell'oggetto perché.... vah, magari per una delle qualità espresse nell'ultimo spot pubblicitario.. l'argomento è vasto ma così come lo poni secondo me c'è qualcosa di sbagliato. Le aziende sanno bene cosa vogliono da noi, non è necessario che ci facciano un sorriso di plastica per farci sentire meglio, e inoltre le aziende non sono entità a sé, sono composte da individui che vivono in mezzo a noi, noi stessi (o quantomeno alcuni di noi) ne facciamo parte. È inutile, secondo me, asserire che le aziende debbano ascoltare i propri consumatori, non hanno finalità sociali ma economiche.Noi in quanto consumatori abbiamo un potere decisionale non esclusivo: l'acquisto. Con "non esclusivo" intendo che fatta una scelta siamo liberi di farne un'altra e di cambiare il nostro consumo.Non hanno bisogno di comunicare con noi per sapere cosa vogliamo, è il mercato a comunicarglielo, sono le nostre preferenze di acquisto.
    • guardianodelfaro scrive:
      Re: nota
      Gran bellarticolo, aggiunto ai preferiti: ci tengo a sottolineare che non sono parente di Mafe e che nemmeno la conosco personalmente :)

      Non è necessario che un'azienda crei una communityVero, limportante però, come dice Mafe, è lascolto del buzz se non la partecipazione alle community altrui

      c'è sempre il gruppo di denigratoriMotivo in più per ascoltare e partecipare: quelli che in gergo tecnico si chiamano Casi di emergenza vanno affrontati, non ignorati

      Rivolgersi al pubblico in rete ha senso ma magari non copre tutti i target a cui quel prodotto fa riferimento.Ni, il passaparola in rete è velocissimo e raggiunge anche chi non vi accede.Esempio: quante delle persone che hanno partecipato al V-Day di Grillo hanno mai usato Internet?

      Comporta un dispendio di energie non indifferente.Dipende dai casi: dipende da quanto unazienda, un prodotto o un servizio sono oggetto di discussione sul web. Di conseguenza, lo sforzo richiesto per il controllo è proporzionale.Nulla ci vieta però di evitare questo dispendio e lasciare che i consumatori si rivolgano alla concorrenza e che creino una cattiva reputazione della nostra azienda.

      Internet è sicuramente grandioso ma per sua stessa natura offre poco impatto alle pubblicità che possono essere facilmente eluse con i filtri appositi. Ovviamente parli del display advertising.Internet non è solo questo, per fortuna, anche se le aziende ne abusano.Internet non è solo banner e pop-up.Internet non è solo computer: esistono altri dispositivi e sono in fortissima crescita.

      In tv e per radio, invece, scandiscono i tempi di ascolto e visione dei programmi, hanno un ritmo a cui gli spettatori (o ascoltatori) si sono abituati.Dì la verità: sei Carlo Petruccioli, il presidente della RAI.

      una community, un blog o un forum istituzionale dedicato ad un prodotto ha scarso successo perché manca un requisito essenziale: una tv, una radio, un giornale, quando pubblicizzano un prodotto lo fanno disinteressatamente, o meglio possono dare l'impressione di farlo con disinteresse.Si, sei Carlo Petruccioli.Probabilmente sei uno dei pochi a pensarla cosìI commenti spontanei dei consumatori sono spesso più spontanei delle pubblicità sponsorizzate.Le statistiche (e ce ne sono parecchie, nonché autorevoli) dicono esattamente il contrario: sempre più spesso i consumatori prima di fare un acquisto si informano sui forum e sulle community, prima ancora che sui siti istituzionali e sui media tradizionali.

      La pubblicità serve a creare "desiderio di desiderio"E un concetto largamente sorpassato.Internet non serve alle aziende solo per vendere: può fare molto di più, cose che gli altri media possono solo sognare.Inolter è lUNICO media veramente misurabile, non sulla base di stime ma su dati oggettivi, cosa che ad esempio Auditel per i media televisivi, oppure la carta stampata.e la radio non possono assolutamente fare.E lUNICO media che consente agli investitori di conoscere esattamente il gradimento dei prodotti da parte dei consumatori.

      Le aziende sanno bene cosa vogliono da noiE allora perché ce lo chiedono? Scusa, come fanno a saperlo? Hanno la sfera di cristallo? E solo attraverso lanalisi oggettiva dei dati raccolti (vedi Audiweb, vedi misurazione del traffico da parte dellazienda stessa) che possono saperlo

      È inutile, secondo me, asserire che le aziende debbano ascoltare i propri consumatoriNiente di più sbagliato.

      Noi in quanto consumatori abbiamo un potere decisionale non esclusivo: l'acquistoSe tutte le aziende offrissero prodotti e servizi scadenti o che non rispondono alle nostre necessità cosa facciamo? Ci spariamo?

      Non hanno bisogno di comunicare con noi per sapere cosa vogliamo, è il mercato a comunicarglielo, sono le nostre preferenze di acquisto.Ripeto, come glie lo comunica il mercato: gli telefona?Bisogna comunicare, pardon, dialogare col mercato, ascoltarloCiao (non ti arrabbiare però, il mio è solo un punto di vista diverso dal tuo):)
      • ... scrive:
        Re: nota
        Figurati non me la prendo mica, se sono disposto a dire la mia devo esserlo anche ad ascoltare chi non la pensa come me. E per sfortuna mia non sono Petruccioli ;pIl mercato comunica con le preferenze sull'acquisto. Le indagini sulle preferenze servono certamente, ma io contesto l'approccio presentato nell'articolo, cioé sembra che stia parlando alle aziende piuttosto che ai "consumer" e questo è un giornale per consumatori, il lettore-tipo di PI non è certamente un CEO.Riguardo al desiderio di desiderare: attenzione, interesse, desiderio e acquisto, ossia la teoria AIDA, sarà vecchiotta ma ogni campagna pubblicitaria si fonda su questi concetti.Sull'argomento ci sono due libri molto belli:* La sociologia dei consumi di Peter Corrigan* L'occulto del Linguaggio, Psicologia della Pubblicità di F.R. Puggellilink:* http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=7627&Tipo=Libro&strRicercaTesto=&titolo=La+sociologia+dei+consumi* http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-puggelli_francesca_r_/sku-506361/l_occulto_del_linguaggio_psicologia_della_pubblicita_.htmciao :)
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