L'antipirateria dice: la proprietà privata è un furto

di Emmanuele Somma. Secondo queste moderne teorie estremistiche del copyright la proprietà privata di un bene non è sufficiente per permettere all'acquirente di poterne disporre liberamente, neppure tra le proprie mura domestiche


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Web – Mai avrebbe pensato il filosofo rivoluzionario francese Pierre-Joseph Prudhon (1809-1865) che le sue, invero un po ‘ radicali, idee riuscissero a trovare quale paladino instancabile, quasi un secolo e mezzo dopo la sua morte, il variegato fronte dell’antipirateria composto, senza stare troppo a sottilizzare tra le etichette audio-video-software, da grossi nomi come la BSA, l’IIPA, la MPAA, la RIAA e, in Italia, Fapav, FPM, SIAE e Ordine dei Giornalisti, nonché assurgere a nume tutelare di poche, ricchissime, e molto agguerrite, multinazionali dell’intrattenimento, dello sfruttamento dei diritti economici delle opere d’ingegno o dei monopoli del software, come le grandi etichette musicali, i giganteschi editori multimediali e gli immensi produttori di software proprietario, con Microsoft in prima fila. Scherzi del destino.

Autore e principale finanziatore di un sistema di prestito personale senza interessi ritenuto uno strumento essenziale per realizzare la giustizia sociale, l’agitato contestatore non si pose grossi problemi a salire sulle barricate insurrezionali parigine del 1848, né di criticare “da sinistra” il morbido comunismo marxista tanto da suscitare persino le ire furibonde di Karl Marx che gli indirizzò un’infuocata critica al suo “Sistema delle contraddizioni economiche o filosofia della miseria” del 1846.

Come non passeranno alla storia le polemiche raffinatamente puttanistiche ( vedi # ) di alcuni odierni personaggi sul teatrino dell’opera buffa per la spartizione del bottino di regime sulle ultime leggi sull’editoria e sul software, neppure il buon Proudhon sarebbe salito agli onori della gloria per la semplice ragione di aver fatto saltare i nervi a Karl Marx, se nei suoi primi anni spesi nella capitale francese non si fosse concentrato, per quanto lo si potesse in mezzo a quell’intenso clima rivoluzionario, nei suoi studi di autodidatta scrivendo alcuni brogliacci di memorie e un libro con oggetto: “Che cos’è la proprietà”. Un’opera vigorosamente antagonista pervasa da una semplice quanto efficace idea portante: “La proprietà privata è un furto”.

Proudhon, con una semplificazione estrema ma molto feconda, prospetta una netta separazione tra l’idea originaria della proprietà quale possesso naturale dei mezzi di produzione (ma oggi trasponendo nella società dell’informazione potremmo forse dire delle capacità creative) e l’infrastruttura socioeconomica che tende a concentrare tali mezzi nelle mani di pochi che li sfrutteranno al massimo.

Incredibilmente attuale, vero? Punto di arrivo della teoria che persino Karl Marx volle edulcorare e contrastare è che, sottratta la proprietà individuale alla persona, sarebbe stato necessario sulla base di un super-diritto di proprietà annetterla a corporazioni estese anche al di là dei confini nazionali che, liberando l’individuo dal “peccato del furto originario” lo rendesse veramente libero. Una condizione di massima armonia sociale (!) che Proudhon identifica con una variante tutta sua di anarchia (a dire il vero non molto credibile).


Una delle linee portanti dell’attuale antipirateria è il sostegno incondizionato ad alcune “estensioni” di un concetto particolare di diritto di proprietà che, parlando in termini giuridici, risulta essere lontanissimo dai diritti cosiddetti “reali” (ovvero i primari diritti dell’essere umano): il diritto d’autore (che poi nell’accezione intesa dagli antipirati ha veramente poco a che fare anche con gli autori delle opere d’ingegno ma è relativo piuttosto a chi intermedia e sfrutta questo lavoro).

Secondo queste moderne teorie estremistiche del copyright, che attraverso un lungo e documentabile lavoro di pressione sulle istituzioni legislative, amministrative e giudiziarie, si stanno trasformando nelle peggiori fonti di distorsione normativa dei nostri codici penali (questo campo sembra essere l’unico per cui un illecito civile viene punito, e pesantemente, in sede penale), la proprietà privata di un bene legalmente acquisito non è ragione sufficiente per permettere all’acquirente di poterne disporre liberamente, neppure tra le proprie mura domestiche.

Su molti dei pur costosissimi CD musicali, ad esempio, è oggi possibile leggere la seguente dizione “RISERVATI TUTTI I DIRITTI DEL PROPRIETARIO DELL’OPERA REGISTRATA”. E ‘ l’etichetta di una strana concezione che unita alle ultime norme emanate tende a far prevalere il diritto del *proprietario dell’opera registrata*, la casa discografica (mai l’autore), e cioé chi vende il prodotto, al diritto reale del *proprietario del disco fisico*, e cioé chi compra il prodotto, il quale non potrà far altro che accettare supinamente le volontà del primo, come e quando gli verranno in mente!

Se da domani dovessero decidere che tra i diritti del proprietario dell’opera registrata rientri quello di imporre l’ascolto solo di mattina prima di colazione, un clandestino ascolto pomeridiano sarebbe una violazione di tale licenza d’uso. Già oggi l’acquirente di un CD musicale non può, secondo molti teorici dell’antipirateria, realizzarsene una copia per lo stereo dell’auto, o prestarlo ad un amico e, durante una festa in casa, non potrà senza dubbio lasciarlo come sottofondo delle chiacchiere della propria comitiva senza pagarne gli stessi diritti di esecuzione in pubblico a cui è tenuta una discoteca.

Cosa ci riserva il futuro? Il campo delle licenze sul software proprietario in questo caso è il modello. Licenze che prevedono che i software si possano installare su alcune macchine sì e su altre no, o che si possano installare ma non usare contemporaneamente, o che si debbano installare o deinstallare ad intervalli prestabiliti, comunicando alla software house chi come dove quando e perchè si vuole usare quel programma, esistono persino licenze di software classisti che non possono essere usati da alcune categorie professionali particolari, di solito medici o fabbricanti di armi, e poi programmi protetti da altri programmi, da chiavi hardware, sofware che telefonano automaticamente per sapere quel tale giorno ci sono le condizioni climatiche favorevoli per fornire i propri servizi.

Insomma un piccolo panorama di orrori in cui i diritti dei consumatori, nella migliore delle ipotesi, sono stracciati con una noncuranza che va di pari passo solo al colpevole lassismo delle istituzioni che dovrebbero tutelare i consumatori. Una tendenza non più solo limitata al software. Già sono comparsi, infatti, libri elettronici di fiabe sui quali, oltre al prestito e alla donazione, le licenze di distribuzione impongono l’impossibilità di leggerli a voce alta. Secondo alcuni, questi fantasiosi impedimenti all’uso di qualcosa che avete comprato e pagato in denaro sonante dovrebbero essere limitati solo dalla contorsione mentale di quanti – senza avere mai dimostrato un grammo di creatività propria, o avendola tutta spesa in queste ignobili creazioni – vivono sfruttando tutto il possibile ritorno economico della creatività altrui.


Mi rendo conto, come molti scettici lettori, che è semplicemente ridicolo pensare che queste violazioni siano minimamente perseguibili, pertanto più che ridicolo sembra inutile appellarsi a maggiori severità nel contrastare questi reati così pericolosi per l’ordine pubblico da necessitare le più severe forme di pena (qualcuno ha fatto notare come le pene per la riproduzione casalinga di software siano comparabilmente maggiori di circa due ordini di grandezza rispetto ai reati di corruzione politica, a parità di danno economico), eppure anche quest’urlo sguaiato si è innalzato più d’una volta dalle bocche rabbiose degli antipirati, sempre pronti a non fare distinzioni tra il “consumo individuale di prodotti pirata” e lo “spaccio in grande stile”. Le accuse di “furto”, in questo campo, si sprecano. Fortunatamente una distinzione, tra comportamenti individuali senza scopo di lucro e organizzati a scopo di sfruttamento e commercio illegale, che almeno una parte della magistratura italiana, e l’ultima legge sull’argomento della Comunità Europea, continuano ad aver chiaro (ma per quanto ancora?).

Il diritto d’autore è, mi scusino i giuristi per la mia estrema semplificazione della materia – ma solo quanto dovranno avermi già scusato gli studiosi di filosofia per l’altrettanto radicale semplificazione della filosofia prudhoniana – il diritto d’autore, dicevo, è un diritto secondario e un po ‘ posticcio attaccato lì per (non si è bene ancora sicuri di quale) utilità sociale nel tardo ottocento, ma concretizzatosi universalmente solo durante il periodo odioso dei peggiori nazionalismi oscurantisti che la prima parte dello scorso secolo ci ha riservato.

Fa un po’ senso, e racconta molte cose, ad esempio, vedere che questa legge della Repubblica Italiana di cui gli antipirati tanto menano vanto rimane ben piantata su quella del 1941 che inizia con queste solenni parole: “Vittorio Emanuele III Per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d’Italia e di Albania Imperatore d’Etiopia Il senato e la camera dei fasci e delle corporazioni a mezzo delle loro commissioni legislative, hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue…”

L’estensione estremistica, propugnata da questo aggregato di antipirati, di questo diritto posticcio e contorto che tende a limitare la proprietà privata individuale a favore di una sempre più vaga idea di proprietà intellettuale che assegna peraltro solo in misura minima e trascurabile vantaggi agli autori ma soprattutto tende a lasciar prosperare alcune organizzazioni non meglio identificate, sarebbe stato il sogno di Pierre-Joseph, senza dubbio. Salterebbe dalla gioia scoprendo che qualcuno sia stato in grado di inventare ed imporre un super-diritto positivo capace di mangiarsi a colazione quello reale di proprietà, che nei diritti umani sembrava essere tra i più inalienabili, e che organizzazioni transnazionali riuscano a gestire totalmente, fuori da ogni controllo legale complessivo, la vita degli individui (perché nella società dell’informazione chi controlla il flusso informativo controlla la vita individuale). Questo copyright è il sogno felice del teppista-filosofo Proudhon.


Però è il nostro incubo. Già dobbiamo fare i conti con delle cariatidi ingrassate che continuano ad essere la pesante eredità irrisolta che le istituzioni e leggi italiane hanno tutt’oggi con il ventennio fascista, come l’Ordine dei Giornalisti e la SIAE, nate sotto il fascismo e mai più riformate nella sostanza, ma di tornare alle fantasiose ed estremistiche elucubrazioni di un rivouzionario fallito del 1848 per mano della congrega degli accoliti di alcuni dei più ricchi del mondo: no, scusateci, ma questo è proprio insopportabile!

Se proprio vogliamo tornare alle rivoluzioni facciamolo come si deve, allora. Come avvenne nel 1791 durante la Rivoluzione Francese, a cui la Storia riservò forse miglior sorte dei vaneggiamenti prudhoniani, facciamo in modo di garantire il diritto di sfruttamento economico per soli cinque anni tutelando fortemente il diritto di paternità dell’opera d’ingegno contro il plagio. Tanto basta nella società dell’informazione, dove cinque anni sono poco meno di un’eternità, senza che questa tutela pensata per garantire l’avanzamento culturale degli individui si trasformi in quella odiosa forma sociale di servitù pratica e soggezione politica che le recenti iniziative del fronte dell’antipirateria ha appena cominciato a farci intravvedere.

Emmanuele Somma

30 Maggio 2001 – “L’antipirateria dice: la proprietà privata è un furto!”
(c) 2001, Emmanuele Somma – Tutti i diritti riservati / All Rights Reserved
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  • Anonimo scrive:
    Diamo a cesare quel che è di Cesare
    Se è vero che tutta la città aveva le linee ADSL fuori uso, Eplanet non poteva farci nulla, ma solo attendere i comodi di Telecom. Mi pare strano che Antonello Iunco, già conosciuto per interminabili discussioni nei newsgroup di telefonia, non sappia questo particolare fondamentale. Non che questo cambi la sostanza del discorso, ma menzionare solo Eplanet mi sembra riduttivo.Fino a che Telecom gestisce l'ultimo miglio, e conseguentemente le connessioni ADSL, fino a che non ci son alternative a questo discorso e fino a che non verranno fatti contratti ove i livelli di servizio sono garantiti, non ci sono discorsi di New Economy che tengano, la situazione è questa.In ogni caso, anche qualora ci fossero realmente dei livelli di servizio garantiti, con eventuale rifusione dei danni in caso di mancato funzionamento, tutto questo avrebbe un costo, che si scaricherebbe sui costi di abbonamento. Pochissimi sarebbero disposti a pagare questo costo aggiuntivo, per poi piangere quando la linea non funziona, e quindi saremmo sempre al punto di prima.
    • Anonimo scrive:
      Re: Diamo a cesare quel che è di Cesare
      - Scritto da: DPY
      Se è vero che tutta la città aveva le linee
      ADSL fuori uso, Eplanet non poteva farci
      nulla, ma solo attendere i comodi di
      Telecom. Mi pare strano che Antonello Iunco,Stai tralasciando un piccolo particolare: l'abbonamento non lo pago a Telecom ma ad un fornitore alternativo. Ritengo che lo scaricamento del barile verso Telecom stia diventando lo sport nazionale degli operatori di telefonia, cosi' come ritengo che per raggiungere una vera concorrenza nel settore (dato che Telecom e' soggetta ai problemi che sappiamo) bisogna che gli operatori creino una propria infrastruttura di rete, l'ultimo miglio e' ormai liberalizzato, ma non ci sara' Net Economy senza una infrastruttura di rete veramente competitiva.CiaoAntonello
      • Anonimo scrive:
        Re: Diamo a cesare quel che è di Cesare

        Stai tralasciando un piccolo particolare:
        l'abbonamento non lo pago a Telecom ma ad un
        fornitore alternativo. Ritengo che lo
        scaricamento del barile verso Telecom stia
        diventando lo sport nazionale degli
        operatori di telefonia,Questo è vero, ma se lo è, significa anche succede abbastanza spesso che TI abbia 'colpe'. Che io sappia, per dare connettività ADSL il provider deve avere due cose molto semplici: un collegamento dedicato a internet (cosa che ogni provider per ovvi motivi deve avere) e una connessione, sempre in CDN, con la rete ATM. A meno di non supporre un disastro nella sala macchine del provider in questione, tale da giustificare il blocco di tutta la rete, qualsiasi altro tipo di problema ricade su Telecom, visto che alla fin fine tutto il trasporto casca su canali suoi.Nel caso in questione, se l'enunciato iniziale era che tutta la città era isolata, e non solo le linee di Eplanet, non stento a credere che il problema fosse Telecom.Non credo comunque che in altri posti succeda tanto diversamente, basta vedere lo stesso articolo di Gibson: Gibson sostiene di avere due T1 per un totale di circa 3Mbit: trattandosi di linee di questo genere, si può supporre che abbia anche un buon livello di banda garantita, cosa che invece le ADSL, per ridurre i costi al minimo, non hanno. Ebbene, su due linee di questo genere, che si possono supporre relativamente costose, è proprio Gibson a dire che ilsupporto del suo provider, sbandierato 24h/7gg, in realtà è un 8/5. In confronto, quando ho avuto io un problema con un attacco DOS, i tecnici di Interbusiness me lo hanno filtrato in un'ora, a mezzanotte e mezzo avevamo la linea di nuovo funzionante. Con questo non intendo dire che l'assistenza di IBS non abbia difetti, per carità, ma se la andiamo a confrontare con quelle di Gibson, quest ultima sembra roba da terzo mondo. Sempre nell'articolo, Gibson esprime pareri piuttosto pesanti sul fatto che i provider che forniscono servizi xDSL non ne vogliano sapere di perdere tempo con le macchine bucate dei loro clienti. E' ovvio che il tempo è denaro, ma se questo è il loro interesse, figuriamoci quale può essere il supporto dato al cliente.Tornando all'assistenza Interbusiness, non c'è da stupirsi che il livello della stessa cali all'aumentare dell'economicitàdell'accesso: chi invece di una CDN ha fatto una più economica (almeno per basso traffico) HDSL ha a disposizione un servizio di assistenza attivo solo in orario lavorativo (24h/24 con un sovrapprezzo) e ove è più frequente trovare occupato. Lascio immaginare quale possa essere il livello di assistenza su una Teleconomy ADSL ove il canone fisso è meno di un terzo della HDSL e non si paga il traffico.
        cosi' come ritengo
        che per raggiungere una vera concorrenza nel
        settore (dato che Telecom e' soggetta ai
        problemi che sappiamo) bisogna che gli
        operatori creino una propria infrastruttura
        di rete, l'ultimo miglio e' ormai
        liberalizzato, ma non ci sara' Net Economy
        senza una infrastruttura di rete veramente
        competitiva.Quante migliaia di miliardi occorrerebbe bruciare per realizzare un doppione? Se gli altri operatori non lo fanno, ci sarà pure una ragione. Fino ad ora ci sono solo progetti estremamente settoriali (Vedi FastWeb), fatti per coprire in fretta le aree a maggiore redditività e basta. Dal mio punto di vista sarebbe molto più semplice e redditizio fare quello che stanno proponendo ora, smembrare TI in due e lasciare una parte a gestire l'ultimo miglio, a condizioni uguali per tutti e ferreo controllo dell'Autority, l'altra parte a fornire servizi di TLC in regime di libera concorrenza assieme a tutti gli altri operatori esistenti.
  • Anonimo scrive:
    l'infallibilita'
    Sono d'accordo nei tempi e nei modi visto che anchi'io dipendo da una ADSL (infostrada) che, dopo 3-4 mesi di ineccepibile servizio a cominciato a prodursi in frequenti black out (talvolta di poche ore, talvolta un paio di giorni, talvolta solo terribili rallentamenti) come oggi (che si e' scollegata 3-4 volte).la risposta e' la medesima, perdipiu' io Loredana ce l'ho seduta accanto...D'altra parte, nulla e' infallibile e la neonata new economy ha meno ragioni di esserlo della old economy...Tutto puo' rompersi anche il Titanic affondo' con una bella targa d'ottone che recitava "neppure un miracolo puo' affondare questa nave" e giu'...Mi potessi permettere una 2Mbit, comunque non dormirei tranquillo.
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