Limewire: il nostro P2P è pulito

Uno dei software per il file sharing più popolari in Nordamerica tenta di scrollarsi di dosso le accuse che arrivano dal Congresso USA. L'ultima release del programma è già lo stato dell'arte, la privacy e il copyright sono garantiti
Uno dei software per il file sharing più popolari in Nordamerica tenta di scrollarsi di dosso le accuse che arrivano dal Congresso USA. L'ultima release del programma è già lo stato dell'arte, la privacy e il copyright sono garantiti

La sua popolarità non accenna a calare, ma nonostante tutte le buone intenzioni Limewire resta un sorvegliato speciale del Congresso statunitense. Meno di un paio di settimane fa era stato chiesto a gran voce che venisse fatto qualcosa per evitare che si ripetessero i casi eclatanti che hanno fatto finire online i progetti dell’elicottero presidenziale: di mezzo c’è la sicurezza nazionale, la privacy di chi si ritrova la denuncia dei redditi inavvertitamente pubblicata online, il rispetto del diritto d’autore. Limewire respinge ogni accusa : tutto questo, e molto di più, è un problema già affrontato e risolto.

In una lunga lettera indirizzata al Congresso, il CEO Mark Gorton mette nero su bianco le risposte ufficiali della sua azienda : il P2P di Limewire ora è “sicuro” per quanto attiene i dubbi messi sul piatto, con la release 5.0 uscita a dicembre molte delle preoccupazioni e delle questioni poste dai politici sono state fugate. Occorre solo prendere dimestichezza con il software, installarlo e dargli un’occhiata per accorgersene: ed è proprio l’invito che arriva da Gorton ai congressisti, installate il nostro software e provatelo. Non ve ne pentirete.

Innanzi tutto, spiega il CEO, la condivisione automatica non è più consentita da Limewire : per autorizzare lo sharing una cartella occorre che l’utente richieda l’operazione in modo più che chiaro e comprensibile. Non ci si potrà più trincerare dietro la scusa “non sapevo di aver condiviso”: i file più sensibili, vale a dire i documenti di Word, i PDF e decine di altre estensioni riconducibili alla produttività individuale, sono di default ritenuti pericolosi e ne viene impedita comunque la condivisione. Per tutto il resto, l’esistenza di due differenti cartelle di salvataggio e messa in comune con il resto del network fugano ogni rischio di sharing accidentale.

Come se ciò non bastasse, aggiunge Gorton, è possibile anche regolare finemente cosa condividere e cosa non è opportuno che finisca sul P2P: si può ad esempio impedire che l’intera categoria dei file MP3 venga scambiata anche solo inavvertitamente, e lo stesso si può fare per qualunque altro tipo di estensione. Non si può condividere la cartella “Documenti” di Windows a meno di non confermare più volte l’intenzione di farlo. Non si può condividere per sbaglio un file mettendolo in una cartella sbagliata: ogni aggiunta deve essere autorizzata. Non si può mettere a disposizione inavvertitamente una cartella a causa di una condivisione a cascata: l’intero principio di condividere una directory e tutto il suo contenuto è sparito dal software in questione.

Ed è anche sul piano del copyright e della sua violazione che Limewire si difende: esiste un filtro (opzionale) che impedisce il download dei file dal network se l’hash corrisponde a quello di una black list fornita dall’industria dei contenuti. Ma, in ogni caso, Limewire non ha il controllo del proprio network così come “Ford non è grado di rilevare ogni eccesso di velocità commesso con le sue auto”: il P2P implementato, per sua stessa natura, non è controllato da chi crea il software visto che non ci sono server attraverso cui transitare per avviare lo sharing, e dunque sta ai singoli rispettare le condizioni inserite anche nella EULA e che vietano espressamente di condividere materiale per il quale non si possieda regolare autorizzazione.

Sembra quasi di sentire echeggiare le stesse argomentazioni dibattute nel corso del processo a The Pirate Bay : il problema non è lo strumento, di per sé neutrale, bensì l’uso che se ne fa. E, dunque, la responsabilità è di chi sceglie di utilizzarlo in un modo piuttosto che in un altro : una spiegazione che potrebbe non bastare al legislatore a stelle e strisce, visto che un progetto per una norma che punisca qualsiasi software che non fornisca all’utente un “consenso informato” rispetto a quanto mette in sharing potrebbe presto finire in discussione.

Peccato che, come ormai tristemente spesso accade su entrambe le sponde dell’Atlantico, la proposta di legge sia stata scritta in modo ambiguo e potenzialmente maldestro : vista la genericità delle affermazioni contenute, persino tutti i sistemi operativi in commercio che contengono un’applicazione anche solo testuale per l’FTP (la totalità degli OS consumer di larga diffusione) risulterebbero fuorilegge non avendo implementato alcun meccanismo di segnalazione e raccolta del consenso. Lo stesso dicasi dei browser, attraverso cui transitano sempre più spesso foto, video e ogni altro contenuto riversato online: la semplicità degli strumenti social potrebbe finire sacrificata sull’altare della sicurezza assoluta.

Luca Annunziata

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05 05 2009
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