LinkedIn e razzismo: l'intervento del nuovo CEO

L'incontro virtuale con i dipendenti organizzato mercoledì da LinkedIn per discutere della piaga razzismo è degenerato: il nuovo CEO mette una pezza.
L'incontro virtuale con i dipendenti organizzato mercoledì da LinkedIn per discutere della piaga razzismo è degenerato: il nuovo CEO mette una pezza.

A pochi giorni dall’insediamento nel suo nuovo ruolo di CEO, Ryan Roslansky si è trovato obbligato a gestire una situazione alquanto scomoda. L’incontro virtuale di mercoledì rivolto allo staff e organizzato da LinkedIn per discutere di un argomento tanto importante come quello del razzismo, nel momento delicato che segue l’uccisione di George Floyd, ha visto ben presto la discussione degenerare.

Il numero uno di LinkedIn sui commenti razzisti dello staff

Nella chat anonima dell’evento hanno fatto la loro comparsa numerosi messaggi denigranti rivolti al movimento Black Lives Matter e alle iniziative messe in campo dalla piattaforma a favore della diversità. Per dirla tutta, nulla di troppo differente rispetto a quanto si può leggere tra i commenti dei post sul tema in uno qualunque dei social network, anche geograficamente lontano dai fatti di Minneapolis e dalle proteste negli Stati Uniti. Ne riportiamo di seguito uno in forma tradotta dal report di Daily Beast.

I neri uccidono i neri 50 volte di più rispetto a quanto i bianchi uccidono i neri. Di solito è il risultato della violenza delle gang nel cuore delle città. Dove sono le proteste?

Questo fine settimana il post firmato da Roslansky sul blog ufficiale di LinkedIn che conferma quanto avvenuto: 9.000 dipendenti connessi all’incontro, 3.500 commenti, 200 domande poste e qualche intervento che conferma come nemmeno la rete professionale sia immune da pregiudizi e discriminazioni di stampo razziale.

Sfortunatamente, un numero esiguo di commenti offensivi ha confermato quanto duro lavoro ancora ci sia da fare.

Ryan Roslansky, il nuovo CEO di LinkedIn

Nella comunicazione rivolta dal CEO ai dipendenti la volontà di non rendere più disponibile in futuro la possibilità di inviare messaggi anonimi nel corso dei meeting, così come sulla piattaforma agli utenti è chiesto di manifestare la loro reale identità in ogni post, contenuto o commento pubblicato.

Non siamo e non saremo un’azienda o una piattaforma dove razzismo e hate speech sono permessi.

Una presa di posizione netta, doverosa per chi si è appena insediato alla guida del social network che vanta la reputazione di lido online più professionale al mondo, ponendo da sempre il focus sulle competenze e sul rispetto reciproco nelle interazioni.

Fonte: LinkedIn
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