Megaupload, questione di prospettiva

La giustizia americana snocciola la documentazione raccolta sul caso Megaupload, rivelando i numeri di un business altamente profittevole per Kim Dotcom e sodali. La risposta non si è fatta attendere

Roma – Il caso Megaupload entra nel vivo con la pubblicazione di un rapporto dettagliato di Dipartimento di Giustizia (DoJ) americano, un documento di 191 pagine in cui sarebbero descritti i perché e i percome di un ricco business fondato sull’infrazione del copyright, un business che secondo le autorità andava abbattuto a ogni costo.

Il cyberlocker più popolare della storia è oramai solo un lontano ricordo, Kim Dotcom è attualmente impegnato con Mega – su cui la pirateria dei contenuti digitali non avrebbe in teoria spazio – ma la macchina giudiziaria americana procede indefessa sulla strada tracciata dalle organizzazioni di categoria come MPAA e relative corporation dell’audiovisivo.

La documentazione resa pubblica dal DoJ descrive dunque tutte le prove raccolte dalle autorità sul caso Megaupload, email, conversazioni Skype, da cui tra le altre cose si viene a sapere che il business del cyber-locker sarebbe stato talmente grosso che i detentori del copyright si sarebbero certamente mossi per contrastarlo, se avessero saputo la verità.

La verità, ha spiegato il DoJ, consiste in ricavi pubblicitari mensili di 25 milioni di dollari e 150 milioni raccolti dalle sottoscrizioni a pagamento. Apparentemente i manager di Megaupload si consideravano come “moderni pirati”, sostengono le autorità statunitensi, e in effetti adottavano tattiche da veri corsari contro i siti concorrenti facendo uso di minacce finanziarie (PayPal), denunce legali per infrazione di copyright spifferando l’identità delle aziende agli investigatori.

Kim Dotcom ha ovviamente risposto alle accuse del DoJ, rilasciando a sua volta un corposo whitepaper nel quale viene offerto un punto di vista alternativo sulla vicenda Megaupload: le corporazioni del copyright, secondo questa faccia della medaglia, lavorerebbero per difendere il loro business dalle innovazioni tecnologiche.

Alfonso Maruccia

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