Netflix, VPN al varco?

La piattaforma starebbe testando tecnologie per bloccare i frontalieri dell'audiovisivo. Netflix nega, ma la pressione dell'industria del cinema è evidente

Roma – L’industria dei contenuti, pur avendo intuito le potenzialità dei servizi di streaming, continua a scegliere di centellinare il rilascio delle opere su base geografica, oltre che sulla base dei canali distributivi, nel tentativo di massimizzare gli incassi. Proprio per questo motivo la pressione su servizi come Netflix, contenitori formalmente accessibili solo in alcuni paesi del mondo, non accenna ad allentarsi; proprio per questo motivo Netflix sembra costretto alla collaborazione con l’industria dei contenuti che vorrebbe bloccare i frontalieri dell’audiovisivo in streaming per costringerli a rispettare i ritmi del mercato.

È noto come pochi accorgimenti, quali l’uso di servizi proxy e VPN, consentano ai cittadini della Rete di valicare i confini imposti dalla disponibilità dei servizi e dalle licenze regionali : basta accaparrarsi un indirizzo IP statunitense per abbonarsi e fruire dei contenuti che Netflix mette a disposizione negli States, nei tempi e ai prezzi proposti negli States. Questi servizi di camuffamento, sempre più ammiccanti , sono naturalmente osteggiati dall’industria dei contenuti, intenzionata a mantenere lo status quo, e ad aprirsi con cautela alle strategie di mercato più radicali: ad accusare il danno sono soprattutto le piattaforme che operano su scala locale e i distributori non statunitensi, che si trovano nella scomoda posizione di dover competere per l’attenzione dei netizen con i distributori di altri paesi che hanno già venduto gli stessi prodotti su altri mercati.
Le pressioni esercitate sulle piattaforme di streaming sono esplicite e mirate all’introduzione di sistemi di controllo che sappiano escludere gli utenti, e quindi gli indirizzi IP, non realmente afferenti al mercato di cui fa parte lo spettatore: se Hulu si è già attrezzata , c’è chi intravede una mobilitazione anche da parte di Netflix.

TorrentFreak ha raccolto le segnalazioni di utenti e gestori di servizi proxy e VPN come TorGuard: Netflix avrebbe iniziato a mostrare messaggi di errore ad alcuni di coloro che fruiscano dei contenuti al di fuori dei confini dei mercati raggiunti dalla piattaforma. “Ho il sospetto che Netflix possa aver iniziato a testare queste soluzioni per il blocco degli IP su certi mercati – ha spiegato Ben Van der Pelt di TorGuard – in questo momento i blocchi non appaiono aggressivi e potrebbero essere applicati ai range di indirizzi IP che procedono a troppi login simultanei”. Se non tutti i servizi di anonimizzazione sembrano coinvolti, anche gli utenti di Unblock-us rilevano problemi con l’applicazione Android di Netflix, che costringe all’uso del servizio DNS di Google e complica così l’aggiramento dei filtri regionali.

Netflix, in seguito alla segnalazione di TorrentFreak , ha negato di aver operato qualsiasi modifica per gestire gli utenti che facciano uso di VPN e servizi analoghi, ma le condizioni d’uso che sottopone ai propri utenti sono chiare, e avvertono del fatto che Netflix “usi delle tecnologie per verificare la localizzazione geografica”.

Il dibattito che si è sviluppato di recente sul mercato australiano, prossimo al lancio di Netflix ma con un numero di abbonati alla versione statunitense del servizio che già oscilla tra i 200mila e i 340mila, ha fatto emergere alcune strategie che potrebbero essere introdotte per contrastare la violazione dei blocchi regionali, atto che la legge australiana non considera però illegale: si è parlato di blocchi degli indirizzi IP usati per aggirare le restrizioni e di verifiche delle carte di credito e dei sistemi di pagamento utilizzati per l’abbonamento, tutte alternative giudicate da Netflix poco efficaci sul lungo periodo.

La soluzione più efficace, secondo il Ministro delle Comunicazioni australiano Malcolm Turnbull, sarebbe quella di rendere i contenuti legali più accessibili, in termini di finestre temporali e di prezzi , vista anche la tendenza degli utenti a cedere alle lusinghe delle soluzioni pirata. Sta ora all’industria dei contenuti, sui cui accordi si incardina il sistema di finestre temporali e locali che scaglionano la distribuzione delle opere, fare la propria scelta: Sony Pictures, le cui lamentele per la mancata collaborazione da parte di Netflix nel far valere i contratti di distribuzione sono emerse dalla recente operazione di cracking che l’ha colpita, ha azzardato, proprio con il film casus belli del cracking, The Interview , un rilascio contemporaneo per cinema e streaming in Rete. Gli incassi fatti registrare, che in pochi giorni hanno fatto di The Interview il film più venduto del 2014 sui servizi di Google, i dati riguardo alle condivisioni su BitTorrent tutto sommato non impressionanti, pur nell’eccezionalità dell’operazione potrebbero offrire uno spunto di riflessione.

Gaia Bottà

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