Opera nei guai per le app che prestano denaro?

Da Hindenburg Research un report che, se confermato, potrebbe compromettere per sempre la reputazione della software house nota per il suo browser.
Da Hindenburg Research un report che, se confermato, potrebbe compromettere per sempre la reputazione della software house nota per il suo browser.

Da sempre conosciamo Opera per il suo browser omonimo, uno dei più attenti alla tutela della privacy grazie a funzionalità sviluppate appositamente a tale scopo. Oggi segnaliamo invece un report pubblicato da Hindenburg Research che prende in esame quattro applicazioni Android ritenute in violazione delle policy di Google e confezionate in modo da mettere a repentaglio la stabilità economica dei loro utenti.

Le applicazioni di Opera per i prestiti

I software in questione sono CashBean (negli screenshot più avanti), OKash, OPay e OPesa, destinati ai territori di India, Kenya e Nigeria. Si tratta di servizi per il prestito di denaro. I ricercatori hanno scoperto che anziché applicare interessi su base annua con un tetto del 33% arrivano al 438% (nel caso di OPesa), spingendosi addirittura al 876% in conseguenza a un mancato pagamento delle rate di rimborso. Infranta anche la regola imposta da bigG che prevede un minimo di 60 giorni per la restituzione della somma, con termini contrattuali che fissano le scadenze talvolta in soli 15 giorni.

Non è tutto: le applicazioni chiedono l’autorizzazione per accedere all’elenco dei contatti presenti nello smartphone, così da poter poi inoltrare chiamate o inviare messaggi ad amici e parenti per mettere sotto pressione chi ha chiesto il prestito in caso di ritardo. Si parla di un’utenza spesso di giovane età, che potrebbe non disporre dei mezzi necessari per valutare correttamente il rischio a cui si espone.

Screenshot per CashBean, una delle applicazioni del gruppo per i prestiti

È bene precisare che su Play Store le applicazioni risultano create e distribuite da sviluppatori diversi da quello del browser: PC Financial Services Private Limited (CashBean), OneSpot Technology Investment Limited (OKCash), OPay Digital Services Limited (OPay) e TK Limited (OPesa). Delle quattro, al momento solo quest’ultima risulta non più accessibile dalla piattaforma di Google per il download.

Secondo Hindenburg Research, Opera avrebbe messo in campo un’iniziativa di questo tipo al fine di generare utili in modo da compensare l’andamento al di sotto delle aspettative del business legato al proprio browser, soprattutto in seguito alla quotazione sull’indice NASDAQ del luglio 2018: i proventi dell’attività costituiscono oggi oltre il 40% delle entrate complessive. Ricordiamo che lo sviluppatore norvegese è stato acquisito a fine 2016 da un gruppo di investitori cinesi e oggi si presenta come Otello Corporation.

Ci sono perplessità anche su un’operazione da circa 40 milioni di dollari attuata in seguito all’entrata in borsa. 30 milioni sono stati investiti in un’applicazione per il karaoke gestita dal chairman del gruppo, mentre altri 9,5 milioni per acquisire una realtà precedentemente già controllata da Opera. Al momento l’azienda non ha rilasciato dichiarazioni in merito al report.

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