L’Italia ha provato a fare da sola, anticipando l’Europa. Ha introdotto un contributo di 2 euro sui piccoli pacchi extra-UE di valore fino a 150 euro, in vigore dal 1° gennaio. Lo scopo era mettere un freno alla valanga di pacchettini a basso costo che arrivano da Cina e dintorni, incassando qualcosa nel frattempo. Il risultato? I pacchi hanno cambiato rotta. Atterrano in altri aeroporti europei, dove la tassa non esiste, e poi vengono trasferiti in Italia via terra.
Tassa 2 euro sui pacchi: i venditori la aggirano via terra
La segnalazione arriva dalla circolare Assonime 2/2026, firmata dal direttore generale Stefano Firpo, che mette nero su bianco quello che gli operatori della logistica avevano previsto fin dal primo giorno. In un mercato unico senza controlli alle frontiere interne, applicare un prelievo nazionale su merci che possono entrare liberamente da qualsiasi altro paese membro è come mettere un pedaggio su una strada quando la parallela è gratis. Il traffico si sposta, la strada resta vuota, e il pedaggio non incassa nulla.
I numeri dell’Agenzia delle Dogane, citati dalla circolare, parlano chiaro: tra il 1° e il 20 gennaio, il numero di pacchi a basso valore arrivati in Italia da paesi extra-UE è diminuito del 36% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non perché gli italiani abbiano smesso di comprare su Temu o Shein, figuriamoci, ma perché quegli stessi pacchi adesso atterrano a Liegi, Amsterdam o Parigi e poi arrivano in Italia su gomma.
Il paradosso è evidente. La tassa non incassa quello che doveva incassare perché i flussi si spostano. Aumentano i trasporti terrestri intra-UE, con un impatto ambientale negativo che contraddice gli obiettivi europei di sostenibilità. E si creano distorsioni competitive tra operatori logistici italiani e quelli di altri paesi, con i primi penalizzati da una regola che esiste solo in Italia.
La tassa italiana potrebbe violare il diritto UE
Assonime inoltre, solleva una questione delicata. Il Governo italiano ha dato a quel contributo di 2 euro un nome che lo tiene formalmente fuori dalla categoria dei dazi doganali. Ma il nome non cambia la sostanza, nella pratica produce gli stessi effetti di un dazio.
Questo crea un problema con il diritto europeo. Le politiche doganali non sono competenza dei singoli stati, sono materia dell’Unione Europea. L’Italia non può svegliarsi una mattina e decidere di tassare le merci cinesi, perché quella è una prerogativa comunitaria. Il paradosso è che l’UE aveva già in programma un dazio armonizzato da 3 euro per il 1° luglio. L’Italia ha anticipato la mossa, su base nazionale, invece di aspettare la decisione collettiva. Ha fatto da sola, e ora rischia che quella misura venga dichiarata illegittima.
Il rischio della doppia tassa
Dal 1° luglio 2026, il dazio europeo da 3 euro entrerà in vigore in tutti i paesi membri. E qui si apre un altro scenario problematico, se la tassa italiana da 2 euro non viene abrogata o assorbita, gli importatori in Italia si ritroverebbero a pagare entrambe su merci che negli altri paesi pagano solo i 3 euro comunitari. Insomma, l’Italia sarebbe penalizzata rispetto al resto d’Europa.
Gli Stati membri potranno affiancare al dazio europeo una propria commissione di gestione, a patto che serva a coprire servizi specifici e non sia legato allo sdoganamento delle merci vendute online. Il contributo italiano attuale non rispetta questi paletti.
Il Governo pensa al rinvio
Secondo Assonime, il Governo italiano starebbe pensando a un rinvio della misura. Non attraverso il Milleproroghe, ma un provvedimento più ampio allo studio dell’esecutivo.
È la conclusione prevedibile di un’iniziativa nata con le migliori intenzioni, ma con un pessimo tempismo. Introdurre una tassa nazionale sei mesi prima che arrivi quella europea, in un mercato unico dove le merci si spostano liberamente, è come costruire un muro su un lato di una stanza senza pareti.