Paesi Bassi, data retention e ladri di biciclette

La legge che obbligava ISP e operatori a conservare i dati sulle attività dei cittadini, applicata anche per reati che certo non avrebbero attentato alla sicurezza nazionale, è stata sospesa: non prevedeva garanzie adeguate a tutela della società civile
La legge che obbligava ISP e operatori a conservare i dati sulle attività dei cittadini, applicata anche per reati che certo non avrebbero attentato alla sicurezza nazionale, è stata sospesa: non prevedeva garanzie adeguate a tutela della società civile

La conservazione dei dati che descrivono le circostanze delle comunicazioni intrattenute dai cittadini rappresenta una minaccia che pende sui diritti della società civile: le autorità dei Paesi Bassi hanno stabilito che le pratiche di data retention, seppur approvate per tutelare la sicurezza dell’individuo e della nazione a supporto delle indagini delle forze dell’ordine, non sono sufficientemente delimitate dalla legge, e per questo non sanno garantire l’adeguato bilanciamento tra il diritto alla privacy e il diritto ad una vita sicura.

Un manipolo di associazioni che rappresentano i cittadini e determinate categorie professionali come giornalisti e avvocati, nonché i fornitori di servizi di telefonia e di connettività, su cui pesa l’onere della conservazione dei dati relativi alle comunicazioni e alle operazioni online degli individui, si era mosso dopo la sentenza con cui la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha invalidato la direttiva 2006/24/CE , che imponeva l’obbligo di data retention per un minimo di 6 mesi e un massimo di due anni. Sulla base della sentenza dei giudici europei, la coalizione olandese chiedeva l’annullamento della legge locale sulla conservazione dei dati: approvata nel 2009 per contrastare il terrorismo e sfruttata per indagare su reati quali il furto di biciclette , stabiliva che gli operatori di telefonia conservassero per un anno i metadati relativi alle comunicazioni e che i fornitori di connettività archiviassero i dati relativi alle attività online per sei mesi.

Il tribunale de L’Aia presso cui è stato discusso il caso ha decretato la sospensione della legge, proprio mentre numerosi paesi europei si stanno adoperando per introdurne di simili: la normativa olandese manca delle garanzie necessarie a contenere lo sfruttamento dei dati oggetto di conservazione. Nessuna autorità giudiziaria o amministrativa si interpone fra i dati e le forze dell’ordine, ha osservato il tribunale, né si prevedono limitazioni necessarie a scongiurare l’abuso dei dati (ad esempio non se ne prescrive la conservazione su server localizzati entro i confini dell’Unione Europea). In sostanza , secondo il tribunale, il cittadino rischia di essere schiacciato dal peso di una sorveglianza costante, non sufficientemente giustificata e proporzionata , in violazione degli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La legge olandese è ora stata sospesa, salvo ricorsi in appello: se le associazioni che si battono per i diritti civili festeggiano , i fornitori di servizi sono ancora divisi tra gli entusiasmi e l’ incertezza riguardo alle mosse da compiere per conformarsi adeguatamente alla decisione.

Gaia Bottà

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12 03 2015
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