Si parte con un piano ragionevole, tre cose da fare, una priorità chiara. Poi arriva un messaggio, una riunione non prevista, una richiesta urgente che urgente non è, ma lo sembra. Si risponde, si cambia direzione, si apre una scheda nel browser. Poi un’altra. E un’altra ancora.
Alle cinque del pomeriggio lo schermo è pieno di finestre aperte, bozze a metà, documenti scaricati “temporaneamente” tre ore fa e mai più chiusi. La lista delle cose da fare non si è accorciata, si è moltiplicata. E a quel punto scatta il panico: tutto sembra incompiuto, tutto sembra urgente, e il cervello entra in una modalità di paralisi operativa, dove l’unica cosa che si riesce a fare è fissare lo schermo chiedendosi da dove ricominciare.
Il problema non è il carico di lavoro. È la stratificazione. Il lavoro moderno si accumula in strati di urgenze, distrazioni e compiti in sospeso “per sicurezza“, fino a seppellire ciò che davvero conta sotto una coltre di apparente necessità. Per ritrovare il filo non serve un nuovo metodo di organizzazione, serve togliere strati. Ed è esattamente quello che fa il prompt “Cipolla”.
Come smettere di sentirsi sommerso dal lavoro grazie a un prompt AI
Durante la giornata lavorativa si accumulano strati su strati, riunioni, email, interruzioni, compiti minori, che finiscono per nascondere il nucleo vero del lavoro, cioè ciò che conta davvero. Schede aperte per precauzione, articoli salvati che “forse serviranno”, attività minuscole che occupano spazio mentale sproporzionato rispetto al loro valore reale. Il prompt Cipolla prende tutto questo disordine e lo sfoglia, strato dopo strato, finché non resta solo ciò che merita davvero attenzione.
Funziona con qualsiasi chatbot, da ChatGPT a Gemini, è il metodo che conta, non la piattaforma. Il principio è trasferire il caos dalla propria testa a uno strumento che può analizzarlo senza il coinvolgimento emotivo che impedisce a noi di farlo. Perché il vero ostacolo alla chiarezza non è la complessità del lavoro, è l’attaccamento irrazionale che abbiamo verso ogni singola cosa che abbiamo iniziato o potremmo iniziare.
Gli psicologi lo chiamano effetto Zeigarnik: i compiti non completati restano attivi nella memoria come applicazioni in esecuzione in sottofondo che scaricano la batteria del telefono senza che ce ne accorgiamo. Ogni scheda aperta, ogni bozza abbandonata, ogni compito rimandato consuma una piccola parte di attenzione. Singolarmente è trascurabile. Sommato su quaranta schede, dodici notifiche e sette cose da fare a metà, diventa un rumore di fondo che soffoca la capacità di pensare con lucidità.
Troppe schede aperte, troppe cose da fare: il prompt per stabilire le priorità in pochi minuti
Ecco perché quaranta schede aperte non rallentano solo il browser, rallentano il pensiero. E chiuderle a caso non risolve il problema, perché il cervello ha paura di perdere informazioni utili. L’istruzione Cipolla aggira proprio questa paura. Prima di eliminare, classifica. Decide cosa è essenziale, cosa può essere archiviato, cosa è davvero superfluo. Non si chiude alla cieca, si ordina, si assegna un posto, e solo dopo si elimina ciò che non serve.
In questo modo non si percepisce una perdita, ma una scelta consapevole. E il pensiero torna leggero perché il disordine è stato trasformato in struttura.
Come usare l’istruzione Cipolla in tre passaggi
Il metodo è volutamente indipendente dalla piattaforma. Che il caos sia nelle schede del browser, nelle notifiche del telefono o semplicemente nella testa, il procedimento è identico.
Primo step: catturare gli strati
Sul computer, fare una cattura dello schermo con le finestre aperte o elencare i file visibili. Sul telefono, copiare i collegamenti delle schede aperte o dettare a voce le attività in sospeso. Se il disordine è soprattutto mentale, scrivere le cinque cose che pesano di più. La regola è una sola: buttare fuori tutto senza organizzare nulla. Non è il momento di essere ordinati.
Secondo step: dare in pasto il prompt
Incollare la lista nel chatbot con questa richiesta: Sto lavorando su troppe cose contemporaneamente e ho bisogno di fare ordine. Ecco l’elenco completo di ciò che è attivo in questo momento. Analizza ogni elemento e classificalo in una sola delle seguenti categorie:
- Nucleo (attività essenziali per fare progressi concreti)
- Importante (attività rilevanti ma non urgenti, da pianificare a breve)
- Rumore di superficie (micro-task amministrativi o operativi)
- Da eliminare (attività che si possono chiudere o ignorare)
Poi identifica le 3 priorità assolute per i prossimi 90 minuti e dimmi cosa posso lasciar perdere subito senza conseguenze.
Terzo step: eliminare davvero
Leggere la classifica, verificarla con il proprio giudizio e poi decidere cosa fare. Questo è il punto in cui la maggior parte delle persone si blocca, perché eliminare è faticoso a livello emotivo. Significa accettare che non tutto può essere fatto ora, e che scegliere implica rinunciare.
Eppure è esattamente in quel momento che avviene il cambiamento. Quando si taglia il superfluo, l’energia si concentra, e le priorità smettono di essere solo teoriche. Per rendere il processo efficace, c’è una regola non negoziabile: chiudere, cancellare o rimandare almeno il venti per cento di ciò che si è elencato. Andare avanti non richiede di trattenere tutto, richiede l’esatto opposto.
La maggior parte delle cose che teniamo aperte è disordine protettivo: quelle schede “nel caso servano”, quelle bozze “da riprendere dopo”, quei compiti microscopici che restano in lista per settimane perché non sono abbastanza importanti da fare né abbastanza irrilevanti da cancellare. Consumano attenzione senza offrire nulla.
Se il chatbot classifica qualcosa come rumore di superficie, c’è da fidarsi e rimuoverlo senza pensarci due volte. La paura di perdere informazioni è quasi sempre infondata, una scheda chiusa si può riaprire, un file cancellato si può recuperare, un articolo non letto oggi sarà ancora lì domani. La verità è che il novanta per cento delle cose che conserviamo “per sicurezza” non viene mai più toccato. Lo sappiamo tutti, ma ci vuole un occhio esterno per ammetterlo.
Perché l’intelligenza artificiale funziona meglio di noi in questo compito
Chiedere a un chatbot di classificare le proprie priorità sembra un’ammissione di incapacità. In realtà è il contrario: è riconoscere un limite cognitivo documentato e usare uno strumento per aggirarlo.
L’intelligenza artificiale classifica senza attaccamento emotivo. Non ha la nostalgia di quell’articolo aperto quattro ore fa che “sembrava interessante“. Non ha il senso di colpa per il compito iniziato e mai finito. Non ha la paura di perdere un’informazione che probabilmente non servirà mai. Analizza, classifica e restituisce una fotografia obiettiva di ciò che sta succedendo, qualcosa che il cervello umano, impantanato nel proprio disordine, fatica a produrre da solo.
Il risultato è triplice: Quando un’attività viene classificata smette di occupare spazio indefinito nella mente. Il cervello non deve più tenerla in sospeso e può lasciarla andare, si ripristina l’oggettività perché la valutazione non è inquinata dalle emozioni, e si passa da saltare da un compito all’altro, a lavorare su una cosa precisa con un’intenzione ben precisa.
La sensazione di chiarezza che arriva dopo aver rimosso ciò che non è essenziale non ha prezzo. Quando tutto sembra urgente, è il segnale che nulla lo è davvero, e che è il momento di sbucciare la cipolla, togliere strati finché resta solo ciò che conta davvero.