Proprietà intellettuale, oggi l'Europa decide

A Strasburgo si vota una direttiva che, pur ridimensionata, ha un campo applicativo tale da aver allarmato i sostenitori delle libertà civili. Si vuole colpire la criminalità ma si rischia di annichilire i diritti di utenti ed imprese
A Strasburgo si vota una direttiva che, pur ridimensionata, ha un campo applicativo tale da aver allarmato i sostenitori delle libertà civili. Si vuole colpire la criminalità ma si rischia di annichilire i diritti di utenti ed imprese


Bruxelles – Ne hanno discusso (poco) per mesi e ne hanno discusso anche ieri ma oggi è il giorno in cui i parlamentari europei dovranno esprimersi sulla nuova direttiva comunitaria sulla proprietà intellettuale. Un testo che ha subito notevoli modificazioni dalla sua impostazione originale ma che continua a rappresentare secondo i sostenitori delle libertà digitali una vera e propria minaccia per gli utenti delle nuove tecnologie.

Alcuni cambiamenti dell’ultimo minuto alla bozza di Direttiva per l’Imposizione dei Diritti di Proprietà Intelettuale (IPRED), a cui nelle scorse settimane Punto Informatico ha dato ampio spazio , hanno portato ieri a Strasburgo ad una correzione del tiro laddove si parla di sanzioni per la violazione dei diritti di proprietà intellettuale. In origine la proposta parlava apertamente di sanzioni penali che non escludessero il carcere, una visione che contrasta però con le competenze europee rispetto alle legislazioni degli stati membri ed è dunque stata rivista: ora si parla di misure che siano efficaci e persuasive e che dissuadano dall’abusare dei diritti.

Il senso formale della direttiva è quello di armonizzare le legislazioni nazionali in una materia tanto delicata per le libertà digitali come la proprietà intellettuale allo scopo di contrastare in modo più efficace e coordinato le organizzazioni criminali che lucrano sulla contraffazione e la duplicazione illegale. L’ampiezza di quanto previsto dal testo, però, è tale da poter colpire anche violazioni del tutto minori, come quelle che possono essere commesse da singoli utenti, che non avvengono con finalità commerciali o di lucro .

La direttiva, per capirne l’ampiezza, si occupa di tutto quello che comprende marchi, brevetti, database, software, diritti d’autore, trasmissioni satellitari e via cavo. Il tutto senza definire in modo univoco che cosa si intenda per “proprietà intellettuale”, un concetto che oggi varia nei diversi paesi membri. Inoltre vengono posti “sotto osservazione” diritti importanti, come l’uso a scopi non commerciali di materiali protetti (per ricerca, attività educative, ecc.), il fair use e via dicendo. Con un occhio al download illegale , poi, si prendono di mira potenzialmente anche i server che dovessero essere considerati “complici” di attività illecite di questo tipo, secondo i critici, in assenza di un vero sistema di garanzie.

Questo aspetto, associato alle perplessità da molti sollevate sugli strumenti di controllo che possono ledere il diritto alla riservatezza, ha suscitato la reazione di molti, in particolare i membri del CODE (Campagna per un ambiente digitale aperto) come IP Justice , European Digital Rights , Foundation for Information Policy Research e Foundation for a Free Information Infrastructure . Il loro sforzo, condotto ormai da mesi contro la proposta, è sostenuto anche dalla Free Software Foundation Europe e dai radicali, in particolare dall’eurodeputato radicale Marco Cappato , che ha recentemente proposto cinque emendamenti al testo che oggi verranno votati.

Quelli di Cappato, non nuovo ad iniziative a difesa delle libertà civili nell’era digitale, sono emendamenti che hanno ottenuto l’appoggio di 35 parlamentari, quelli sufficienti a garantire la votazione parlamentare. Un appoggio arrivato da esponenti dei Verdi, dei Liberali Europei, dei Popolari Europei, dell’Unione Europa delle Nazionali e del gruppo Sinistra Unita Europea. Ma col passare delle ore il sostegno parlamentare sembra aumentare, anche grazie alla forte mobilitazione attorno a questo tema.

Sono emendamenti (consultabili qui ) che mirano a proteggere la privacy individuale, tesi in particolare a limitare la protezione dei diritti alle sole violazioni su ampia scala ed eliminare dalla direttiva gli strumenti legali che non sono riconosciuti in molti stati membri. Proprio oggi, alle 11,30, a Strasburgo, nella sala stampa dell’Europarlamento, saranno presentati gli emendamenti con un dibattito sul tema “Rapporto Fortou e libertà digitali” (Fortou è il nome della relatrice della proposta), una conferenza stampa a cui parteciperanno anche Robin Gross di IP Justice, Victoria Viallamar dell’Ufficio europeo dell’Unione internazionale dei consumatori e Astrid Thors, deputata ELDR.

Ma i problemi sollevati dal testo non finiscono qui.


Dei mezzi di indagine e accertamento delle violazioni più discutibili ci sono senz’altro quelle misure che, come ha recentemente ribadito la Foundation for Information Policy Research, consentirebbero alle grandi imprese di adottare misure legali pesanti e coercitive contro rivali minori, potendo persino accedere ai loro uffici, trattenere prove e chiedere il congelamento di conti bancari ben prima dell’istruzione di un procedimento vero e proprio. Il timore, evidentemente, è che questo porterà all’apertura di una quantità enorme di cause nate al solo scopo di condizionare mercato e libertà .

Come si legge in una lettera inviata a molti parlamentari europei dai sostenitori delle modifiche alla direttiva, quest’ultima “include gli ordini Anton Pillar che giungerebbero a legittimare perquisizioni private da parte dei dententori di diritti, e ingiunzioni Mareva atte a congelare conti bancari senza preavviso e senza preventiva udienza e ad ottenere documenti commerciali”.

Critiche alla direttiva sono giunte anche dai grandi provider e operatori di telefonia, da Telecom Italia a Vodafone, da MCI a BT e a Deutsche Telecom, secondo cui nonostante le opportune modifiche introdotte è ancora eccessivo “il campo di applicazione ad ogni violazione di qualsiasi tipo delle proprietà intellettuali, a prescindere dall’intenzionalità, dallo scopo, ovvero dalla serietà del danno cagionato”.

A sostenere la proposta sono invece importanti gruppi industriali, come l’associazione dei produttori di software proprietario Business Software Alliance , che preme per un regime più severo contro la dilagante pirateria. Secondo le stime BSA, il 37 per cento del software utilizzato nell’Unione Europea è abusivo. E critiche ad una definizione meno severa della direttiva sono giunte anche dall’associazione internazionale dei discografici, IFPI , secondo cui “si sta perdendo l’occasione di inviare un segnare chiaro e forte, cioè che pirateria e contraffazione non saranno tollerate”.

Tra le altre misure previste dalla direttiva, come sottolineato ieri da Puntoit , associazione che segue da vicino l’evolversi della situazione, il fatto che si intendano armonizzare le procedure legali legate alle violazioni e alla possibilità di portare in tribunale chi si ritenga violi i propri diritti di proprietà intellettuale con la finalità di chiedere un risarcimento del danno . In questo senso una modifica al testo originale prevede che il danno risaricibile sia legato al danno economico effettivo che si dimostri di aver subito.

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08 03 2004
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