Puntodivista/ Diritto d'autore, la parola ai discografici

Claudio Buja, Managing Director di Universal Music Publishing parla a Punto Informatico del diritto d'autore, della contraffazione, e del mercato discografico - a cura di Luca Spinelli

Roma – Il prossimo 24 aprile il Parlamento Europeo voterà la nota direttiva IPRED2 volta ad inasprire le sanzioni penali verso i reati contro il diritto d’autore. L’atmosfera è di grande polemica, e le major dell’intrattenimento si trovano, come spesso accade, sotto accusa. Il senatore Fiorello Cortiana si è mobilitato con una lettera aperta ai parlamentari europei. D’altro canto, Franco Frattini, vicepresidente della Commissione Europea, ne difende gli intenti, in quanto costituirebbe “la base minima per condurre un’azione incisiva volta a sradicare un fenomeno che arreca grave pregiudizio all’economia”, suggerendo la lettura dei dati ufficiali sulla pirateria in Europa.

Dopo l’ intervista a Claudio Ferrante della Carosello Records, Punto Informatico ha conversato con Claudio Buja, Managing Director della Universal Music Publishing (UMP), terza compagnia nel settore e branca della più grande casa discografica al mondo. Buja è stato direttore artistico di Sony Music (dall’88 al 92) e direttore artistico di Universal Music Italy (fino al 2001). Attualmente, dal dicembre 2001, è Managing Director di Universal Music Italia, società di publishing di Universal Music Group. È anche membro della Commissione Musica in SIAE e vicepresidente di FEM, la Federazione degli Editori Musicali.

Punto Informatico: Universal come affronta e giudica l’avvento di Internet?
Claudio Buja: UMP guarda, ovviamente, ad Internet con grandissimo interesse (potrebbe essere altrimenti?). Internet ha cambiato la nostra vita (e quella dei nostri figli) sino dall’età scolare, con un impatto enorme nell’apprendimento, nel lavoro, nel tempo libero. Ha creato una realtà di comunicazione e di scambio del tutto inedita e impensabile fino a pochi anni fa, basta ricordare fenomeni come YouTube o MySpace. Tutto questo, per il mondo della musica, può soltanto essere visto come un’opportunità; la novità del mezzo, peraltro, crea una situazione ancora instabile, dove l’abuso è frequente.

PI: Crisi del disco: di chi pensa sia la colpa? Bassa qualità delle canzoni, troppa offerta rispetto la richiesta, il file sharing…
CB: La crisi del disco è dovuta ad una serie di cause, tutte confluenti nella disaffezione all’acquisto. Per chi, come me, possiede una vastissima discoteca, non è pensabile una “sostituzione” dell’oggetto, ma mi rendo conto che si tratta di una posizione poco attuale per molti.
Nel frattempo sono stati creati falsi problemi. Quello del prezzo, per esempio: indagini Istat dimostrano che il prezzo del disco è aumentato meno del giornale quotidiano, negli ultimi vent’anni; e poi, perché non ci si chiede con altrettanta ostinazione se non sia troppo caro il biglietto allo stadio, dei concerti, il prezzo di una pizza o di un rinatone ?
Altro falso problema, quello della qualità: io trovo che gli appassionati possano trovare sempre qualcosa di interessante da comperare. Il problema vero è che l’accesso alla musica è ormai talmente facile, e c’è così tanta offerta di musica gratis, che spendere per l’acquisto appare quasi anacronistico.

PI: Alcune domande sul suo specifico settore, quello delle edizioni. Ce lo può descrivere in poche parole? Esistono regole precise riguardo alla spartizione degli introiti o ci si rapporta in base alla notorietà dell’autore (e quindi al suo peso decisionale nello stilare gli accordi)?
CB: Le edizioni musicali si occupano di gestione e sviluppo degli autori e dei loro diritti. Chi scrive una canzone fa un mestiere diverso da chi la canta, anche se spesso le due figure possono coincidere. Se andate a vedere l’Amleto, avete chiaro che Shakespeare e Laurence Olivier – cioè l’autore e l’attore – sono due figure distinte. Così quando sentite una canzone di Sinatra, dovreste sapere che può averla scritta un soggetto diverso da chi la interpreta. L’autore di una composizione musicale, che sia un “autore-e-basta” o un cantautore, è un soggetto i cui diritti vanno tutelati – in pratica l’autore ha diritto ad un compenso proporzionale all’uso che viene fatto della sua opera. Normalmente il “copyright”, cioè la percentuale incassata sull’uso dell’opera, viene diviso al 50% fra autore ed editore. Ma è abbastanza intuitivo che un autore affermato può creare la propria edizione musicale, ottenendo così pressoché l’intero compenso.

PI: A tal proposito, qual è la percentuale media di guadagno di una casa discografica nell’edizione? E in che termini influiscono questi introiti nel bilancio annuale?
CF: Difficile rispondere. Normalmente un autore viene pagato dall’editore con un compenso per il diritto esclusivo di sfruttamento dell’opera. Tale compenso viene recuperato sulla parte di copyright destinata, appunto, all’editore, mentre il diritto dell’autore è inalienabile. Per quanto riguarda gli autori stranieri, la consociata italiana di una multinazionale incassa l’intero diritto ma trattiene solo una piccola parte (sub-publishing), dovendo “girare” quanto incassato agli autori ed editori originali. Per dare un’idea della dimensione del copyright: il fonomeccanico è meno del 10% del PPD, cioè del prezzo di un cd al rivenditore. Questo significa che un autore che scrivesse testo e musica di TUTTE le canzoni presenti nell’album, percepirebbe circa 50 centesimi per ogni copia venduta, e altrettanto l’editore che avesse la piena proprietà di tutti i titoli. Vi sembra troppo?

PI: Qual è il settore che porta maggiore introito mediamente in un anno (quello di conseguenza più interessante a bilancio)?
CF: È un punto abbastanza complesso. Le case discografiche, infatti, hanno mediamente fatturati più alti delle edizioni musicali, ma strutture complesse. Potremmo quindi dire che il “grosso” dei ricavi proviene ancora dal mercato fisico, anche se è chiaro che i settori digitali, Internet e mobile, sono quelli in maggior espansione.
Più in generale il guadagno di una major discende ovviamente dal successo dei propri artisti; il mercato fisico è ancora di gran lunga superiore a quello digitale. In generale, il guadagno è maggiore se il successo riguarda artisti e autori giovani, per i quali i costi contrattuali e di produzione sono inferiori a quelli di artisti già molto affermati. Sono peraltro pochi artisti affermati ad occupare stabilmente le posizioni di classifica, con scarso ricambio.
Nel settore del publishing i maggiori guadagni derivano dal successo nel tempo di una determinata composizione: avere in repertorio una canzone che continua ad essere eseguita o registrata a distanza di dieci, venti, trent’anni dalla sua composizione, garantisce guadagni nel tempo tanto agli autori quanto agli editori.
Ma ci vorrebbe un intero forum sull’argomento per spiegare nel dettaglio la struttura.

PI: Tornando alla questione del copyright. Come giudica il recente intento della Commissione Europea di inasprire le sanzioni penali per i reati contro la proprietà intellettuale e la pirateria?
CB: Lo giudico un atto necessario nel cammino verso la regolarizzazione della materia. Lo spontaneismo che ha accompagnato l’entusiasmo generato dall’introduzione del nuovo mezzo – Internet – deve essere in qualche modo regolamentato in modo da non danneggiare i titolari dei diritti delle opere dell’ingegno.

PI: Fino al 1700 (secolo in cui nacque il diritto d’autore), la creatività e l’arte sono vissute senza il sistema del copyright (tramite stipendi, tournee, commissioni…). Pensa che sarebbe possibile – e, nel caso, auspicabile – tornare ad un sistema del genere? Alcuni studiosi leggono l’enorme diffusione dell’Open Source come un primo passo verso questa direzione, hanno ragione?
CB: Sarebbe auspicabile tornare ad uno stato di natura dove l’acqua si raccoglie al ruscello, il latte dalla mucca, al lavoro si va in bicicletta e il gioco del calcio è giocato in un campo da una ventina di simpatici dilettanti, senza recinti né biglietti da pagare… è questo lo scenario ipotizzato da questi studiosi? Oppure ipotizzano che gli artisti, in questo nostro mondo, siano gli unici professionisti a non dover essere retribuiti per la loro occupazione? Un quesito interessante, un quesito da porre anche a quei nostri politici che pensano che il diritto d’autore sia un balzello insensato e poi accettano che le televisioni pubbliche e private paghino compensi stratosferici ai conduttori delle trasmissioni… A proposito, nel 1700 quanto erano pagati i politici di professione? Quanto i nostri parlamentari di oggi?

PI: I giornali e la Rete danno spesso spazio alle polemiche di molti verso la politica delle major contro la pirateria. Come risponde a quei migliaia di giovani che vedono nelle major dei colossi finanziari interessati al solo profitto?
CB: Rispondo che tutte le aziende del mondo, in qualunque campo esse operino, sono interessate al profitto, che siano major o indipendenti. C’è chi il profitto lo fa producendo BENE e chi lo fa in modo irregolare. Quando scegliete un ristorante fate un calcolo di rapporto prezzo/qualità. Questa è una buona regola da tenere sempre presente. La musica che state acquistando vi procura una soddisfazione, un piacere interiore, un arricchimento? Vale quello che costa? Perché allora chi l’ha creata, eseguita, prodotta dovrebbe essere spogliato del suo compenso? La politica delle major contro la pirateria non è solo volta a tutelare esse stesse, ma in prospettiva è una politica che difende tutti coloro che lavorano al mondo della musica. L’effimera vittoria di chi ottiene musica gratis attraverso la pirateria si rifletterà in un progressivo impoverimento delle produzioni, soprattutto a danno dei cosiddetti mercati di nicchia, che non avranno più risorse e margini di guadagno. In breve: un cantante che vende mezzo milione di copie può tirare avanti anche se il mercato cala del 30-40%. Ma un artista emergente che vende dieci o ventimila copie verrebbe facilmente spazzato via da una crisi protratta che limasse i già limitati guadagni (propri e di chi lo produce). È un discorso simile a quella pubblicità – avete presente? – che ammonisce sul rischio di riempire il pianeta di rifiuti: prima o poi qualcuno si troverà a pagare il conto di un comportamento superficiale e dannoso. E intanto qualcuno si è accorto che le aziende operanti nel settore della musica sono sempre meno?

PI: Uno sguardo al futuro… La diffusione tecnologica ha dato a tanti la possibilità di creare musica di buona qualità e di distribuirla tramite il Web a costi contenuti. Pensa che questa concorrenza potrebbe portare le case discografiche alla necessità di reinventare il proprio ruolo, venendo meno alcuni dei loro compiti fondamentali? Qual è il “di più” offerto?
CB: La “diffusione tecnologica”, cioè la possibilità di realizzare musica nel proprio salotto e di distribuirla tramite il web ha dato a tanti la possibilità… ma questa possibilità oggi resta una pia illusione, se esaminiamo il risultato dal punto di vista qualitativo. E noi siamo inondati da proposte dozzinali, di self-made artists che credono di essere i nuovi Vasco Rossi o De Gregori. Basta fare un giro nel Web per capire la realtà e vedere l’abisso… di migliaia di produzioni mediocri (per non dire di peggio) senza un grammo di originalità, di creatività, di senso. Osservare tutta questa attività sul web è come entrare nei milioni di blog esplosi con la rete e sperare di trovarci il nuovo Hemingway… Questo concetto di democrazia creativa è affascinante e vertiginoso, ma poco utile. Avete presente i pittori della domenica, i grandi incompresi? Se lo fanno per divertimento, per hobby, è un discorso apprezzabile; ma se pensano di essere dei novelli Picasso, allora diventano grotteschi. E ci si rende conto facilmente dell’enorme equivoco, della velleitarietà di una rete che – con il villaggio globale – ha creato anche la globale illusione di essere tutti artisti.
Il “di più” offerto da un’etichetta discografica o da un editore musicale è (o dovrebbe essere) innanzitutto la presenza di un team creativo capace di correggere, di migliorare, di consigliare il potenziale artista, magari anche affiancandolo ad un produttore o a un co-autore che ne esalti le qualità. Questo è il plus a livello creativo; promozione e distribuzione verranno poi. Ma se uno pensa di essere già meglio di Springsteen, che bisogno ha di questi consigli?

PI: È vero che le Major affidano sempre più la produzione discografica alle piccole etichette per poi gestire quegli aspetti che solo una grande azienda può svolgere, tipo la promozione e la distribuzione?
CB: Purtroppo è vero. Per tornare ad una similitudine calcistica: le major si comportano come le grandi società, che lasciano alle squadre di provincia il compito di scovare talenti, per poi pagarli (cari) ed inserirli nei propri organici. Manca, alle major discografiche italiane, l’intuito, il coraggio, la voglia di rischiare e il senso della sfida al mercato. Quello che animava, per esempio, la RCA degli anni Sessanta e Settanta, gli anni dei primi cantautori. Molto spesso, oggi, ci si accontenta di distribuire il prodotto internazionale, che crea meno rischi, e si abdica così al ruolo creativo che il discografico (e l’editore) non dovrebbe mai trascurare.

PI: Passiamo ad una domanda un po’ più leggera. Vista la sua esperienza come ex direttore artistico, come funziona il lavoro di talent scouting alla Universal?
CB: Alle edizioni abbiamo un direttore A&R che ha il compito di ascoltare, valutare e scegliere gli autori a cui pensiamo di poter essere utili (e viceversa); la ricerca, ovviamente, si svolge anche attraverso Internet. Se si tratta di autori “puri” cerchiamo poi interpreti adatti alle loro composizioni; se si tratta di gruppi o cantautori cerchiamo di aiutarli nella ricerca di un’etichetta. Mi rendo conto che a parole suona facile… ebbene: non lo è.

A cura di Luca Spinelli

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  • RX-78-2 scrive:
    Alessio, se permetti
    vorrei dirti che l'articolo, sebbene un pò criptico, è interessante, ma non condivido le conclusioni.Il fatto è che VIIV probabilmente morirà perché Intel ha cercato e sta cercando di fare una operazione doppiamente rischiosa su questa piattaforma. Il primo rischio è quello entrare nel dominio della consumer electronics dando per scontato che l'apparecchio da salotto debba essere un aggeggio da più di mille euro di spesa, con un mostro di sistema operativo come Vista. E qui, imho, parte la prima pernacchia.Il secondo rischio è che la gente voglia pagare tutti i soldi che una macchina VIIV costa per vedersi castrare alla grande, grazie ai DRM che fanno parte della piattaforma, tutte le possibilità che un aggeggio multimediale deve permettere.E qui parte il secondo pernacchione chilometrico.Ma il futuro del PC 1.0 se lo intendi come assemblaggio di componenti di varia provenienza, è un'altra cosa, e potrebbe anzi trarre giovamento da un fallito tentativo egemonizzare il "salotto" con una piattaforma monolitica costosa, comprendente anche il DRM.
    • Anonimo scrive:
      Re: Alessio, se permetti
      Quoto: "Ma il futuro del PC 1.0 se lo intendi come assemblaggio di componenti di varia provenienza, è un'altra cosa, e potrebbe anzi trarre giovamento da un fallito tentativo egemonizzare il "salotto" con una piattaforma monolitica costosa, comprendente anche il DRM."DRM è una tecnologia spinta da molte case che sono impegnate tanto sul fronte della costruzione di hardware quanto su quello della distribuzione/intermediazione su piattaforma tecnologica di contenuti protetti.Questo, oltre a configurare un "conflitto d'interessi" offre la possibilità ad Intel di far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta, attraverso una non sbandierata implementazione della stessa tecnologia "a priori" da parte degli OEM nelle rispettive linee di prodotto.In questo senso la filosofia "think platform" mantiene inalterato il suo senso e si evolve da qualcosa che si propone direttamente al pubblico a qualcosa che si vende agli OEM; dando ovviamente per scontato che la piattaforma funzioni, il che è di nuovo più probabile quando questa sia venduta da OEM che poi hanno in catalogo prodotti complementari "finiti" come televisori, set top box e via discorrendo.In fin dei conti la "fine del pc 1.0" potrebbe segnare una nuova fase di protagonismo degli OEM dopo che per qualche anno questi hanno creato coi loro prodotti delle vetrine per i loro fornitori!
  • Anonimo scrive:
    chi se ne frega
    ah ah ah ah babbei
  • Anonimo scrive:
    prima di intel insid(i)e
    già, il mio primo 486 era un cyrix (qualcuno se la ricorda ancora?:P) ed andava benissimo.. ah che tempi :)poi tentarono di fare un processore compatibile con il pentiun ma faceva veramante cagare forte :)
    • Anonimo scrive:
      Re: prima di intel insid(i)e
      - Scritto da:
      già, il mio primo 486 era un cyrix (qualcuno se
      la ricorda ancora?:P) ed andava benissimo.. ah
      che tempi
      :)
      poi tentarono di fare un processore compatibile
      con il pentiun ma faceva veramante cagare forte
      :)così bene che il mio dx2 66mhz andava come un intel da 50mhz, se non meno.
  • Anonimo scrive:
    Apple?
    Non ho proprio capito cosa c'entra Apple nel discorso. Me lo spiegate?
    • Epimenide scrive:
      Re: Apple?
      - Scritto da:
      Non ho proprio capito cosa c'entra Apple nel
      discorso. Me lo
      spiegate?"VIIV" è un marchio Intel, come lo è "Intel inside", ed Apple, pur usando Intel, ha rifiutato (ed è stata l'unica) di mettere sulle sue macchine il "bollino blu": un Apple è un Apple, punto, nessuna pubblicità gratuita a quello che, dopotutto, è solo un fornitore.
    • napodano scrive:
      Re: Apple?
      vai meglio di me: io non ho addirittura capìto dove volesse andare a parare l'articolo; a stento mi è chiaro di cosa parla.
    • pastafrolla scrive:
      Re: Apple?
      - Scritto da:
      Non ho proprio capito cosa c'entra Apple nel
      discorso. Me lo
      spiegate?
      Apple è più interessato a pubblicizzare il suo marchio piuttosto che quello dei propri fornitori... l'oppposto di quello che è accaduto col centrino dove spesso non si capiva quale fosse il produttore (i vari HP,ACER, DELL, e compagnia) ma era ben evidente il fornitore (INTEL)
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