Quando il lavoro costa un boot

Lunghi, lunghissimi i tempi di avvio del sistema che spesso non sono retribuiti. I lavoratori si ribellano e fanno causa alle aziende
Lunghi, lunghissimi i tempi di avvio del sistema che spesso non sono retribuiti. I lavoratori si ribellano e fanno causa alle aziende

Che i fannulloni siano una specie da combattere è cosa nota. Se nella PA è scattata una vera e propria caccia, anche i datori di lavoro si attrezzano per valutare al meglio le prestazioni dei propri dipendenti, monitorando le ore effettive di lavoro che vanno tassativamente dal log-in al sistema al log-out dallo stesso.

un lavoratore in attesa di boot Un tale limite pare però insufficiente per alcuni lavoratori che si sono spinti fino a vere e proprie azioni legali contro i datori di lavoro. Questioni di privacy? No, per nulla: sotto accusa finiscono i lunghissimi tempi di boot e di spegnimento del sistema, periodi non retribuiti che, secondo i lavoratori, arrivano anche a toccare tempi complessivi di circa 15/30 minuti al giorno.

La faccenda è quantomai seria e tocca anche aziende importanti come AT&T , nonché UnitedHealth Group Inc. e Cigna Corp , che hanno assistito al fioccare di lettere da parte di legali e associazioni di tutela dei lavoratori per i periodi di lavoro non retribuiti. Va specificato però che il grosso delle azioni legali è concentrato soprattutto nei call center, dove la turnazione e la retribuzione a tempo sono uno standard contrattuale.

I lavoratori non ci stanno a veder decurtato lo stipendio, quindi agiscono per vie legali facendo causa all’azienda: “Si tratta di lavoratori ad ore che non guadagnano più dello stipendio minimo” dichiara Mark Thierman, difensore legale di un gruppo di dipendenti. “Ogni giorno si perde circa mezzora, periodo che non viene retribuito e che sommato confluisce in un discreto deficit della busta paga. Durante questo tempo, i lavoratori non stanno certo con le mani in mano: preparano il lavoro, fanno chiamate o controllano le scadenze sul calendario aspettando che il computer sia pronto” aggiunge.

Di diverso avviso Richard Rosenblatt, un altro avvocato che cura la parte difensiva di una dozzina di lavoratori: “Credo che nella maggior parte dei casi l’avvio del sistema non può essere considerato come parte del lavoro svolto” sostiene . “Ho passato un po’ di tempo in alcuni call center osservando il comportamento sul posto di lavoro. Molti dipendenti sono soliti avviare il PC per concedersi poi qualche minuto di attività del tutto diverse dal lavoro, come quelle di fumare una sigaretta, chiacchierare con i colleghi o prendere il caffè. Passano i minuti e tutto quello che hanno fatto è stato soltanto premere un pulsante o digitare la password d’accesso”.

Ad ogni modo, le procedure legali proseguono. Pare improbabile che un computer impieghi circa 15 minuti per avviarsi e altrettanto tempo per spegnersi. Molto dipende dall’hardware, così come molto dipende dal software ma, salvo rare eccezioni, è difficile superare i 3 minuti. Un periodo sufficiente per dare a se stessi una motivazione per fare altro: il PC ci mette del tempo, piuttosto che aspettare meglio andare a prendere un caffè. E poi si sa: il distributore di caffè in ufficio è un luogo per socializzare, a tal punto da farci una sit com dove nessuno sembra aver tanta voglia di lavorare.

Vincenzo Gentile

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20 11 2008
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