RAI, tempesta sul canone speciale

Chiesto ad aziende e partite IVA, anche se in possesso solo di computer o schermi utilizzati per lavoro. Si riapre un dibattito che sembrava ormai sopito
Chiesto ad aziende e partite IVA, anche se in possesso solo di computer o schermi utilizzati per lavoro. Si riapre un dibattito che sembrava ormai sopito

È ricominciata la campagna di richiesta del canone da parte della RAI nei confronti delle aziende e con essa si è riaperto il dibattito su chi sia effettivamente obbligato a versare alla TV pubblica l’obolo che va da 203 a 6.789 euro (per gli alberghi con più di 100 stanze), passando per i 407,35 euro chiesti ai professionisti dotati di partita IVA.

La questione riguarda l’applicazione del cosiddetto Canone Speciale , obbligo di pagamento previsto dall’art. 17 decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 a carico di chi rende disponibili trasmissioni tv sul luogo di lavoro . Questo era stato previsto dalla legge per coprire le situazioni contributive di tutte quelle attività che della tv fanno un uso nell’ambito del loro lavoro, come per esempio alberghi, bar e ristoranti che possono offrire visioni pubbliche: permette alla RAI di chiedere il pagamento del canone a tutte le aziende iscritte alle Camere di commercio, ma già in fase di scrittura della normativa a quest’elenco erano stati aggiunti gli uffici.

Il problema è legato al fatto che la tv di Stato – in una vera e propria crisi di liquidi, che la sta costringendo a cercare di ridurre le spese in una rincorsa continua ai tagli – ha inviato lettere di richiesta del pagamento del canone RAI a tutti, compresi artigiani, commercianti e partite IVA, andando di fatto oltre allo scopo originario del canone, che rappresenta l’ imposta sugli apparecchi atti a ricevere trasmissioni televisive .

Confartigianato ha chiesto ora l’intervento del Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, per stigmatizzare tale aggressiva campagna che prevarica lo scopo del canone, richiedendo pagamenti da parte di tutte le imprese, anche di quelle non in possesso di apparecchi atti alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive, che al contrario non sembrerebbero avere nessun obbligo di pagamento. Confartigianato chiede ora per questo “al Governo un immediato intervento per risolvere questa palese iniquità attraverso modifiche alle norme per escludere qualsiasi obbligo di corrispondere il canone nel caso di possesso di apparecchi che funzionino inequivocabilmente da strumenti di lavoro per le aziende”.

Anche perché al momento le imprese che non ritengono di dover pagare, devono di fatto giustificarsi spiegando con una PEC che gli apparecchi presenti sul luogo di lavoro sono utilizzati solo a scopo lavorativo e che non sono presenti televisioni nei locali : un nuovo adempimento (che potrebbe essere accompagnato da specifici oneri tecnici) che può costituire un ulteriore ostacolo all’attività di migliaia di partite IVA e piccole imprese.

La tv pubblica è già intervenuta in difesa delle sue azioni, affermando che semplicemente ha smesso di esser timida rispetto ai suoi diritti: a dirlo è il consigliere RAI Antonio Verro, che ha altresì sottolineato come “la legge dice che il canone è una tassa di possesso e lo devono pagare tutti quelli che detengono uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive” fuori dall’ambito familiare nell’esercizio di un’attività commerciale e a scopo di lucro diretto o indiretto.

La questione è infatti sempre quella apparentemente risolta ad inizio 2012 della definizione del mezzo di ricezione delle sue trasmissioni sufficiente a generare l’obbligo di pagamento: basta, come fanno intendere i dirigenti della tv pubblica, la mera possibilità ipotetica di visualizzare le trasmissioni (per esempio attraverso lo schermo di un computer), o piuttosto c’è bisogno, come affermano professionisti ed associazioni di categoria, di una concretizzazione più specifica di tale possibilità, eventualità che escluderebbe tutti quei schermi utilizzati logicamente in ambito di lavoro per scopi diversi (come per esempio gli apparecchi impiegati per i servizi di sorveglianza interna o i computer impiegati per lavoro e non certo per guardare trasmissioni televisive)?

Anche se ci sono altre questioni lasciate in sospeso dalla mancata chiara interpretazione della legge, come l’ipotesi per cui per i professionisti che operano da casa “in linea teorica – come dice la RAI – si potrebbe configurare sia l’obbligo di pagare il canone ordinario sia quello speciale”, il nocciolo della questione sembra proprio, come sottolinea Confartigiato, la “teorica eventualità dell’accesso al servizio di ricezione del segnale radio/TV e non sull’utilizzo reale del medesimo come avviene per le apparecchiature di videosorveglianza usate, dalle imprese, esclusivamente per finalità intrinseche al lavoro”.

Claudio Tamburrino

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