Informazioni su carte e conti bancari, rapporti sessuali, nudità. Sarebbe questo il contenuto di alcune delle registrazioni acquisite dagli occhiali smart della gamma Ray-Ban Meta e finite sugli schermi di un’azienda in Kenya ingaggiata dal gruppo di Mark Zuckerberg per analizzare i video e abbinare una descrizione di quanto mostrato. L’obiettivo? Ovviamente quello di addestrare un sistema di intelligenza artificiale. A scoperchiare il vaso di Pandora è il portale svedese SvD, pubblicando alcune testimonianze dirette dei dipendenti coinvolti. C’è da preoccuparsi.
C’è chi guarda i video privati dei Ray-Ban Meta
Le fonti hanno riferito di clip dalla natura profondamente intima e riservata, inviate da chi ha indossato i dispositivi nell’ambiente domestico, senza però essere consapevole di cosa sarebbe accaduto.
Il partner era in bagno o era appena uscito nudo.
Non è chiaro attraverso quali modalità i file siano finiti sugli schermi kenioti. Fra i termini di servizio si legge che in alcuni casi, Meta esaminerà le tue interazioni con le AI, incluso il contenuto delle tue conversazioni o dei tuoi messaggi alle AI, questa revisione può essere automatizzata o manuale (umana)
. È un passaggio a dire il vero piuttosto vago.
Ricorda qualcosa? Si tratta di una dinamica molto simile a quella di cui abbiamo scritto su queste pagine nel lontano 2019, allora relativa agli assistenti virtuali. All’epoca si scoprì che tutti i principali player del mercato (inclusi Google e Apple) avevano ingaggiato aziende esterne per trascrivere gli audio e migliorare l’efficacia degli algoritmi.
Ci risiamo: serve la massima trasparenza
La storia si ripete, insomma. Cambia la tecnologia, ma i problemi rimangono gli stessi. Quello degli occhiali smart è un mercato destinato a crescere, con numeri importanti già oggi ed enormi prospettive per il futuro. A realtà come Meta è richiesta anzitutto piena trasparenza: non ci si può nascondere dietro a un dito o ai termini di servizio giustificando un’eventuale pratica come quella documentata da SvD.
Chi vorrebbe indossare un dispositivo nello spazio sacro e inviolabile della propria abitazione, sapendo che quanto osservato potrebbe finire sul monitor di qualcuno dall’altra parte del mondo? Siamo davvero pronti a cedere un tale controllo sulla nostra privacy in cambio di qualche funzionalità evoluta?