RIAA: ma quale diritto di copia?

I discografici ora spingono per superare il concetto di fair use: è il DRM a stabilire cosa si possa o non si possa fare. La copia privata non è un diritto ma al massimo un'autorizzazione, che può essere revocata. La denuncia di EFF


Roma – Sta sollevando molto scalpore in rete la segnalazione di Electronic Frontier Foundation (EFF) su una clamorosa posizione espressa da RIAA : l’associazione americana dell’industria musicale suggerisce infatti che effettuare la copia privata di un CD, o modificare il formato di un brano che si è acquistato, altro non è che una concessione che, come tale, non è garantita né può essere considerata sempre consentita o lecita.

La nota di EFF al riguardo sta avendo un’eco vastissima sia nella blogosfera che sui siti specializzati. Se durante il celeberrimo processo Grokster i discografici avevano dichiarato dinanzi alla Corte Suprema che il fair use consentiva ad un utente, ad esempio, di trasferire su un player portatile la musica di un CD che ha acquistato regolarmente, ora la RIAA torna sui suoi passi .

In una memoria legata al processo di revisione della legge statunitense sul copyright nell’era digitale, il Digital Millennium Copyright Act (DMCA), EFF ha infatti notato alcuni passaggi che vengono ora ripresi su mezza rete, cose come:

“Neppure il fatto che il permesso di fare una copia, in certe circostanze, sia spesso o anche sistematicamente garantito vuol dire che copiare sia fair use quando il detentore dei diritti non esplicita quella autorizzazione”. In altre parole, dice RIAA, in ballo non c’è il fair use quando si viene al diritto di fare una copia, ma un semplice problema di autorizzazione .

EFF ricorda anche che dinanzi alla Corte Suprema, i legali RIAA avevano dichiarato che “è perfettamente legale prendere il CD acquistato, caricarlo sul proprio computer e inserirlo nel proprio iPod”. Questo significa – spiega EFF – che la possibilità di continuare a fare copie dei propri CD e trasferirle su iPod non è garantita, è piuttosto frutto di tolleranza .

In altre parole non si tratta di copia privata legittima o meno, secondo i discografici: la copia di un CD, il cambiamento del formato in cui è distribuito un brano non sono pratiche consentite dal diritto di effettuare copie, ma se sono consentite è perché il detentore dei diritti le autorizza . Il che significa che in qualsiasi momento, come sottolineano quelli di ArsTechnica , può cambiare idea .

“Quanto viene detto qui – sottolinea ArsTechnica – è che i detentori dei diritti hanno l’autorità di negare quello che è divenuto il fair use , quello che è il fair use secondo quanto affermato dai legali dell’industria dinanzi alla Corte Suprema”. Ma la RIAA ora è ancora più esplicita: “Creare una copia di backup di un CD musicale non è un uso non abusivo”.

Va detto, ad ogni modo, che il calderone delle polemiche suscitate dalla RIAA riguarda, come detto, una memoria di “difesa” del DMCA, una legge che già oggi prende di mira non solo chi viola il diritto d’autore ma anche chi produce gli strumenti tecnici per farlo, chi si produce in attività di reverse engineering e chi viola i sistemi di protezione dei contenuti . Difficile dunque che le pronunce di RIAA abbiano un qualsivoglia effetto di innovazione delle norme, come accaduto più volte in passato, limitandosi probabilmente a rendere il DMCA più “saldo” dinanzi ai ripetuti e fin qui vani tentativi di riformarlo. Quel che però è certo, come viene osservato su diversi blog in queste ore, è che sempre più è il DRM, ossia le tecnologie anticopia associate ai contenuti diffusi, a stabilire cosa si può o non si può fare con un prodotto che si acquista. Non è quindi il diritto a stabilirlo ma semmai è un’autorizzazione informale presidiata da un dispositivo tecnologico . Ed è questo, evidentemente, a dare il quadro dell’importanza del dibattito che si è aperto oggi sul DMCA.

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