RIAA non risparmia nessuno

Il presunto utente condivisore non ha nemmeno un computer. Caso chiuso, a favore della difesa. E gli artisti non stanno più con le major
Il presunto utente condivisore non ha nemmeno un computer. Caso chiuso, a favore della difesa. E gli artisti non stanno più con le major

L’ultima vicenda in cui è incappata RIAA dice molto sul senso (o la sua mancanza) della guerra ai consumatori in cui finora si è attivamente impegnato il braccio armato delle major: l’industria della musica aveva accusato di violazione del copyright a mezzo P2P una cittadina che non era nemmeno dotata di computer.

Il caso UMG Recordings v. Roy , uno di quelli ancora attivi della crociata legale contro gli utenti prima del presunto cambio di rotta e il coinvolgimento dei fornitori di connettività, vede contrapposti i membri di RIAA e la signora Mavis Roy di Hudson, New Hampshire, accusata di aver indebitamente scaricato e distribuito online centinaia di brani musicali con la susseguente infrazione del copyright. Nel 2007 alla signora Roy fu fatta pervenire una lettera che la metteva davanti alla sua (presunta) malefatta, consigliandole altresì di accedere a un sito web per pagare una somma in denaro con cui risolvere la querelle .

Ma la signora Roy ignorò la richiesta, considerandola nei mesi successivi come un tentativo di truffa perché in realtà lei non aveva nemmeno il PC e mai avrebbe potuto commettere lo sharing di cui veniva accusata da RIAA & sodali . Le convocazioni davanti alla corte che sono poi seguite all’avvio della causa da parte delle major hanno permesso a Roy e alla sua difesa di mettere in discussione le “prove” raccolte da RIAA, prove che in definitiva si sono rivelate impalpabili e hanno portato a un accordo tra le parti in cui nessuno dei due ha dovuto alcunché all’altra.

Il caso è stato chiuso, la signora Roy potrebbe denunciare i discografici per le vessazioni subite senza motivo nel nome di un copyright che non guarda in faccia a nessuno men che meno agli innocenti. Nonostante la conclusione positiva della sua vicenda, la donna si è detta “turbata per il fatto che le etichette musicali possano trattare in questo modo i cittadini americani onesti”.

RIAA sta combattendo per difendere la propria immagine e il proprio ruolo, e se l’organizzazione può dirsi soddisfatta per come sono andate le cose nella clamorosa sentenza del secondo processo Thomas , sostenendo che far pagare qualche milione di dollari per 24 MP3 sia una cosa giusta e in linea col pensiero della maggioranza, gli artisti continuano a prendere le distanze .

Dopo l’attacco di Moby, che ha parlato senza mezzi termini della necessità di far scomparire dalla faccia della terra gli avvoltoi legali nutriti nella mangiatoia di RIAA, tocca ora al cantante Richard Marx farsi sentire dicendo di provare “vergogna per il fatto che il mio nome sia associato alla vicenda”. Marx è l’autore di uno dei 24 brani che Jammie Thomas avrebbe condiviso sul network di KaZaa, è per quanto non metta in discussione la responsabilità legale della donna si dice altresì convinto del fatto che RIAA e l’industria discografica nel suo complesso servano oramai soltanto ai loro propri interessi , pensando a “spremere i consumatori e a riempirsi le tasche” invece di fare il possibile per fornire ai consumatori la migliore musica possibile.

Alfonso Maruccia

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28 06 2009
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