Riconoscimento facciale: e il PD?

Il deputato Filippo Sensi del Partito Democratico presenta un'interrogazione parlamentare per far luce sull'uso del riconoscimento facciale in Italia.
Il deputato Filippo Sensi del Partito Democratico presenta un'interrogazione parlamentare per far luce sull'uso del riconoscimento facciale in Italia.

Anche l’Italia dovrà prima o poi fare i conti con le implicazioni legate all’impiego del riconoscimento facciale. Meglio prima che poi, a dire il vero. Una questione parecchio dibattuta oltreoceano dove prende vita buona parte degli algoritmi destinati a tale scopo, ancora meno nel nostro paese. E mentre l’Europa valuta l’ipotesi di metterne al bando per cinque anni l’adozione nei luoghi pubblici, qualcosa sembra finalmente muoversi anche da noi.

Riconoscimento facciale in Italia: l’interrogazione del PD

Oggi il deputato Filippo Sensi del Partito Democratico annuncia su Twitter (tramite l’account del blog Nomfup) di aver presentato un’interrogazione parlamentare sul tema. Indirizzata al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno ha come obiettivo quello di far luce su quali sono ad oggi le tecnologie di questo tipo attive sul territorio nazionale, quali enti, autorità o forze dell’ordine ne sono in possesso e quali sono le misure poste in essere per evitare che il loro uso possa in qualche modo ledere la privacy o la sfera privata dei cittadini.

Il S.A.R.I. della Polizia

La questione è complessa e non può essere ridotta a un banale “lo facciamo per la sicurezza di tutti”. Come per molte delle applicazioni legate all’ambito dell’intelligenza artificiale anche in questo caso ci si trova di fronte alla necessità di stabilire il migliore equilibrio possibile tra l’impiego di un sistema dalle indubbie potenzialità e l’obbligo di scongiurare il rischio di abusi.

Che in Italia siano in funzione tecnologie di questo tipo è cosa nota. Su queste pagine già nel 2018 abbiamo dato notizia di un’operazione della Polizia di Stato che ha permesso di bloccare due malviventi attraverso l’analisi dei fotogrammi acquisiti da una videocamera di sorveglianza, confrontandone il volto con quelli presenti in un database contenente milioni di record. S.A.R.I. (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini), questo il nome del software in questione.

Il caso Clearview AI

L’intervento odierno di Sensi si riferisce in modo specifico alla soluzione sviluppata dalla newyorkese Clearview AI oggetto di un report pubblicato nei giorni scorsi dal New York Times. L’azienda è stata creata da Peter Thiel, già cofondatore di PayPal e finanziatore di Facebook. Si parla di algoritmi istruiti partendo da un archivio immenso, sette volte più grande rispetto a quello impiegato dall’FBI per il proprio sistema, popolato da oltre tre miliardi di fotografie e video rastrellati da piattaforme online e social network come FB, YouTube e Venmo.

Un’intelligenza artificiale tanto evoluta da poter identificare un soggetto con un margine d’errore minimo anche analizzando riprese effettuate da angolazioni non ottimali o dall’alto, dove spesso sono posizionate le videocamere di sorveglianza, in particolare quelle collocate nei luoghi pubblici per motivi legati alla sicurezza. Il prodotto di Clearview AI è già nelle mani di oltre 600 tra agenzie governative, autorità e aziende di tutto il mondo. L’elenco non è stato reso noto. Non è dunque da escludere l’ipotesi che tra i clienti della società statunitense ci siano anche realtà nostrane.

Tra le domande poste nell’interrogazione anche quelle volte a capire se l’Italia impiega questo sistema ed eventualmente quanti sono i cittadini i cui dati sono presenti nel suo database. Altro importante punto da chiarire è quello relativo agli operatori che hanno accesso a tale risorsa.

Intavolare una discussione sul riconoscimento facciale non può che essere cosa buona, anche per consentire a chi si occupa di informazione di trattare un argomento tanto complesso e delicato, contribuendo così a diffondere la conoscenza di una tecnologia che pur non potendo essere ancora definita matura già mostra le sue potenziali applicazioni, in termini positivi e non. Come scritto in apertura anche l’Europa si sta impegnando in tal senso, ormai da diverso tempo, con l’obiettivo di fissare paletti entro i quali garantire la tutela dell’individuo e dei suoi diritti, ma senza strozzare l’innovazione.

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