Shakespeare tutto nel DNA

Ricercatori britannici fanno un altro passo avanti nell'utilizzo del codice genetico come strumento per l'archiviazione dei dati digitali. Densità di bit enorme, durata quasi eterna. Ma non tutto è ancora pronto per la commercializzazione

Roma – L’idea di utilizzare il codice genetico delle creature viventi per archiviare informazioni digitali non è originale , ma il nuovo studio proveniente dal Regno Unito suggerisce l’ennesimo passo avanti di quello che presto potrebbe diventare un meccanismo di storage per fini di archiviazione dalla convenienza senza precedenti.

I ricercatori dello European Bioinformatics Institute sono riusciti a codificare una serie di file digitali di provenienza spuria (i 154 sonetti di Shakespeare in formato TXT, un file MP3 di un celebre discorso di Martin Luter King, un’immagine JPEG, un PDF di una ricerca sul DNA) usando le quattro basi chimico-molecolari del DNA umano, vale a dire Adenina, Timina, Guanina e Citosina.

Il sistema di codifica ideato dagli scienziati britannici prevede in realtà l’uso di tre basi per la rappresentazione dei dati e l’impiego di una quarta base come “assicurazione” sulla comparsa di errori nel codice, suddividendo con quest’ultima il DNA in sequenze con poche basi ricorrenti una dopo l’altra.

Il metodo ideato dai ricercatori dell’EBI, una vera e propria codifica trinaria di informazioni binarie, ha permesso di porre rimedio ai problemi delle moderne tecniche di sequenziamento del DNA (inefficaci nel processare lunghe sequenze di basi ricorrenti) ottenendo risultati di “scrittura e lettura” dei file a prova di errore.

I ricercatori sostengono di aver raggiunto una densità di dati immagazzinabili di 2,2 petabyte per grammo, e questo è solo uno dei vantaggi della potenziale nuova tecnologia di storage: il DNA è in grado di durare molto a lungo, fino a migliaia di anni se conservato con cura, e finché si avrà conoscenza dell’esistenza del codice genetico sarà possibile leggere le informazioni archiviate.

Alfonso Maruccia

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