Urbani, P2P e Telecom Italia

di Paolo De Andreis - Se il ministro e le major intendono puntare tutto sulla criminalizzazione dell'utente internet non resta che aspettare che lo facciano. C'è chi ha bisogno di scottarsi per capire che il fuoco brucia


Roma – Leggevo poco fa un lancio d’agenzia che riportava un’intervista al ministro Giuliano Urbani sul Corriere della Sera. Il ministro , che come tutti sanno se l’è presa e non poco per non aver avuto gli spazi che avrebbe voluto per l’approvazione del decreto su cinema e pirateria, ha dichiarato di aspettarsi che il suo testo sia approvato nel prossimo Consiglio dei ministri senza discussioni: “Non devo discutere nulla con nessuno perché si tratta di un atto di governo legato a leggi che si riferiscono con estrema precisione alle mie competenze”.

Si dice così. Urbani ha le competenze dei Beni culturali e dunque anche del cinema. Ma quello che sappiamo tutti ormai da qualche giorno è che il buon ministro non ha alcuna competenza su Internet e peer-to-peer. Eppure anche su questo intende legiferare, persino senza dibattito con i colleghi ministri, con gli operatori del settore o con qualche avvertita associazione del consumo. Si trova nella singolare situazione di un ingegnere che è convinto di poter prescrivere la dieta ad un neonato con problemi di crescita meglio di quanto farebbe un comitato scientifico di esperti pediatri.

Inutile insistere sulla cantonate di quel decreto che parla di soldi e tutele per il cinema e di pirateria, la cui bozza, guarda un po’, fatica ad uscire dalle stanze del ministero, costringendo tutti noi a rifarci alle parole del ministro.
A partire dai filtri che i provider dovrebbero imporre ai propri utenti, filtri che qualcuno descrive come fantascienza , per arrivare alla criminalizzazione di un link ad un file scaricabile sul peer-to-peer o ad una data retention in conflitto con normative nazionali già approvate , le mostruosità ipotizzate dimostrano in modo lampante che Urbani non ha competenza sulla questioni della rete, sul suo impatto sulla società, su cosa stia accadendo nella società dell’ipercomunicazione generata da internet.

Dopo aver sbattuto pubblicamente e con forza la porta del Consiglio dei ministri l’altro giorno, si potrebbe pensare che Urbani sia rimasto solo. Non è così. Con lui c’è tutta quella parte dell’industria del cinema che non riesce a credere che davvero le cose stiano cambiando. Le capacità dell’uomo di adattarsi all’ambiente sono dimostrate dalla storia, la stessa che invece ha più volte cancellato Corporation incancrenite su posizioni obsolete.

Basta leggere cosa scriveva due giorni fa su il Messaggero Aurelio De Laurentiis, presidente dell’Unione nazionale produttori film. Nella convinzione di dire qualcosa di sensato, l’autorevole rappresentante delle major del cinema spiegava come negli USA “negli ultimi mesi ci sono state più di un milione di sentenze contro gli utenti-pirati del Web”. Una sparata che non ha alcun riscontro con la realtà, a cui segue quella secondo cui se non passa il decreto Urbani la crisi del mondo dell’audiovisivo è certa. In poche righe due prodotti dell’incompetenza: delle cose della rete e del mercato digitale che avanza.

Vietare in una rete informatica lo scambio di un file, a chiunque ne sappia qualcosa, non può che apparire come una contraddizione in termini: tanto vale vietare Internet. Ma proviamo per un attimo a porre in stand by le molte riserve tecniche sul decreto e concentriamoci sul mercato di cui è figlio. La proposta di Urbani arriva infatti in un momento del tutto particolare. Se qualche mese fa sono stati annunciati i primi internet jukebox italiani a pagamento, proprio nei giorni precedenti alla proposta Urbani, Telecom Italia ha lanciato il proprio servizio di distribuzione di contenuti per gli utenti internet a banda larga, cinema compreso.

Si può anche credere a quello che scrive De Laurentiis quando dice che vi sarebbero pressioni di Telecom per rendere il decreto più morbido, lo confermerebbero anche fonti ministeriali, ma insulteremmo la nostra intelligenza se non vedessimo nel cinema broad band di Telecom Italia il concretizzarsi di un modello lungamente dibattuto: agganciare la vendita di contenuti digitali agli abbonamenti Internet. Il business su cui punta Telecom è basato su due forme di offerta a banda larga, quella “asciutta” e quella “bagnata”. Nel secondo caso, pagando un qualcosa in più, gli abbonamenti a internet consentiranno di accedere a tutta una serie di contenuti, musica, cinema e via dicendo. L’intera “catena del valore” in questo quadro viene salvaguardata: l’autore, il produttore e il distributore.

Perché questo o un altro simile modello si affermi, però, l’industria e il ministro Urbani ritengono sia necessario abbattere il peer-to-peer: l’ampiezza e la varietà inarrivabili di questo meccanismo di distribuzione, associato alla sua gratuità, vengono percepite come il principale ostacolo al successo della nuova distribuzione legale.

Anziché mettere attorno ad un tavolo le major, i provider ma, soprattutto, gli utenti, Urbani intende tentare la via della criminalizzazione di migliaia di condivisori tra i quali molti sono gli appassionati e i consumatori. Non solo ciò porterà a sequestri e perquisizioni del tutto inutili sul piano pratico e ad un rafforzamento del mercato nero del cinema, quello stesso che spinge sulle strade economicissimi DVD di film che si trovano ancora nelle sale, ma rinsalderà anche le posizioni di chi si oppone al mercato digitale legale, con la conseguenza di comprimere ulteriormente le vendite legali nei canali tradizionali e spingere a nuove forme di sharing dei file.
Lasciamo dunque che approvino il decreto: per capire che il fuoco brucia è talvolta necessario scottarsi. Auguriamoci che vengano tempi migliori.


Paolo De Andreis

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  • sh4d scrive:
    questa è bella...
    Rilevamento delle impronte digitali al ristorante...Non so se farmi prendere da una crisi di riso isterico o amputarmi tutti e dieci i polpastrelli..
  • Anonimo scrive:
    Se mi clonano....
    Se mi clonano la carta di credito... io la faccio annullare e me ne faccio assegnare un'altra.Supponiamo che mi clonino le impronte digitali, ovvero supponiamo che qualcuno in qualche modo sia in grado di autenticarsi, come se fossi io, spacciando le mie impronte digitali come se fossero sue.Come la mettiamo? Mi taglio la mano e me ne faccio impiantare un'altra?Ingenuo 2001
  • Anonimo scrive:
    Aiutatemi a capire
    Possibilmente senza "fiammeggiarmi" al volo... vorrei capire quale invasività viene ravvisata nella lettura delle impronte digitali...metti il dito, e sei autenticato! Non è una lettura delle convinzioni religiose, calcistiche o quant'altro possa essere considerato "sensibile"... comunque, se usi la carta di credito possono chiederti un documento, se entri in banca a fare operazioni pure... che differenza passa a dover "ditare" per entrare? Solo che se non sei un cliente conosciuto, magari la guardia ti tiene d'occhio e si evitano le rapine?Poi, la biometria non è sempre 100% efficace, per cui se usi UN dito hai il 90% di "good recognition", un 7% di "reject good" e un 3% di "accept foreign". Ma se usi DUE dita... come sono le percentuali? Io personalmente posso contare su DIECI dita, magari altri solo su cinque, ma in linea di massima l'affidabilità aumenta...
    • Anonimo scrive:
      Re: Aiutatemi a capire
      - Scritto da: Anonimo
      Poi, la biometria non è sempre 100%
      efficace, per cui se usi UN dito hai il 90%
      di "good recognition", un 7% di "reject
      good" e un 3% di "accept foreign". Ma se usi
      DUE dita... come sono le percentuali? Io
      personalmente posso contare su DIECI dita,
      magari altri solo su cinque, ma in linea di
      massima l'affidabilità aumenta...2 dita 99% di "good recognition"
  • Anonimo scrive:
    Re: orwel la sapeva lunga
    Hai ragione... ORWELL la sapeva lunga! Ma il romanzo è 1984, mica 1986...- Scritto da: Anonimo
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  • Anonimo scrive:
    personalmente...
    se trovo una banca col lettore per le impronte digitali ci vado con le dita zozze di gomma da masticare vecchia e tenuta al sole:D
  • Anonimo scrive:
    orwel la sapeva lunga
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  • Anonimo scrive:
    mai fidarsi
    "Difatti, "elevare" la singole parti del corpo umano ad elementi di identificazione equivale a "sacrificare" la sfera di riservatezza di un soggetto consentendo una profilazione alquanto invasiva: si pensi alla creazione di banche dati contenenti impronte digitali o immagini dell'iride, che consentono un riconoscimento pressoché inequivocabile!"NO, saranno pure attendibili ma mai con un tasso di riconoscimento del 100%
  • Anonimo scrive:
    queste notizie
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