Urbani un merito ce l'ha

di Gilberto Mondi - E' quello di aver posto gli italiani in rete dinanzi a quella che fin qui era un'ovvietà per i soli addetti ai lavori: l'esistenza delle normative sul diritto d'autore. Leggi che oggi hanno fatto il loro tempo
di Gilberto Mondi - E' quello di aver posto gli italiani in rete dinanzi a quella che fin qui era un'ovvietà per i soli addetti ai lavori: l'esistenza delle normative sul diritto d'autore. Leggi che oggi hanno fatto il loro tempo


Roma – C’è qualcosa che non capisco, tanto per cambiare, ed è la rabbia degli utenti italiani per la guerra al peer-to-peer in corso voluta dalle major e, più recentemente, dal nostro governo. Non solo è una guerra largamente prevista e prevedibile ma è perfettamente in linea con il nostro ordinamento giuridico.

Quello che è accaduto è che molti italiani, che in passato hanno allegramente scambiato musicassette, creato compilation, prestato dischi agli amici, masterizzato brani di musica passandoli a destra e a sinistra a parenti e conoscenti, hanno finalmente scoperto le normative sul diritto d’autore . I controlli della SIAE sui concerti, i balzelli sulle rappresentazioni pubbliche, la mano dura sulle radio, la scure sui disk jokey hanno fin qui riguardato una stretta cerchia di operatori. Se ieri nessuno si sognava di multare i ragazzini che fuori da scuola si scambiavano le cassette musicali oggi, invece, si intende invadere la rete a caccia di chi fa la stessa cosa, per multarlo e sanzionarlo. Internet ha forse accelerato quanto già accadeva prima di Internet, facilitando uno scambio che è sempre esistito e che è sempre stato illegale. Cambiano i tempi e i modi ma l’illecito c’era prima come c’è oggi .

Da questo punto di vista, forse solo da questo punto di vista, nulla di nuovo nel decreto Urbani, che è però figlio del maldestro tentativo di fermare questa accelerazione, con una serie di pericolose implicazioni sulle libertà digitali, di cui tanto già si è parlato. L’inasprimento delle sanzioni o l’introduzione di un regime penale per certe attività di scambio sono l’evidenza che ben pochi sono i mezzi a disposizione per ottenere quel che vogliono i detentori dei diritti, ovvero poter continuare a lucrare con un’architettura di mercato che ha regalato loro, talvolta, ricchezze sconfinate.

Ci sono illuminati pensatori, cito solo a mo’ di esempio Lawrence Lessig , Doc Searls e David Weinberger o Richard Stallman , che, da angoli diversi, in questi anni hanno interpretato il nuovo che avanza, facendosene talvolta portabandiera, consapevoli che è tanto difficile immaginare una nuova possibile stabilità di mercato e di diritti nel futuro quanto è oggi ingenuo credere che sia possibile fermare il cambiamento.

Per provocare, nel tentativo di spiegarmi meglio, credo che il decreto Urbani abbia dei meriti, che sono quelli di aver posto davanti agli occhi di chi non ha voluto, saputo o potuto conoscere quali siano le condizioni e le restrizioni vigenti in Italia nella diffusione di molti dei prodotti della cultura, della creatività e dell’arte. E sì che in tanti ci hanno provato a spiegarlo, come la mai sufficientemente citata trasmissione di Report sulla SIAE , giornalismo televisivo vero che ha contribuito enormemente a porre davanti agli italiani in rete cosa significhi la sigla SIAE e ciò che rappresenta.

È ingenuo credere che enti come quello, previsto dalla legge italiana da molti decenni, non abbiano aiutato artisti e produttori, perché la raccolta e la distribuzione dei diritti si è rivelata essenziale per lo sviluppo di tante delle cose più importanti di cui tutti abbiamo fruito nel mondo precedente . Ma è altrettanto ingenuo, ed anzi persino pericoloso, credere che la SIAE e il meccanismo dell’ enforcement dei diritti sia equilibrato e possa rimanere inalterato in un tempo divenuto tempo digitale .

Con cosa rimaniamo dunque? Rimaniamo con un ambiente di comunicazione globale che oggi può sfornare cento o mille modi per scambiare, condividere e passarsi file visto che il P2P può assumere una quantità vastissima di forme. E rimaniamo con un ordinamento che prende di mira il senso stesso dell’esistenza della rete, cioè lo sharing , dimostrando così che la incapacità di regolare Internet può sfociare nell’anacronistica tentazione di ostacolarla.

Questo è il punto vero sul quale ci si deve misurare. Ha senso un approccio alle novità di Internet che parta dalle leggi anziché dalla pratica della rete, della quale i nostri Legislatori non sono certo esperti? È giusto pensare ad una Costituzione per Internet come proposto da Stefano Rodotà e da altri dopo di lui?

Le risposte non sono semplici e richiedono grande creatività ed intuizione. Chi ritiene di poter legiferare oggi per plasmare il domani deve certo possedere buone dosi dell’una e dell’altra. Ma in Italia, mi perdoneranno i diretti interessati, mi sembra che non siano queste le qualità che oggi prevalgono.

Gilberto Mondi

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25 03 2004
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