USA, se il file sharing è un toccasana

Un copyright meno rigido potrebbe far bene alla società, sostiene uno studio. Dal momento che la creazione di nuove opere è aumentata nell'ultimo decennio, in barba alle visioni apocalittiche delle major

Roma – Si intitola File Sharing and Copyright ed è un recente studio condotto da due professori universitari, Felix Oberholzer-Gee di Harvard e Koleman Strumpf della University of Kansas. E si tratta di un’analisi che potrebbe non piacere affatto ai vari detentori dei diritti, oltre che alle major del disco e del cinema.

Lo sharing selvaggio del web avrebbe certamente indebolito la tutela globale del diritto d’autore, ma si tratterebbe di un dato di fatto assolutamente positivo per il benessere della società tutta . Dal momento che – sostengono i due autori dello studio – un copyright più forte non significa affatto un copyright migliore.

Nella loro analisi, i due accademici sono infatti partiti dalla stessa Costituzione a stelle e strisce. Che tutela il diritto d’autore per il progresso delle scienze e delle arti . Da qui una domanda: il file sharing illecito attenta allo sviluppo di nuovi contenuti oppure al portafogli dei vari detentori dei diritti?

Lo studio ha riportato alcune risultanze statistiche. Tra il 2002 e il 2007 la pubblicazione di nuovi libri è cresciuta del 66 per cento . Dal 2000, l’uscita annuale di nuovi dischi è più che raddoppiata, mentre la produzione mondiale di film ha osservato una crescita del 30 per cento dal 2003 .

I due autori sembrano tuttavia aver invertito una rotta precedentemente tracciata, quando – in uno studio del 2007 – sostenevano l’assenza di qualsiasi impatto negativo sul mercato musicale da parte del P2P. Un impatto che pare ora significativo, a contribuire del 20 per cento circa sul generale declino dei profitti registrato dall’industria.

Ma si tratta di un declino solo sbandierato, almeno secondo lo studio. Che ha invece sottolineato come il mercato musicale sia cresciuto del 5 per cento tra il 1997 e il 2007 , soprattutto grazie alla disponibilità dei consumatori all’acquisto di prodotti a margine dei meri contenuti, come il merchandising o i biglietti per spettacoli dal vivo.

Mauro Vecchio

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