Se la violenza sessuale diventa virale: interviene il Garante

Se la violenza sessuale diventa virale: interviene il Garante

Il Garante Privacy avvia un'istruttoria sul caso del video della violenza sessuale divulgato online: un caso che impone profonde riflessioni.
Il Garante Privacy avvia un'istruttoria sul caso del video della violenza sessuale divulgato online: un caso che impone profonde riflessioni.

Il Garante Privacy ha annunciato l’avvio di una istruttoria dedicata per il caso relativo alla pubblicazione online del video di una violenza sessuale di cui molto si è discusso in queste ore. Il video ha infatti trovato la strada della pubblicazione attraverso testate giornalistiche e social network: nonostante l’oscuramento della vittima nelle immagini (una triste foglia di fico fatta di pixel), l’identità della stessa è facilmente trapelata tra i conoscenti garantendo piena riconoscibilità. Ora le pressioni per capire come ciò sia potuto accadere – con tanto di aggravante dell’ingresso del caso nel dibattito politico pre-elettorale – si sono fatte concrete al punto da portare il Garante Privacy ad una indagine dedicata.

Con riferimento alla diffusione del video relativo all’episodio di violenza sessuale di Piacenza, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria per accertare eventuali responsabilità da parte dei soggetti che a vario titolo e per finalità diverse vi hanno proceduto e avverte tutti i titolari del trattamento a verificare la sussistenza di idonee basi giuridiche legittimanti tale diffusione. Il Garante si riserva di adottare eventuali provvedimenti di sua competenza.

Il rischio è che l’intera vicenda si fermi all’identificazione della persona che ha consentito al video di diventare pubblico, scaricando ogni responsabilità successiva sul primo anello della catena. Capro espiatorio cercasi, o qualcosa di simile. Tuttavia si è trattata di una catena lunga nella quale ognuno ha fatto la propria parte: dalle testate online (cosa dice l’Ordine?) ai social network, passando per i singoli utenti che ne hanno rilanciate le immagini, fino ad arrivare al dibattito politico in corso. Tutto ciò sulle spalle della vittima, la cui esperienza violenta è stata così reiterata ed aggravata click dopo click senza che il senso critico o il comune senso del pudore riuscissero a fermare la cosa.

Tra privacy e umanità

L’arte della privacy è però diventata nel tempo una sorta di burocratizzazione meccanica della tutela dei dati, spostando l’attenzione su questi ultimi invece che sulle persone alle quali fanno riferimento. Proprio la morte del senso critico dei singoli, in un caso come questo sembra confermare l’idea del “dataismo” propria della critica di Yuval Noah Harari ed a cui il filosofo Byung-Chuil Han fa riferimento in questo modo:

Ora l’essere umano deve indirizzarsi solo ai dati. Abdica alla propria posizione di produttore del sapere e consegna la propria sovranità ai dati: il dataismo pone fine all’idealismo e all’umanesimo dell’Illuminismo. […] La produzione del sapere condotta dai dati ha luogo anche senza un soggetto e una coscienza umani. Le normi quantità di dati spodestano l’essere umano dalla sua posizione centrale di produttore della conoscenza, riducendolo a sua volta a una congerie di dati.

La scomparsa dei riti. Una topologia del presente

Consegnando ai dati ed alla protezione degli stessi la guida etica nella divulgazione del sapere, crolla la resistenza dell’etica e l’uomo abdica al ruolo sociale della stessa: quali entità atomizzate, eccitate e attive come bit “accesi” dal nuovo caso e dal suo engagement, le persone condividono e commentano moltiplicando l’eco prodotta dal clickbait e dalla ricerca dell’audience. Attribuire responsabilità alla piattaforma è utile, ma è anche un modo per auto-assolvere e auto-deresponsabilizzare, oscurando quello che dovrebbe invece essere un mea-culpa collettivo fatto di umile consapevolezza.

L’intervento dell’Authority è fondamentale per identificare responsabilità e per segnare un prima e un dopo rispetto a casi di questo tipo, ma non sarà in realtà risolutore poiché ascritto nel solco di un’escatologia che mette al centro non tanto la dimensione umana, quanto la sua dimensione virtuale. In una violenza sessuale, però, di virtuale non c’è nulla se non un insieme di bit in forma di video che, condivisione dopo condivisione, ha penetrato i social network senza che alcuna segnalazione di inopportunità riuscisse a porvi fine.

Il caso è aperto quanto una ferita nella quale molti – troppi – click hanno girato dentro un coltello. Ed occorre prenderne coscienza se vogliamo evitare di gettare completamente alle ortiche quanto di buono l’utopia primordiale del Web aveva disegnato per questo incredibile strumento di relazione e conoscenza.

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Pubblicato il 24 ago 2022
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