Voglio un sistema libero!

Scegliere il proprio destino informatico secondo conoscenza. Dal trusted computing al DRM, passando per Windows Vista e open source. Il punto di Daniele Masini (no1984.org - Partito Pirata)

Roma – Si parla sempre di libertà intesa nel senso di essere in grado di fare e dire ciò che si vuole nei limiti imposti dal vivere civile, nel senso che, parafrasando M. L. King, la libertà di ogni individuo è limitata da quella degli altri. E questo concetto è condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone, almeno così sembra.

Per sua natura, la libertà può rappresentare un pericolo per chi è al potere e per questo motivo ci sono stati, e ce ne saranno sempre, dei tentativi, da parte di chi ne ha la possibilità, per cercare di ridurre la libertà dei singoli individui al fine di ottenere un maggior controllo su questi ultimi.
La vita di tutti i giorni sta assumendo un aspetto sempre più legato all’uso di tecnologie digitali e quindi qualcuno ha pensato di introdurre meccanismi che limitano la libertà dei legittimi proprietari dei sistemi digitali per garantirsi un maggior controllo, e quindi potere, su di essi.

Il fatto è ormai sempre più evidente. Ad esempio, il Trusted Computing (TC) , cioè la tecnologia che si basa sia su hardware (TPM) che su software (BIOS, boot loader, sistema operativo, applicazioni) per rendere, a detta del Trusted Computing Group i computer più sicuri, sta diventando una realtà visto che il TPM viene montato su sempre più architetture.
Come evidenziato da vari esperti del settore informatico ( Scheiner , Stallman , Anderson ), è opportuno
sottolineare che il TC permette di controllare il comportamento di sistemi/dispositivi da remoto, scavalcando la volontà del legittimo proprietario.

Allo stesso modo i DRM (Digital Rights Management) , che per mezzo della tecnologia TC possono arrivare ad avere un livello di controllo ad oggi impensabile, limitano la libertà di fruizione dei contenuti da parte degli utenti. Se da un lato sono utili per proteggere i contenuti dalla copia abusiva, dall’altro limitano le possibilità di utilizzo dei sistemi digitali da parte dei legittimi proprietari. Esiste inoltre un DRM che tenga conto della scadenza della durata del diritto d’autore in accordo alle leggi di ogni singolo Paese del mondo, oppure i meccanismi DRM proteggono i contenuti per un periodo di tempo indefinito?

La proposta di realizzare meccanismi DRM “open source” non porta, secondo Stallman , nessun vantaggio per gli utenti, anzi. Infatti, sviluppando i meccanismi di DRM con il modello open source c’è la possibilità che questi algoritmi divengano più affidabili e potenti nell’attuare il loro compito di restrizione verso l’utente (gli algoritmi di cifratura a chiave asimmetrica, ad esempio, devono la loro efficienza al fatto che sono noti a tutti), e magari essi verranno poi utilizzati in dispositivi che non permettano all’utente di modificarli (v. ad es. problematica TiVo e GPL3 ).

Anche il nuovo sistema operativo di Microsoft, Windows Vista, sta andando in questa direzione: più controllo a scapito della libertà degli utenti. Esso infatti mette in atto dei meccanismi di DRM che non permettono al legittimo proprietario del sistema (inteso come l’hardware, la macchina) di fare ciò che vuole! È il sistema operativo che decide quali programmi e quali funzionalità possono essere utilizzati sul sistema, non il legittimo proprietario. Il sistema operativo può arrivare a limitare l’accesso del proprietario a determinati file o addirittura forzare l’utente ad installare nuovi programmi, magari anche contro la sua volontà.

Inoltre il nuovo sistema operativo della casa di Redmond ha requisiti hardware molto spinti in termini di memoria e di prestazioni della scheda grafica (ovviamente con accelerazione 3D). Ma l’utente medio ha veramente bisogno di tutta questa potenza di calcolo, o magari quest’utlima viene sfruttata dal sistema operativo per controllare costantemente cosa fa l’utente?

In più, installando Windows Vista si accettano le condizioni riportate nella licenza che implicano il fatto di concedere a Microsoft il diritto di cancellare i file presenti sul sistema ritenuti essere spyware da Windows Defender e di acconsentire di essere spiato da Microsoft per mezzo di Windows Genuine Advantage. Purtroppo, quando si installa un software, leggere le licenze costa fatica, e questo è praticamente il motivo per il quale non vengono rifiutate delle licenze del genere. Sembra che al momento l’unica alternativa, come suggerisce il noto esperto di sicurezza Bruce Schneier sul proprio blog , sia quella di non installare Windows Vista.

Del resto, chi sarebbe contento di acquistare un nuovo frigorifero, dal design accattivante e fornito di tritaghiaccio e dispenser per bevande fresche, che però non lascia all’acquirente la libertà di scegliere il tipo e le marche degli alimenti da conservare al suo interno? Per fare un esempio, il latte Parmalat sì mentre quello Granarolo no. Analogamente, visto che il computer è mio, perché non devo essere libero di utilizzarlo con il software che voglio?

Per evidenziare queste problematiche, Free Software Foundation ha recentemente lanciato la campagna Bad Vista , appoggiata anche da no1984.org , nella quale, oltre ad elencare le limitazioni alla libertà imposte da Vista, si invitano gli utenti a passare a sistemi operativi liberi, come ad esempio GNU/Linux.

La libertà è un bene prezioso che spesso in passato è stato difeso anche facendo ricorso alle armi. Perché rinunciare ad una così fondamentale conquista?

Daniele Masini
www.no1984.org
www.partito-pirata.it

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  • Anonimo scrive:
    1, 10, 1000 Internets
    Ma alla fine non è che si creano tante Internet???Una coi caratteri occidentali, una con quelli cinesi (vai con la censura!), una con quelli indiani, una in cirillico, etcOgnuno cercherà informazioni usando il proprio alfabeto ma rimarrà escluso da tutti gli altri (tranne per qualche link qua e là).Il senso di Internet è proprio quello di aver abbattuto le barriere fra i paesi e i popoli...Mah...(anonimo)
  • Anonimo scrive:
    mah
    mi sa che ogni dominio in lingua originale avrà comunque la sua controparte .com e simili per il resto del mondo
    • Anonimo scrive:
      Re: mah
      - Scritto da:
      mi sa che ogni dominio in lingua originale avrà
      comunque la sua controparte .com e simili per il
      resto del
      mondoNon e' detto, c'e' l'equivalente in caratteri latini solo se viene registrato.Quando si digita un dominio cinese o arabo ad esempio, si invia al DNS una cosa del tipohttp://xn--hckqz9bzb1cyrb.cn
      • Anonimo scrive:
        Re: mah
        - Scritto da:
        Quando si digita un dominio cinese o arabo ad
        esempio, si invia al DNS una cosa del
        tipo
        http://xn--hckqz9bzb1cyrb.cnJust courious: FF me lo translittera in katakana, pur essendo un dominio cinese.E' una ricodifica fonetica, giusto? Usano questo sistema?k1
        • Anonimo scrive:
          Re: mah
          - Scritto da:

          - Scritto da:


          Quando si digita un dominio cinese o arabo ad

          esempio, si invia al DNS una cosa del

          tipo

          http://xn--hckqz9bzb1cyrb.cn

          Just courious: FF me lo translittera in katakana,
          pur essendo un dominio
          cinese.Perche' in origine era un dominio giapponese - il primo non latino di cui ho trovato un esempio - a cui ho aggiunto .cn dato che si parlava di Cina. Non mi aspettavo che i browser lo interpretassero.
          E' una ricodifica fonetica, giusto? Si ma non cinese, e il katakana non ha nulla a che vedere con questo discorso sui domini, e' un esempio, per caso c'e' il katakana.Per chiarire ancora, il katakana e' un sistema di scrittura, fonetico, non e' propriamente una "ricodifica" ad uso informatico, la ricodifica in senso stretto e' questa: xn--hckqz9bzb1cyrb
        • Anonimo scrive:
          Re: mah
          - Scritto da:

          - Scritto da:


          Quando si digita un dominio cinese o arabo ad

          esempio, si invia al DNS una cosa del

          tipo

          http://xn--hckqz9bzb1cyrb.cn

          Just courious: FF me lo translittera in katakana,
          pur essendo un dominio
          cinese.Perche' in origine era un dominio giapponese - il primo non latino di cui ho trovato un esempio - a cui ho aggiunto .cn dato che si parlava di Cina. Non mi aspettavo che i browser lo interpretassero.
          E' una ricodifica fonetica, giusto? Si ma non cinese, e il katakana non ha nulla a che vedere con questo discorso sui domini, e' un esempio, per caso c'e' il katakana.Per chiarire ancora, il katakana e' un sistema di scrittura, fonetico, non e' propriamente una "ricodifica" ad uso informatico, la ricodifica in senso stretto e' questa: xn--hckqz9bzb1cyrb
      • Anonimo scrive:
        Re: mah
        - Scritto da:
        Quando si digita un dominio cinese o arabo ad
        esempio, si invia al DNS una cosa del
        tipo
        http://xn--hckqz9bzb1cyrb.cnJust courious: FF me lo translittera in katakana, pur essendo un dominio cinese.E' una ricodifica fonetica, giusto? Usano questo sistema?k1
    • Anonimo scrive:
      Re: mah
      - Scritto da:
      mi sa che ogni dominio in lingua originale avrà
      comunque la sua controparte .com e simili per il
      resto del
      mondoNon e' detto, c'e' l'equivalente in caratteri latini solo se viene registrato.Quando si digita un dominio cinese o arabo ad esempio, si invia al DNS una cosa del tipohttp://xn--hckqz9bzb1cyrb.cn
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