Quando le autorità ti mettono alle strette, c’è sempre un piano B. Così da febbraio, far girare un chatbot AI su WhatsApp in Italia avrà il suo prezzo, letteralmente. Meta ha annunciato che gli sviluppatori dovranno sborsare un bel po’ di soldi per tenere in vita i loro assistenti virtuali sulla piattaforma di messaggistica più usata del Paese.
Tutto nasce da quella che si potrebbe definire una “resistenza forzata”. A metà gennaio è entrato in vigore il divieto di Meta sui chatbot di terze parti. A dicembre è iniziato il braccio di ferro con l’Antitrust italiano, che ha chiesto alla società di Menlo Park di fare marcia indietro. E Meta ha obbedito. A modo suo.
Chatbot su WhatsApp a pagamento: Meta introduce tariffe record in Italia
Dal 16 febbraio, ogni messaggio di risposta generato dall’intelligenza artificiale costerà agli sviluppatori la bellezza di 0,0572 euro. Può sembrare una cifra microscopica, ma se moltiplicata per migliaia di conversazioni al giorno, il conto finale diventa salato.
Se un chatbot risponde a 10mila domande quotidiane, stiamo parlando di 572 euro al giorno. Quasi 17mila euro al mese. Per un singolo bot. Una cifra astronomica. E c’è un dettaglio interessante, quando Meta ha inviato gli avvisi agli sviluppatori a inizio mese, con un’esenzione temporanea per i numeri italiani, non aveva fatto il minimo accenno a futuri pagamenti.
Facciamo un passo indietro. WhatsApp non è esattamente nuovo al gioco delle tariffe. Le aziende pagano già per usare le API della piattaforma quando inviano quei messaggini preconfezionati. I cosiddetti “messaggi modello” o template, che rientrano in categorie come marketing, servizio clienti o autenticazione.
La novità è che ora questa logica si estende ai chatbot AI. E qui Meta piazza la sua bandierina: Laddove siamo legalmente obbligati a fornire chatbot IA tramite le API di WhatsApp Business, stiamo introducendo una tariffazione per le aziende che scelgono di utilizzare la nostra piattaforma per fornire tali servizi
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Un portavoce di Meta ha confermato la linea a TechCrunch. Il precedente è pericoloso: se funziona in Italia, perché non replicarlo ovunque le autorità costringano Meta a cedere terreno?
Il braccio di ferro con l’Antitrust
Per capire come siamo arrivati a questo punto, dobbiamo tornare a ottobre scorso. Meta aveva annunciato che avrebbe bloccato tutti i chatbot AI di terze parti dalle sue API Business. I sistemi non erano progettati per reggere il carico delle risposte generate dall’intelligenza artificiale.
Diversi Paesi hanno fiutato puzza di bruciato. L’Unione Europea, l’Italia, il Brasile: tutti hanno avviato indagini per pratiche anticoncorrenziali. Il Brasile, in particolare, ha vissuto un’altalena giudiziaria che sembra uscita da una telenovela. L’autorità brasiliana aveva ordinato a Meta di sospendere la politica, ma la scorsa settimana un tribunale ha ribaltato la decisione, schierandosi con l’azienda di Zuckerberg. E Meta ha chiesto agli sviluppatori di smettere di offrire i loro chatbot agli utenti brasiliani. In Italia, invece, l’Antitrust ha tenuto botta, e Meta ha dovuto aprire uno spiraglio. Ma non gratuitamente.
Da quando la nuova politica è entrata in vigore, il panorama dei chatbot su WhatsApp si è svuotato. Giganti come OpenAI, Perplexity e Microsoft avevano già annunciato a fine anno che i loro bot avrebbero smesso di funzionare dopo il 15 gennaio. Gli utenti sono stati gentilmente invitati a migrare su altre piattaforme, a scaricare app dedicate, a visitare siti web.
Il gioco delle tariffe: strategia o vendetta?
Meta non voleva i chatbot di terze parti sulla sua piattaforma. L’ha detto chiaro e tondo. Quando i regolatori l’hanno costretta a ritornare sui suoi passi, ha alzato la posta in gioco. Viene da chiedersi se questa sia una strategia sostenibile o semplicemente un modo per scoraggiare l’uso dei bot facendo pagare un conto salatissimo. Perché se l’obiettivo è rendere economicamente svantaggioso operare chatbot AI su WhatsApp, allora la missione potrebbe già dirsi compiuta. Poche aziende vorranno sobbarcarsi costi così elevati per conversazioni che, in molti casi, potrebbero essere gestite diversamente o su altre piattaforme.
La cosa assurda è che Meta stessa sta spingendo l’intelligenza artificiale come il futuro di tutto, dall’advertising alla produttività. Eppure, quando l’AI non è la sua, e quando sono gli altri a voler sfruttare la sua infrastruttura per far girare i propri bot di intelligenza artificiale, improvvisamente i sistemi sono “sovraccarichi” e servono tariffe salate per continuare.
L’Italia come banco di prova
Per ora, l’esperimento partirà dall’Italia. Se il modello funziona qui, se gli sviluppatori pagano senza troppo clamore, è facile immaginare che Meta lo replicherà ovunque le circostanze lo richiedano.