Anche se costa, gli americani la privacy la pagano

Una ricerca appena presentata sorprende: molti statunitensi sono disponibili a pagare un sovrapprezzo quando le condizioni di utilizzo dei propri dati personali sono chiare e trasparenti
Una ricerca appena presentata sorprende: molti statunitensi sono disponibili a pagare un sovrapprezzo quando le condizioni di utilizzo dei propri dati personali sono chiare e trasparenti

Washington – Il nuovo studio sulla e-privacy e gli esercenti elettronici realizzato dalla Carnegie Mellon University contiene indicazioni per certi versi sorprendenti: i consumatori tendono a fidarsi di chi offre una politica di trattamento dei dati personali chiara e comprensibile, al punto da pagare volentieri di più per fare acquisti online .

Gli autori della ricerca , focalizzata sul solo mercato statunitense, hanno chiesto ai partecipanti di effettuare alcuni acquisti su siti di commercio elettronico con la propria carta di credito, rimborsando i suddetti solo a spesa avvenuta. È stato persino previsto che i soldi risparmiati con l’utilizzo di un esercente più economico potessero rimanere sul conto degli acquirenti .

I consumatori sono stati divisi in tre gruppi distinti: al primo non è stata fornita alcuna informazione aggiuntiva oltre al sito web dell’e-store dal quale compiere gli acquisti, al secondo sono state comunicate informazioni sul sito del tutto irrilevanti ai fini dell’acquisto e al terzo sono state fornite le informative sulla privacy degli esercenti, recuperate attraverso il servizio Privacy Finder sviluppato alla stessa Carnegie Mellon per classificare i risultati delle ricerche in base alle policy.

Come conseguenza di questa distinzione, riporta ars technica , alla richiesta di acquistare delle batterie e un vibratore i primi due gruppi si sono comportati in mood del tutto analogo. Il terzo, invece, quello informato a puntino da Privacy Finder sul trattamento dei dati personali, ha preferito pagare 59 centesimi di dollaro in più per le batterie e 62 centesimi in più per il vibratore.

Lo studio scardina dunque l’idea che gli americani non siano interessati alla propria privacy , un fenomeno che peraltro viene considerato epidemico in tutto l’Occidente. Sostiene anzi che sono pronti a spendere di più in cambio di trasparenza sull’uso dei propri dati personali . Non solo: come ben esemplificato dall’insolita accoppiata di vibratore e batterie, questo principio vale non solo per gli acquisti “sensibili” ma anche per gli acquisti di oggetti più “banali”.

Dati interessanti per tutti, a cominciare evidentemente dagli shop online. Informazioni che potrebbero fungere da incentivo per gli esercenti a rinforzare la propria policy di trattamento dei dati sensibili anche a costo di un aumento del prezzo dei beni offerti. Non gabbare gli utenti, rivela lo studio della Carnegie Mellon, almeno in questo caso paga .

Alfonso Maruccia

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10 06 2007
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