CD protetti, l'inizio della fine?

Circondati dalle polemiche, invisi ai consumatori, oggetto di culto delle major, i lucchetti sul CD iniziano a saltare, come quelli sui CD Sony. Tecnologie di protezione schiacciate dal mercato?


Roma – Mentre società come SunnComm e Macrovision ancora s’affannano nella ricerca della più grande fra le alchimie, il lucchetto digitale a prova di cracker, la volontà della major sembra vacillare, schiacciata dalla pressione di un mercato che, rotti i vecchi argini, sta sconvolgendo la geografia del mondo “antico”: quello stesso mondo in cui i dinosauri della discografia e della cinematografia sono nati, vissuti e prosperati.

La prima ad aver alzato le mani, fra i colossi della musica, è stata Sony, che proprio di recente ha promesso di bandire dai propri CD qualsiasi artificio che possa limitarne la copia. Una scelta, quella fatta dalla multinazionale giapponese, destinata ad avere un certo peso su tutta l’industria, soprattutto considerando che Sony Music, dopo la recente acquisizione di BMG Bertelsmann, è divenuta la seconda più grande etichetta dopo Universal.

Il mondo dei consumatori vede la mossa di Sony come una grande vittoria, una vittoria ancor più importante per il fatto che oggi società di questo calibro dimostrano di aver inteso che i lucchetti, come da tempo denunciato da utenti e analisti, non servono a fermare la pirateria e, soprattutto, non servono a fermare lo scambio illegale di musica su Internet.

“Le protezioni anticopia non solo potrebbero rivelarsi inefficaci nell’aiutare le major del settore ad arginare le perdite di profitto, ma potrebbero addirittura scatenare un effetto boomerang e disincentivare ulteriormente i consumatori dall’acquisto di musica originale”.

Sono passati quasi due anni da quando Gartner lanciò questo monito, due anni durante i quali major come BMG hanno continuato a definire i sistemi anti-copia come “l’unico piano d’azione possibile contro la pirateria”. Un piano d’azione che, alla luce di quanto ha saputo fare Apple con la distribuzione di musica legale via Internet, con un successo tanto spiazzante per i big boys del mercato quanto persino ovvio per molti analisti, appare ancor più miope e anacronistico di quanto lo fosse inizialmente.

Sembra averlo capito Sony che, nelle lapidarie dichiarazioni di un suo portavoce, ha detto che il messaggio “copiare è reato” è ormai arrivato a tutti, e ha ammesso che “oggi solo una piccola parte degli utenti copia illegalmente i CD”. Soltanto dei vecchi e lenti dinosauri dell’industria – sembra dire oggi Sony – potrebbero ancora credere che i lucchetti sui CD sono la risposta alla pirateria di massa: oggi basta che una sola persona sia in grado di aggirare quelle protezioni – e non bisogna essere necessariamente degli esperti di computer per farlo – perché tramite il P2P tanti in tutto il mondo possano accedere e condividere i brani sprotetti.

Ma questo dietrofront, per ora limitato a Sony, non arriva senza un prezzo. Gli acquirenti onesti, gli appassionati di musica, sono stati utilizzati come cavie per testare ogni genere di CD geneticamente mutato, CD che, soprattutto all’inizio, hanno sofferto di problemi di compatibilità con vari lettori e, in taluni casi, sono arrivati persino a bloccare i computer. CD che spesso, ancora oggi, impediscono all’utente di riversare la propria musica su di un altro computer o su di un player portatile o che, come la tecnologia di digital rights management utilizzata da Sony, consente una sola copia gratuita previa registrazione on-line: una sorta di product activation applicata alla musica.

Proprio pochi giorni fa NewGlobal.it ha denunciato sulle pagine di Punto Informatico l’illegalità dei CD protetti, a suo dire lesivi di tutta una serie di diritti dei consumatori codificati in ben precise normative di legge.

La decisione di Sony è di certo il più vistoso segnale di come l’aria stia cambiando. Se è vero che Sony rappresenta solo uno dei big player, la sua presenza nelle scelte politiche delle major è notevolissima. Basti pensare che cinque sue società collegate sono componenti della RIAA , l’aggressiva associazione dei discografici americani.

Forse dunque, sostengono alcuni alla luce delle dichiarazioni di Sony, le major discografiche stanno cambiando rotta e c’è chi spera che possano inseguire alcuni dei grandi nomi dell’informatica nel pensare ad un nuovo modello economico capace di garantire la crescita e aggirare il bastione della pirateria. Per tutti sembra ormai assodato, e la velocità del fenomeno dei jukebox su Internet sembra dimostrarlo, che chi non si muoverà alla svelta rischierà, stavolta sì, di perdere il treno che porta nell’era del digitale.

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