Se il conto lo paghi coi follower: all you can post

In un ristorante i piatti si pagano con un post su Instagram: più follower hai, più mangi gratis; cosa ci dice un'iniziativa di questo tipo?

Quanto vale un like? E un follower? Qual è il fattore da applicare per convertire la popolarità social in una valuta spendibile nel mondo reale, al netto di ciò che alimenta il nostro ego? Trovare le risposte a queste domande farebbe emergere le dinamiche che intercorrono tra le piattaforme virtuali e la nostra quotidianità, ma non è affatto cosa semplice se non correndo il rischio di inciampare in conclusioni viziate dai nostri preconcetti o in banali generalizzazioni. Stiamo provando a farlo in questi giorni nel nostro paese, coscientemente o meno, commentando l’iniziativa di due imprenditori attivi nel mondo della ristorazione.

All you can eat post

Evitiamo volontariamente di riportare il nome del locale, anche in considerazione del fatto che sul sito dell’azienda (almeno non nel momento in cui viene scritto questo articolo) non vi sono informazioni ufficiali su quella che da molti viene definita l’idea del secolo, da altri l’ennesima scorciatoia per diventare virali, da altri ancora l’inevitabile conseguenza dei comportamenti ossessivi attuati dai seguaci del food porn affetti da bulimia di hashtag. C’è solo una piccola anticipazione, ovviamente affidata ai profili social.

La notizia è questa: un ristorante offre piatti gratuiti ai clienti, ma solo a chi dimostra di avere un certo numero di follower su Instagram. Dopo il primo ordine si ha diritto a un secondo giro gratuito se il contatore oscilla tra 1.000 e 5.000, a due se si staziona nel range compreso tra 5.000 e 10.000, ben quattro se si sono conquistati da 10.000 a 50.000 profili, fino a otto con un numero di follower tra 50.000 e 100.000. Oltre si ha diritto a un’abbuffata senza limiti. Ovviamente l’accordo prevede che il cliente-instagrammer-socialcelebrityoaspirantetale pubblichi una foto con un tag del locale.

Con Instagram se magna

Perché tutto questo clamore? Non è certo la prima iniziativa simile. Pensiamoci: ad ogni evento, manifestazione o lancio di un prodotto sul mercato si accompagna ormai quasi inevitabilmente un hashtag, nel tentativo di stimolare la condivisione da parte del pubblico e magari con un po’ di fortuna scalare fra i trend del momento, guadagnando in visibilità a costo zero. Ciò che differenzia questo specifico caso è che la moneta dello sharing viene spesa per accedere a qualcosa di concreto, tangibile, che va oltre il ritorno social dei like o dei cuoricini che si accendono sul display. Qui se magna.

Volendo ad ogni modo giungere a una conclusione, tirando le somme e spremendo la notizia fino a ricavarne la sua vera essenza, ciò che ne emerge è l’importanza che una piattaforma come Instagram sta assumendo, soprattutto in considerazione della sua capacità di attirare a sé l’interazione di un pubblico prevalentemente giovane e troppo spesso social addicted.

Ci siamo dentro tutti

Essendo giunti al termine dell’articolo e non avendo trovato alcuna risposta convincente alle domande che l’hanno aperto, non possiamo che riflettere su come ci si trovi in un momento che vede un colosso di nome Facebook far sempre più leva sul servizio in questione in qualità di piattaforma per lo shopping e il nostro paese interrogarsi (anche nelle aule della politica) sul perché una celebrità che proprio sui social ha costruito la propria fama arrivi a far pagare una bottiglia d’acqua a peso d’oro. Si uniscano i punti per giungere alla conclusione che l’iniziativa social dei ristoratori non è altro che una mossa promozionale del tutto legittima, frutto dei nostri tempi e di dinamiche che anche se talvolta non in modo conscio ci vedono direttamente o indirettamente protagonisti.

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