Contrappunti/ Banda, larga a parole

di M. Mantellini - La lunga corsa della NGN, della fibra, si arena in un asciutto mare di chiacchiere. La responsabilità è degli strumenti spuntati che la politica mette in campo per dirimere la questione
di M. Mantellini - La lunga corsa della NGN, della fibra, si arena in un asciutto mare di chiacchiere. La responsabilità è degli strumenti spuntati che la politica mette in campo per dirimere la questione

Roma – Luca Annunziata, qualche giorno fa su queste pagine, ha raccontato egregiamente l’ennesima puntata della discussione sulla rete di nuova generazione in Italia. Si tratta di un tema tanto importante quanto deprimente sul quale vale comunque la pena tornare per almeno un paio di buone ragioni.

La prima è quella di constatare che siamo tuttora nella fase della comitatologia . È un periodo di studio talvolta indispensabile che dentro l’amministrazione italiana può dilatarsi all’infinito. Si aprono tavoli, si nominano consulenti illuminati, si creano commissioni e sottocommissioni presso questo e quel ministero. Poi i tavoli iniziano a prendere polvere, i consigli degli autorevoli consulenti vengono ignorati, le commissioni vegetano di riunione in riunione senza produrre alcun risultato concreto. Il Paese ha bisogno di una rete ad alta velocità in tempi brevi, e tutto quello che noi riusciamo ad organizzare sono fiumi di parole che si avvicinano e si allontanano in ogni direzione.

Il caso raccontato da Annunziata non fa eccezione, ed esattamente come è accaduto al corposo lavoro prodotto da Francesco Caio sulla banda larga l’anno scorso, commissionato e rapidamente ignorato, il documento del Comitato NGN ha prodotto come unico concreto risultato quello di scontentare tutti. In una variante teatrale tipicamente italiana la “Proposta non vincolante (notate la cautela, ndA) di linee guida per la disciplina della transizione verso le reti ngn” è stata anticipata da IlSole24ore prima ancora che vedesse la luce per via naturale, e nel giro di 24 ore misconosciuta da quasi tutti gli operatori delle comunicazioni. Si convoca il celebre pittore, gli si commissiona la tela e, appena terminata, la si distrugge in pubblico lanciando alte grida.

Ma c’è di peggio alla tendenza molto italiana di preferire le parole ai fatti, e questa viene raccontata egregiamente nella ventina di pagine del documento del Comitato NGN. Il tema centrale del documento dei poveri saggi esautorati non è, come forse sarebbe dovuto essere, quello di consigliare uno schema che preveda lo sviluppo della NGN in Italia in tempi brevi ed in condizioni di equità. No, leggendo il testo risulta evidente a chiunque che l’intento è un altro e che il testo potrebbe essere egregiamente intitolato “Proposta non vincolante per la spartizione del tesoro”.

Tutto il lavoro è incentrato sulla parola “profittevole”, lo Stivale viene così diviso in aree più o meno profittevoli e le norme contenute nel testo ipotizzano come dividersi le aree monetizzabili e come ignorare (lasciandole sul groppone dello Stato) quelle che non lo sono.

E non è un caso che le ragioni per cui tutti gli operatori telefonici (tranne Telecom Italia, che aveva considerato il testo in maniera possibilista) hanno disconosciuto il lavoro della commissione risiede semplicemente nel fatto che non sono d’accordo sui criteri di spartizione del bottino, li ritengono inadeguati e troppo sbilanciati verso gli interessi dell’ex-monopolista.

Anche questo è un tema classico per chi segue la politica delle reti in questo paese, ed è argomento capace di generare qualche confusione. In Italia non sono gli operatori telefonici ad essere particolarmente ostili e feroci, la questione della competizione sulle norme che regolano l’accesso alla rete, e in ultima analisi i rapporti fra Telecom Italia e le altre telco, è un campo di battaglia (quasi) fisiologico che va avanti da molti anni, fatto spesso di colpi proibiti ma non per questo meno prevedibile.

La vera tara dell’approccio italiano alla politica delle reti è invece la assoluta e decennale mancanza di una politica forte in grado di dirigere l’orchestra. L’Agcom è una agenzia del tutto incapace di elevarsi a rappresentante degli interessi generali dei cittadini, è stato così fin dalla sua creazione, stretta com’è fra la pressante attività di lobbying delle telco e una forte dipendenza dal potere politico che ne nomina membri e commissari seguendo la brezza del momento.

Se ogni musicista può suonare per conto proprio incurante di quelli accanto, ciò accade semplicemente perché il direttore d’orchestra non c’è, e se c’è se ne sta seduto in un angolo con un fogliettino in mano a tentare l’impossibile bilanciamento dei favori. Nessuna nuova grande aspirazione tecnologica può essere gestita da questi signori, non ne hanno l’autonomia e forse nemmeno le competenze (l’ultimo recente eletto fra i commissari dell’Agcom è Antonio Martusciello, pubblicitario, fondatore di Forza Italia in Campania che è stato in passato prima sottosegretario all’Ambiente e poi viceministro dei Beni Culturali): quello che l’Agcom può fare oggi, con tutta la buona volontà, è gestire i dissidi e spartire la torta quando c’è. Per altre più alte aspirazioni occorre rivolgersi altrove. Solo che dove sia questo altrove oggi si fa francamente fatica a capirlo.

Massimo Mantellini
Manteblog

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