Contrappunti/ Hasta la privacy, Google

di M. Mantellini - Assimilare la protesta sociale alle rivendicazioni contro le multinazionali del Web è una forzatura. Che poco, anzi nulla, aggiunge al dibattito sulle questioni della Rete
di M. Mantellini - Assimilare la protesta sociale alle rivendicazioni contro le multinazionali del Web è una forzatura. Che poco, anzi nulla, aggiunge al dibattito sulle questioni della Rete

I ragazzi di un centro sociale milanese irrompono negli uffici di Google e imbrattano i muri con la vernice spray per punire la multinazionale rea di lucrare sulla privacy dei cittadini. Così almeno scrivono le agenzie nel loro stringato report su alcuni fatti accaduti la settimana scorsa. Circola anche un video nel quale a un certo punto durante l’irruzione un attivista col megafono urla “perché la liberta va conquistata anche in rete”. Nei manifesti appesi ai muri c’è poi scritto “milioni di dollari guadagnati violando la nostra privacy”. Personalmente la trovo una notizia bizzarra e rivelatrice, il segno dei tempi, per così dire, lo specchio di una nuova resistenza dalle gambe debolissime.

Intanto è indicativo, mi pare sia la prima volta che succede qui da noi, che una società Internet venga individuata come bersaglio utile a sottolineare il disagio sociale che qualcuno, a ragione o a torto, si è intestato. A Mountain View devono esserci rimasti male: con l’ampia scelta di multinazionali evil rapidamente rintracciabili anche senza uscire dal centro di Milano, proprio verso Google gli emuli di V come Vendetta dovevano rivolgersi? Verso l’azienda tutta felicità e futuro, pareti colorate e skateboard elettrici, condivisione dell’informazione, green economy e progetti di immortalità? Qualcuno potrebbe pensare che i resistenti abbiano sbagliato indirizzo.

Resta comunque possibile che le piattaforme di rete più famose ed utilizzate abbiano silenziosamente varcato, complice anche una cattivissima fama prodotta dai media loro concorrenti, quella soglia che le allontana dai loro utenti per aggiungerle al lungo elenco di soggetti ostili all’interesse comune. Questo forse giustificherebbe una simile protesta di piazza verso il nuovo gigante amerikano e kattivo. La nuova Shell o la nuova Monsanto subito dietro i monitor dei nostri computer.

Più probabilmente invadere Google è una furbizia mediatica ben orchestrata, un’alternativa originale al solito attacco a colpi di bomboletta spray alla filiale di una banca o al negozio della griffe famosa, ben sapendo che poi trovare una qualche motivazione degna per un simile atto non sarà troppo complicato.

Nonostante questo io me li immagino i giovani incappucciati del centri sociali che rifiutano il ricatto capitalista di Gmail e della sua invadente pubblicità personalizzata, che dicono no alle mappe di Google compilate rubando le password degli accessi WiFi teutonici e che fanno ricerche online su Arianna per non essere tracciati dall’invadente monopolista USA.

Siamo di fronte mi pare a due differenti mistificazioni. Da un lato c’è una protesta sterile e tante volte ripetuta, farcita di luoghi comuni e rappresentata da azioni dimostrative utili quanto basta ad attirare l’attenzione. Dall’altro il ruolo del bersaglio che, per una volta, è un soggetto nato e prosperato all’interno di una complicità forte e manifesta con la propria clientela. Una sindrome di Stoccolma che avvolge Google e i suoi milioni di utenti in tutto il pianeta e che forse oggi inizia a mostrare le sue prime crepe.

Abdicare alla invasione di Google dentro le nostre vite è certamente possibile e perfino talvolta auspicabile ma tutto questo non passa, non ancora, attraverso la retorica della resistenza sociale alla quale simili gesti si riferiscono: quel contesto nel quale il proletario nasceva, cresceva e moriva vessato dal padrone al di fuori di qualsiasi via di uscita. Oggi rinunciare a Google o a Facebook è una semplice scelta individuale alla portata di chiunque e senza grandi conseguenze. Non abbiamo bisogno di Gmail o di Google Drive, le nostre vite non dipendono da quello. Forse è per questa ragione che una simile notizia è bizzarra e improbabile oltre ogni limite. Forse è per questo che chi si preoccupa di controllo e privacy, specie in giorni come questi, farebbe bene a guardare soprattutto altrove.

Massimo Mantellini
Manteblog

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