Contrappunti/ Il pannolone

di Massimo Mantellini. Per le scuole primarie si potrà tranquillamente non citare l'educazione fisica, non accennare alla musica o all'arte, ma è vitale parlare dell'alfabetizzazione tecnologica. Per riempirsi di lustrini
di Massimo Mantellini. Per le scuole primarie si potrà tranquillamente non citare l'educazione fisica, non accennare alla musica o all'arte, ma è vitale parlare dell'alfabetizzazione tecnologica. Per riempirsi di lustrini


Roma – È strano. Ho davanti agli occhi il progetto della nuova legge di riforma della scuola che giusto in questi giorni doveva essere approvata dal governo e per associazione di idee mi viene in mente la legge che lo Stato ha promulgato qualche tempo fa sulla pedofilia.

Non sono completamente impazzito, esiste una identità di metodo nella estensione delle due leggi che trovo molto significativa: provo a spiegarmi meglio.

Qualcuno ricorderà le polemiche e le discussioni di qualche anno fa quando, nel 1998, lo Stato Italiano, sull’onda di una oggettiva necessità di adeguamento (ed anche per dar ragione a certi umori dell’opinione pubblica assai condizionati dai media) emise le “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù” riunite nella legge 269 del 3 agosto 1998. Le perplessità di molti allora vertevano sulla formulazione dell’articolo 3 di tale legge dove era scritto – con uno sforzo di modernità fino ad allora sconosciuto – che “chiunque con qualsiasi mezzo, anche per via telematica , distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni….”.

Quel “anche per via telematica” , si disse allora, era una specificazione strana. Si trattava di un inciso davvero così necessario? O era invece una concessione poetica del legislatore ad una idea – quella della rete Internet covo di tutti i pedofili del globo terracqueo – tanto diffusa quanto errata o comunque discutibile?

Molto tempo è passato da allora, eppure le concessioni stilistiche della legislazione italiana e l’uso degli incisi nella costruzione dei periodi sembrano seguire logiche rimaste immutate. Sì perchè l’articolo 3 della “quasi” approvata nuova legge di riforma dell’ordinamento scolastico ci informa che fra le altre cose che “La scuola primaria a partire dall’esperienza degli allievi, persegue:…l’apprendimento dei mezzi espressivi inclusa l’alfabetizzazione in almeno una lingua dell’Unione Europea e l’alfabetizzazione tecnologica “.

Si tratta, come è evidente, di una grandissima novità: il legislatore, nel breve e sintetico elenco dei punti cardine su cui dovrà essere organizzato il percorso scolastico dei 5 anni delle scuole elementari, ha inteso includere anche l’uso dei computer e di Internet. Per sottolineare ulteriormente una volontà di proseguire (dopo le elementari e le medie ) nella strada della innovazione tecnologica, ecco comparire fra gli otto indirizzi liceali possibili anche un inedito “liceo tecnologico” la cui essenza saremmo in futuro curiosi di conoscere. Ma è della costruzione dell’articolo 3 che vorremmo continuare a parlare: per vedere di capirci un po’ di più.

Che necessità c’è di esprimere (anche in questo caso come già avvenuto a suo tempo per la legge sulla pedofilia) la sottolineatura “..e l’alfabetizzazione tecnologica” ? Forse perchè in passato per ovvie ragioni non era mai stata compresa? Oppure perchè si intende esprimere un orientamento ideologico ormai assai comune in tutti i paesi occidentali? Può essere, non dico di no. Però potrebbe anche trattarsi di qualcosa d’altro, come per esempio del luccichio ingannevole dell’ottone quando si sta cercando l’oro.

Le scuole italiane, specie le elementari, sono forse le meno dotate dell’Unione Europea quando si parla di tecnologia: lo sono per cronica mancanza di hardware, software, laboratori e connettività e lo sono (soprattutto) per la mancanza di orientamento culturale in tal senso da parte degli addetti ai lavori. Secondo alcuni recenti studi, per adeguare le nostre classi alle dotazioni tecnologiche degli altri paesi europei, occorrerebbero subito investimenti per almeno 3000 miliardi. Soldi che non ci sono e che nessuno, a quanto pare, ha previsto di stanziare.

Però scrivere le leggi in Italia è un’altra cosa: si tratta di una attività che assomiglia molto alla composizione poetica e molto poco ad una cruda lista della spesa alla quale attenersi con cura. E allora nei punti cardini necessari allo sviluppo dei nostri pargoli durante le scuole primarie si potrà tranquillamente non citare l’educazione fisica (mai stati nella palestra della scuola dei vostri figli?), non accennare alla musica o all’arte, ma è necessario – è assolutamente vitale – parlare della fantomatica “alfabetizzazione tecnologica” . Pochissimi sanno cosa sia, il termine è fumoso a sufficienza, quasi nessuno ha oltretutto voglia di chiedersi se sia davvero il caso, anche solo dal punto di vista delle “intenzioni”, di sbattere un bambino cinquenne davanti allo schermo di un PC. Se c’è una domanda che ci piacerebbe porre ai membri della commissione Bertagna che ha curato gli orientamenti tecnici della riforma, è che ci spieghino perchè mai e in che maniera l’uso dei computer può favorire lo sviluppo intellettuale di un bambino che deve ancora imparare a scrivere, a parlare correttamente e a far di conto. Per quanto ne sappiamo, anche in paesi tecnologicamente ben più avanzati del nostro e con una vocazione informatica assai salda, esistono grossi dubbi al riguardo. E nelle duecento pagine del rapporto Bertagna di questo problema non se ne trova alcuna traccia.

Ecco che allora non è così assurdo pensare che quella frase – quasi una aggiunta – quel “..e l’alfabetizzazione tecnologica” in fondo all’articolo 3 della nuova legge di riforma della scuola primaria vada considerato come un lustrino (esattamente come il vecchio “anche per via telematica” della legge sulla pedolifilia del 1998): un piccolo ammennicolo sfavillante destinato a rimanere solo il segno della retorica usuale di troppe leggi della Repubblica.

Non sarebbe forse meglio, per fare un solo esempio concreto, cominciare a preoccuparsi “prima” e “seriamente” dell’accesso alla rete e alla tecnologia per gli insegnanti (magari senza duplicare il penoso precedente di “un notebook per ogni parlamentare”) e per gli studenti delle scuole secondarie (dove qualcosa già ora si sta muovendo) invece che affermare gratuitamente che tutti, prossimamente anche i frequentatori con pannolone degli asili nido della Repubblica, dovranno possedere un proprio privatissimo indirizzo email?

Massimo Mantellini

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13 01 2002
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