Contrappunti/ La rete di Beppe

di Massimo Mantellini - Dopo la vicenda dell'intervista mai concessa ad un giornalista de L'Espresso molti si interrogano su come il Grillo nazionale concepisca Internet. Una lettera per lui, componimento criptico in tre punti più finale
di Massimo Mantellini - Dopo la vicenda dell'intervista mai concessa ad un giornalista de L'Espresso molti si interrogano su come il Grillo nazionale concepisca Internet. Una lettera per lui, componimento criptico in tre punti più finale

1) La rete altoparlante.

La rete altoparlante esiste. Anche in Italia, dove Internet è un po’ più giovane che altrove. La rete altoparlante usa strumenti di comunicazione potenti ed affascinanti dei quali abbiamo tutti sentito parlare molto. Come il passaparola. Moltiplica mille volte il medesimo messaggio e lo trasmette a costo zero sempre ad orecchie nuove. Nuove eppure vicine . Usa sintassi del tipo: “Me lo ha detto il mio amico Mario” oppure “Senti che cosa forte questa che ho letto sul blog di Gigi”. E tuttavia la rete altoparlante ha un difetto grande e grosso. Grande grosso e – per dirla tutta – noto. Ed il difetto grande grosso e noto è che la rete altoparlante non basta a sè stessa. Recide sul nascere ogni germoglio sociale. La comunicazione punto a punto (milioni di punti a milioni di punti) in particolari contesti è certamente capace di creare risultati numerici impressionanti, per esempio vendere libri o DVD è un risultato, portare molte persone in piazza può essere un altro grande risultato. Anche solo richiamare visitatori a frotte su un sito web lo è. E di sicuro c’è da restarne colpiti. Ma tutto questo baraccone rimane uno spreco formidabile se non crea un flusso di ritorno. Se non è in grado di chiamare a raccolta il contributo di altri. Non gli “altri” scelti da noi, ma gli “altri” sconosciuti ed inattesi arrivati da non si sa bene dove eppure in grado lo stesso di dare un contributo.

Se si pensa al passaparola, che oggi in troppi vorrebbero caricare di virtù taumaturgiche, occorre immaginare la seguente scena: qualcuno che parla vicino a qualcun altro che ascolta. Ed è piuttosto evidente che quelli che ascoltano non possono essere sempre gli stessi.

2) Le parole sono importanti.

Le parole sono importanti. Nanni Moretti (per quelli che colgono al volo le citazioni) non c’entra nulla ma su Internet le parole, le singole parole, sono più importanti che altrove e lo sono per due fondamentali ragioni. Anzi tre.

La prima è che restano . La seconda è che sono editabili . La terza, se permetti, te la dico alla fine.

Le parole delle persone su Internet restano: per questo hanno bisogno di una cura maggiore che altrove. Ci scappa un commento salace (magari stupido e del quale ci pentiamo immediatamente) a cena con gli amici? O al bar o sul posto di lavoro? Nulla di strano, capita. Domani non ne resterà più nulla o quasi. Invece le parole scritte su un commento in un blog in rete restano: ognuna di quelle può potenzialmente spostare un piccolo masso fra 3 anni 2 mesi e 14 giorni (per dire una data a caso) e magari provocare una valanga. Oppure non succederà nulla ma quelle parole rimarranno sepolte in un angolo del web dove, fra un decennio, potremo ripescarle per commentare: “Accidenti quanto ero cretino dieci anni fa – oppure – Quanto ero ingenuo/combattivo/allegro/ottimista (sostitute con un aggettivo di vostro gradimento) dieci anni fa”. E quel che è peggio le stesse cose chiunque altro potrà pensarle di noi. E senza nemmeno avvisarci.

Se questo deja-vù allargato non bastasse, occorre ricordare che le parole in rete, quando serve, possono essere facilmente corrette, editate , sostituite. A meno che un commentatore del vostro blog non le affidi a voi (una attestazione di fiducia spesso ignorata dai più) le “vostre” parole in rete possono seguire il corso dei “vostri” pensieri (nella speranza che i vostri pensieri non restino ogni volta incrollabili e immutati di fronte a tutte le intemperie). E se si tratta di una opzione nuova e formidabile, perché non seguirla? Correggere un post nel quale si sono scritte stupidaggini si può, perché non farlo?

Provate invece a riscrivere un articolo del Corriere della Sera di ieri, per capire cosa intendo (intendo dire, andando a recuperare le copie vendute e sostituendole pazientemente una ad una), vi accorgerete che è assai più complicato. Su Internet invece spesso si può fare. Si tratta di qualcosa di più di una semplice rettifica: è il nostro pensiero nuovo, mutato cinque minuti fa, pronto per essere consegnato alla memoria dei motori di ricerca domani. Magari dopo che qualcuno ci ha fatto provvidenzialmente cambiare idea.

Eppure non tutti sembrano in grado di recedere dai propri pensieri iniziali, nemmeno se Kant in persona fosse appena disceso in terra a confutare le nostre elucubrazioni serali sul cielo stellato.

La terza ragione per cui in rete le parole sono importanti è che se tu non dai loro il giusto peso e se non sei pronto a cambiare idea quando è il caso, un sacco di gente capirà chi sei, e smetterà di darti ascolto (questo magari in un mondo perfetto, ma almeno un po’ è così). E questa è un’altra faccenda seria da considerare.

3) Essere Trasparenti

Quindi, per finire, la Trasparenza è una virtù. Che si può praticare o non praticare. Quello che è certo è che non essere trasparenti in rete usando gli strumenti della rete è piuttosto complicato. Ed infatti Beppe non è che ti stia riuscendo benissimo. Anche se forse a te i risultati continuano a sembrare formidabili. Anche se magari non è solo colpa tua ma anche di quelli vicino a te che ti spiegano (male) cos’è Internet e come va usata. Essere trasparenti significa estendere agli altri i propri valori (sempre che questi valori abbiano merito per attecchire altrove), significa giocare la carta della modernità fuori dai trucchi del “pentapartito” (chiedo scusa, quelli di una certa età come me trovano la parola “pentapartito” perfetta per raccontare una decadenza dei costumi che viene da molto lontano). Essere trasparenti significa comprendere che nel grande rumore digitale generato da migliaia di voci sovrapposte che discutono del medesimo problema si deve saper estrarre il fiore. Quando c’è e se c’è. E che rinunciare a cercarlo è un atto di superbia in grado di rispedirti in un flash a “Te lo do io il Brasile”.

Finale.

Qualcuno ha coniato un neologismo orribile per i seguaci di Beppe Grillo in rete. Li chiamano “i grillini”. I Grillini sono una specie di categoria di transizione: abitanti della rete spesso di recente generazione che uniscono le competenze informatiche dei cittadini digitali alle pigrizie pantofolaie dei vecchi teledipendenti. Scrivono commenti in giro, spesso inviperiti contro chi osa contrapporsi al loro idolo, usano i modi spicci e diretti di chi ha di meglio da fare che non provare ad intavolare una discussione tra pari, eppure accettano docilmente di essere il commento numero 1239 al post di Grillo su questa o quella emergenza politico-economico-ambientale. I grillini sono il prodotto non ancora finito di una Internet italiana che si sta rapidamente popolando di nuove persone. Di tutte le persone. E si tratta di persone spesso entusiaste ed autenticamente animate da buoni propositi, ma catapultate dentro uno strumenti di comunicazione del quale non comprendono ancora bene la grammatica.

Lasciare gran parte di queste energie dentro il pulviscolo indistinto delle invettive in rete (o dei vaffanculo gridati in piazza) è un vero peccato. È un po’ come affermare che la rete Internet non serve a nulla di nuovo e che fa le stesse cose che fanno gli altri media. Ed io tutto questo, mi spiace, ma lo trovo difficile da accettare.

Massimo Mantellini
Manteblog

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Nota: sull’intervista mai concessa vedi qui

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