Contrappunti/ Lessig, un eroe moderno

di Massimo Mantellini - Giunta alla Corte Suprema la battaglia sul copyright nell'era digitale difficilmente potrà essere vinta. I diritti di sfruttamento commerciale di pochissimi limitano di fatto l'accesso alla cultura del mondo intero


Roma – Tento un esercizio difficile. Provo a parlarvi di Lawrence Lessig , 41enne professore della scuola di legge di Stanford e della sua battaglia impossibile per la libertà di espressione su Internet. Dico “provo” perché l’argomento è difficile, per certi versi noioso, per altri eccessivamente tecnico. Se lo faccio – se ci provo – è per una sola ragione: quella di Lessig è una battaglia civile, una delle più importanti che la rete Internet si trovi ad affrontare da quando esiste. Anche se non sembra, anche se in Europa tutto sommato se ne è parlato pochissimo.

Sintetizzo i fatti: nel 1998 il Congresso Americano decide di estendere il copyright di ulteriori 20 anni. Si tratta dell’undicesima estensione consecutiva nell’arco di meno di mezzo secolo, a copertura di quanti controllano il diritto d’autore su qualsiasi opera dell’ingegno. Il provvedimento è ispirato e fortemente voluto dalla potente lobby dell’industria dell’intrattenimento, in particolare da Walt Disney Corporation. Non sfugge a nessuno in quegli anni che si sta avvicinando rapidamente il momento in cui i primi filmati di Mickey Mouse, il mitico Topolino delle nostre letture infantili, sarebbero divenuti di pubblico dominio.

Contro tale ennesima estensione del copyright un lungo elenco di soggetti guidati dal Prof. Lessig decide di fare opposizione. Le motivazioni di base sono molto semplici: se gli scopi della nazione sono quelli che favorire le arti e la scienza come recita la Costituzione, la continua contrazione del materiale di pubblico dominio disponibile va contro questa esigenza. Per tutelare gli interessi economici di pochi si ledono i diritti alla conoscenza di tutti gli altri. La diatriba legale, iniziata nel 1999, è giunta davanti alla Corte Suprema lo scorso 9 ottobre. La sentenza è attesa per la prossima primavera.

Provo a fare qualche esempio pratico per specificare meglio.

Nel 1930 in USA sono stati editi circa 10.000 libri. Di questa marea di scritti oggi ne sono ancora in circolazione nelle librerie 174. Secondo la precedente legge americana (che si vuole uniformare con quella europea) nel 2005 circa 9850 di questi testi sarebbero diventati di pubblico dominio. Chiunque avrebbe potuto stamparli, riprodurli, digitalizzarli e renderli disponibili in rete.

Tutti sappiamo che nell’epoca digitale gran parte dei limiti fisici alla diffusione delle informazioni si sono azzerati, fondazioni come il Progetto Gutemberg (o Liber Liber , la sua versione italiana) avrebbero potuto liberamente accedere a questa immensa biblioteca di testi e renderla disponibile per tutti. Ma l’aspetto più significativo di tutta la questione è che su questi 9850 libri che nessuno oggi stampa, nessun legittimo detentore di copyright guadagna un solo dollaro. Si tratta di testi negati al pubblico dominio (e con essi centinaia di film opere musicali etc) per preservare un diritto che nessuno concretamente esercita. Vi viene in mente uno spreco di cultura più grande? Bene, Walt Disney per estendere i suoi guadagni su Topolino, vuole chiudere in cassaforte la memoria storica del 1930 (e quella di molti altri anni) per ulteriori 20 anni.

Io spero che l’esempio renda l’idea dell’enormità della cosa.

I diritti di sfruttamento commerciale di pochissimi limitano di fatto l’accesso alla cultura del mondo intero. E quel che è peggio ciò accade in una società che oggi ha finalmente, e per la prima volta, gli strumenti tecnologici per rendere tutto questo bagaglio di informazioni disponibili interamente e liberamente. Fosse accaduto 20 anni fa il danno sarebbe stato infinitamente minore.

Per ottenere questa ulteriore concessione verso la fine degli anni 90 Disney in associazione con altri soggetti quali Time Warner, Sony, RIAA e Dreamworks ha “investito” più di 6 milioni di dollari in campagne congressuali. Il congresso ha ricambiato con la legge di estensione del copyright che prende il nome dall’ex cantante prestato alla politica, Sonny Bono, morto poco tempo prima dell’approvazione del provvedimento schiantandosi contro un albero mentre sciava imbottito di psicofarmaci. Il Sonny Bono Copyright Extension Act è ciò di cui si discute in questi giorni.

Per ricordare una frase di Lessig divenuta celebre “nessuno può fare a Disney cio’ che Disney ha fatto ai fratelli Grimm” . Lessig allude al fatto che moltissimi fra i più celebri cartoni animati che hanno reso ricca la Disney sono adattamenti di classici di pubblico dominio quali ad esempio Biancaneve o Il Gobbo di Notre Dame di Victor Hugo. Al danno si aggiunge quindi, se possibile, anche una piccola beffa.

Le possibilità che la crociata anticopyright possa raggiungere qualche risultato davanti alla più alta corte americana sono considerate dagli esperti scarse. E nonostante ciò, al grido di Liberate Topolino , il team legale di Lessig è arrivato (perdendo) fino alla Corte Suprema. A questo punto davvero i nodi sono giunti al pettine e se non altro tutti i media americani hanno estesamente coperto l’avvenimento.

Le ragioni per cui questo non è un caso che interessa solo la legislazione americana sono sotto i nostri occhi. Da un lato l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno in questi anni fatto molti sforzi per armonizzare le proprie discipline sul diritto d’autore, dall’altro è del tutto evidente quali strette implicazioni abbiano simili decisioni in un mondo che è ogni giorno più connesso.

Accanto a Eric Eldred, programmatore unix in pensione con l’hobby della digitalizzazione di libri in html per le proprie figlie, primo querelante nei confronti del Sonny Bono copyright extension act, c’è una lunga fila di nomi grandi e piccoli. A fianco di quello di illustri cattedratici in materie legali e economiche troviamo quello della Free Software Foundation . Vicino a quello di decine di associazioni culturali ecco quello di Michael Hart fondatore del Progetto Gutemberg . Ed accanto a loro anche il nome ingombrante di Intel , ammirevolmente schierata, unica fra le grandi industrie del settore, per la libera diffusione della conoscenza in tempi di rivoluzione digitale.

Se la Corte Suprema rigetterà l’istanza di tutti questi bellissimi personaggi 400.000 fra libri, film e canzoni saranno negati a qualunque tipo di consultazione per i prossimi 20 anni, mentre i dinosauri della vecchia economia potranno continuare a godere di miliardi di dollari di royalties su Topolino ed altre quisquilie.

È curioso: decine di articoli apparsi sulla stampa americana in queste settimane hanno dipinto Lawrence Lessig come un eroe moderno, una specie di Don Chisciotte che si avventa contro i mulini a vento. Ma creare un eroe buono che susciti incondizionata ammirazione (anche Jack Valenti anziano boss della MPAA ha espresso la propria grande stima per il professore di Stanford) non basta. Noi vorremmo davvero che Topolino venisse liberato. E possibilmente non fra 20 anni.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • Anonimo scrive:
    C'è lo zampone di Siemens Informatica
    C'è lo zampone di Siemens InformaticaLo mangiamo a natale e siamo tutti contenti
  • Anonimo scrive:
    BEH ALMENO
    se ne sentono tante sui militari italiani ma se ce' qualcuno che ha bisogno della smart card sono loro, che almeno hanno deciso di dare anima e corpo alla patria.
  • Anonimo scrive:
    Anche il dosimetro
    Visto che è una card tuttofare perché non ci mettono pure un dosimetro che registri la quantità di radiazioni alle quali vengono esposti durante le missioni?Per quelli che non vanno in missione suggerisco invece un bel bancomat per lo spaccio.Quante cose si possono fare con una Card :))
  • Anonimo scrive:
    figatona
    magari la usano per chiedere la pensione di invalidita' dopo essere stati a sguazzare in mezzo all'uranio in qualche schifoso angolo di mondo
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