Contrappunti/ Let's (not) be evil

di Massimo Mantellini - Google va in Cina, manipola i dati degli utenti ma restituisce vagonate di conoscenza e offre opportunità di sharing informativo. Parlarne serve, qualcuno le idee su Google (ora) le ha chiare
di Massimo Mantellini - Google va in Cina, manipola i dati degli utenti ma restituisce vagonate di conoscenza e offre opportunità di sharing informativo. Parlarne serve, qualcuno le idee su Google (ora) le ha chiare

La settimana scorsa la Rosenkranz Foundation ha condotto a New York un esperimento interessante. Lo ha fatto promuovendo un dibattito pubblico (il 4° di una serie) attorno ad una domanda importante: “Google sta violando il suo motto Don’t be Evil ?” La formula stessa dell’evento è molto affascinante e prende il nome di dibattito Oxford Style . Ad un incontro pubblico si chiamano esperti dell’argomento in discussione (3 per ogni parte) che sotto la moderazione di un giornalista argomentano i punti di vista a favore o contro la tesi di partenza, ciascuno per un tempo prestabilito. Si tratta di uno schema già da tempo utilizzato anche dall’ Economist che sarebbe interessante veder riproposto anche da noi.

Il dibattito alla Rosenkranz Foundation è stato poi ripreso sulle pagine di Bits, il blog tecnologico del New York Times e ha generato ulteriori commenti e punti di vista da parte dei lettori sulla annosa questione della buona o cattiva fama che Google ha richiamato su di sé in questi anni.

Mentre proprio in questi giorni il presidente di Google Eric Schmidt affermava (senza riferirsi a questo dibattito) che la definizione Don’t be evil ” è un “invito alla discussione”, le posizioni di merito sul fatto che Don’t Be Evil sia o non sia una definizione aderente alla realtà dei fatti ha contrapposto esperti come Siva Vaidhyanathan, molto critico nei confronti dell’azienda di Mountain View, e come Jeff Jarvis, sceso in campo a difesa di Google.

Le questioni sul tavolo sono molte e conosciute. Si va dalla compiacenza di Google nei confronti dei diktat cinesi (il motore di ricerca americano, come molte altre società statunitensi ha preferito essere sul mercato cinese alle condizioni censorie imposte dal regime, piuttosto che non esserci) alla gestione della privacy, alla sostanziale supremazia di Google nella pubblicità in rete.

Gli interventi a favore di una condanna simbolica di Google hanno sottolineato come il monopolio ed i denari della azienda californiana tendano a soffocare eventuali nuove imprese tecnologiche, come Google sfrutti i contenuti degli utenti in rete per generare denaro semplicemente fornendo una piattaforma, come gli stessi dati degli utenti vengano utilizzati per gestire un immenso database di informazioni private che Google sfrutta (o potrebbe sfruttare) per profilare tutti i propri utenti per i fini più disparati.

Le prese di posizione a favore di Google sottolineano la grande spinta data dalla società di Mountain View allo sharing informativo. Il fatto che la poca informazione che Google concede ai suoi utenti cinesi sia sempre meglio della nessuna informazione che il regime concedeva prima, la grande capacità dell’azienda di far partecipare agli utili ed al progetto pubblicitario anche una lunga serie di soggetti che fino a ieri ne erano esclusi.

Di tutte queste posizioni forse quella maggiormente convincente in opposizione a Google è quella esposta da Harry Lewis, professore ad Harvard, quando, riferendosi alle ampie censure del motore di ricerca cinese di Google, dice “Google didn’t choose the lesser of two evils when faced with the Chinese ultimatum; it chose the more profitable of the two evils” (Google non ha scelto il minore dei due mali quando si è trovata di fronte all’ultimatum cinese: ha scelto quello più remunerativo).

Quella meglio espressa a favore della “bontà” di Google è di Jeff Jarvis quando ci ricorda che Google oggi racconta meglio di chiunque altro la saggezza della gente, riuscendo contemporaneamente a connettere le persone fra loro. L’esempio usato è quello noto dell’influenza. Quando scoppia l’epidemia gli utenti cercano su Google la parola “influenza” e i rimedi per curarla. Facendolo, ci informano su come va l’influenza in quel momento osservando il fenomeno dal punto di vista – per così dire – degli “influenzati”.

Se Google, come afferma Jarvis, ci restituisce le nostre conoscenze (e lo fa in molte maniere differenti, basti pensare ai grandi progetti di digitalizzazione e messa on line del patrimonio librario mondiale o all’impegno contro il riscaldamento globale) è anche vero che non tutti sono convinti della trasparenza di simili iniziative.

Il bel dibattito newyorkese alla Rosenkranz Foundation si è concluso con una sostanziale parità fra coloro che sostengono che il motto di Google sia stato violato dalla compagnia (il 47% dei presenti) e quanti invece credono che ci sia ancora da fidarsi (il 47%). Solo il 6% dei presenti si è alla fine dichiarato indeciso fra le due posizioni. Erano il 48% all’inizio del dibattito.

La conclusione possibile mi pare possa essere che dibattere serve: specie se lo si fa con criteri del genere e senza il solito accapigliarsi che da queste parti conosciamo assai bene.

Massimo Mantellini
Manteblog

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